Quando ho visto questa interpretazione “dadaista” realizzata da Max, mi è venuta subito in mente la mostra “La parola nell’arte“. Max scompone la mia poesiola/battuta titolata Storia dell’estetica (“Non esistono arti inferiori./Fatta eccezione delle gambe”) in un rebus vocale: i numeri enunciano la somma e le parti del testo (composto da 8 parole) che viene presentato non più come un’unità di senso fissata una volta per tutte, ma come una composizione modulare, modulabile. Numeri che stanno per parole, e lettere numerabili. Max smonta e rimonta il testo come fosse una crittografia e lo espropria del senso (di un senso) per farne un puro suono (coro di bimbi, verso di gallo, risata infantile, tromboni e piatti, pieno orchestrale, effetto doppler, acqua new age…) da manipolare come una partitura. Le parole-numero, alla fine, tornano ognuna al loro posto, secondo la loro posizione numerica (la sequenza che genera la battuta) e la voce recita/ricompone la frase.
Il collegamento che vedo con la mostra del Mart è questo: il testo originale (sensato, doppiosensato su “arti”) rappresenta una base, una tela figurativa. I suoni, i rumori, l’enunciazione dei numeri che stanno per la posizione occupata dalle parole, rappresentano, invece, una sovrapposizione grafica. Proprio come le inserzioni grafiche e alfabetiche nella pittura delle avanguardie del Novecento.