Impiego sicuro cercasi (il video)

Sceso dal palco per tempo, dopo il debutto dell’ottobre 2011, ora accompagno e sponsorizzo come co-autore la diffusione di questa conferenza-spettacolo, nata dall’esperienza bella di un circolo di studio con l’associazione Viviteatro di Santa Maria a Monte.

Kona

Nell’antologia di foto e poesie “Kona” (che in giapponese vuol dire “polvere”), appena pubblicata da Tapirulan, si trova anche una delle mie poesie  “deonomastiche”.

Gli innominabili*

Tralascio la grande selva
dell’eponimia medica, pagine su pagine
per decine di cognomi in forma di sindromi,
malattie dai nomi infetti,

e penso solo a quelli, furono medici,
i cui nomi persero prima di ogni altro
la neutralità referenziale
che lega nome e portatore,
per prender l’illusione che il nome proprio
esprima o sintetizzi, anticipi, i caratteri
del legittimo proprietario
(la musica di Schubert a Schubert )
in virtù di un potere magico e, qui, nefasto.

I nomi di quei medici si trasformarono,
per infinito numero di vite,
in condanne senza appello, e altri medici,
scienziati, ricercatori, innominati,
sconosciuti, lavorano in povertà continua
per cacciare gli innominabili dal tempio
che ne ha fatto logo mortale, stigma,
aura semantica degenerativa.

Il linguaggio comune, infine,
li assorbì, ultimo spregio,
come antonomasie buone ad usi comici
per segnalare quei deficit, mortali,
i nostri lenti scricchiolii lessicali
di civiltà.

 

*Aloysius “Alois” Alzheimer, James Parkinson, Hans Gerhard Creutzfeldt ed Alfons Maria Jakob

Non ho niente in frigo

L’espressione “Non ho niente in frigo”, oppure  “Ho il frigo vuoto”, assume spesso oggi il significato equivalente alla dichiarazione dell’impossibilità a cucinare qualsiasi qualcosa, a nutrirsi di alcunché. Se hai il frigo vuoto non mangi, e devi correre a fare la spesa. La cosa mi ha dato da pensare. Il frigorifero (e qui risento in testa una canzone del grande Bruno Lauzi, “O frigideiro”, dove il genovese e il brasiliano si affratellano), quindi la conservabilità di cibi deperibili, come emblema del consumo alimentare “moderno”, ma anche come metafora buona per tanti altri tipi di consumo, compreso quello dei testi. Deperibilità, conservazione, consumo. Il fatto che già ancora la generazione dei miei genitori (nati negli anni Quaranta) nella loro infanzia non avesse a disposizione in casa un frigorifero (e bellissimi i racconti del ghiaccio acquistato in strada…) mi ha sempre molto colpito l’immaginazione, come uno di quei dati che segnano lo scarto tra epoche (“…ai miei tempi…”) e demarcano l’impossibilità d’immedesimarsi realmente nell’esperienza del mondo vissuta da generazioni diverse.  Un frigo pieno, strabordante di prodotti confezionati, ma anche di primizie da slowfood, perché no, può essere il simbolo di un benessere tranquillizante, l’opulenza sprecona occidentale, e anche il segno di una cultura alimentare omologata, seriale, industriale. Read the rest of this entry »

Propositi

Se almeno il mio doppio servisse
a dovere a fare il suo dovere:
mettersi a guardia sulla porta d’ogni frase
per scongiurare gli errori passati,
un “defensor pacis” del sé, meglio del noi,
fare il possibile per limitare i danni riflessivi,
come nelle autoimmunitarie,
dove il bersaglio è interno.

Appunti e scarti

Il clima interno segue
l’andamento volubile
d’una previsione meteo:
e non indovino mai
come mi guasterò da solo
l’umore.

-

Quando i dischi intervertebrali
della propria identità
si disallineano un poco,
un’ansia vaga, non battezzata,
prende subito domicilio
nella giornata.

-

Indolenziti i muscoli del costato,
resto fermo e prendo la parola
nel rivolgermi a me stesso
solo tossendo, mi interpello
con questi colpi vuoti,
la cassa toracica
come un tamburo
percosso dall’interno.

-

Lo sciroppo dalla bava di lumaca
è aromatizzato al lampone,
del tutto assente il bugiardino,
il liquido scivola lento con dolcezza
lungo l’esofago e io penso:
tanto buono quanto inutile.

-

Un paio d’ore senza tossire,
il silenzio stampa dei bronchi

-

Che nelle ricerche cronologiche
della posta elettronica,
così come in ogni forma di agenda digitale,
lunghe tavole di settimane scorrano
alla millimetrica rivoluzione
data dall’indice sulla rotella del mouse
ancora mi provoca uno spasmo gastrico:
la vertigine del tempo accelerato,
indigeribile, indirigibile.

La retorica ricattatoria (cripto-fascista) di una comunicazione pubblicitaria

Lo spot Fiat della Nuova Panda è orribile. Da molti punti di vista. Da quello linguistico, da quello politico, da quello comunicativo-pubblicitario. Questo post si aggiunge all’insofferenza che da più parti, nei social net come nei blog più o meno tematici come nei quotidiani on line, è emersa nei confronti di questo tipo di comunicazione commerciale proposta da Fiat. In realtà prosegue una tendenza, o strategia (per me di sapore cripto-fascista) già introdotta in uno spot per la 500, di  alcuni anni fa (e su cui avevo scritto  “La neomitologia della 5oo Fiat”).  Anche allora si legava la demercificazione di un prodotto ad una questione identitaria, nazionale. L’italietta pittoresca che si oppone a quella dello sviluppo (possibilmente desindacalizzata) è il nuovo leitmotiv.

Lo spot che ne viene fuori è grottesco e ha tutti gli ingredienti necessari per impedire che una sola Panda in più, che uscirà dagli stabilimenti di Pomigliano, venga venduta. Non è questo, infatti, il suo scopo. Un po’ come già avviene per le auto di super-lusso, i cui spot televisivi sono indirizzati solo a rassicurare i già proprietari di quelle auto della bontà e aderenza del proprio stile di vita al brand acquistato, lo spot della Nuova Panda non ha a che fare con le qualità (si spera) vendibili dell’auto ma con una (ancora?) “scelta di campo identitaria”. Lo spot diventa in sé non parodiabile. Tono dello speaker, lessico utilizzato, concetti espressi sono essi stessi la parodia di una retorica faziosa (o con Marchionne o contro di lui) che fintamente fa leva su uno spirito nazionale (nazionalistico?). Abbiamo già accettato, nella nostra modernità, che l’auto possa essere panificata anche di notte, che il lavoro modifichi fin nel profondo la biologia del vivere delle persone e i loro diritti. Che qualcuno possa credere che da qui  – dalla Nuova Panda – possa passare il concetto di “identità nazionale” mi pare davvero troppo.

Procrastinando pandori

Propaggine delle feste, i pandori in saldo. I saldi dei pandori iniziano molto prima dell’Epifania e si prolungano per tutto il mese di gennaio. I dolci di Carnevale hanno iniziato già ad occhieggiare negli scaffali degli ipermercati quando i pandori, ultime copie rimaste invendute, ancora ingombrano i corridoi centrali, quelli delle merci in offerta, in superofferta, scontatissimi. Il costo al kilo crollato, ogni nobilità artigiana o pseudoartigiana (gli spot mostrano sempre la lievitazione naturale accelerata, il forno accogliente, i focolari domestici illuminati, le consegne celeri di pacchi profumati…) andata scemando nell’accumulo del 3X2, i pandori dopo le feste sono avamposti bellici, residuali, carriarmati glicemici arenati sul campo dopo che la grande battaglia dei cenoni e dei pranzoni si è conclusa.

Allora, tu, come un collezionista di rottami, ti fai ammaliare dal peso/prezzo (un paio di euro per più di un kilo di soffice impasto burroso) e riempi la tua dispensa di uno, due, mille pandori in saldo. Fai scorte, scorte di guerra. Progetti abbondanti colazioni, caffellatti inondanti immense fettone di pandoro zuccherato, da qui all’eternità. Inviti ospiti a cena, compulsi ogni libro scritto da elisabettaparodi sul tema del riciclo del pandoro dopo le feste, sogni vastità di tiramisù e zuppe inglese che occultino il loro materiale da costruzione, la malta burrosa riciclata.  Una volta che il pandoro a saldo entra nella tua dispensa (nella foto) si crea un vincolo di affetto, ma oserei dire di  “amoreodio”, molto complesso. Da un lato sei tutto orgoglioso dell’affare che hai fatto, del rapporto peso/prezzo, della disponibilità zuccherina extra-feste, tu formica che ha fatto scorte, e così finisce che procrastini continuamente il consumo della scorta che hai accaparrato: la contempli, ma non la consumi (in quel meccanismo estetico per il quale si  “rimanda il godimento di qualcosa di piacevole”, in una eterna “cadenza di aspetto” del pandoro).

Dall’altro lato, però, esiste una quantità di pandoro, scientificamente determinata, che ogni essere umano può consumare in un intervallo di tempo dato senza che il pandoro gli risulti irrimediabilmente nauseante. L’Università di Austin, in Texas, ha deteterminato nel 2009 che un uomo di media corporatura può ingerire al massimo 3,9 kg di pandoro nel periodo compreso tra dicembre e febbraio. Oltre tale quantità, hanno verificato alcuni ricercatori italiani (ah, la fuga dei cervelli…) il pandoro viene rigettato dal corpo umano. Per questo in molte confezioni di pandoro oggi potete trovare la dicitura: “Mangiatene consapevolmente”.

Non è il gigantismo fragile della modernità

Più passano le ore, dal naufragio della nave Costa Concordia, e più articoli leggo dei tanti che se ne scrivono, più  drammatico  si fa il passaggio probabile delle persone dal novero dei dispersi a quello degli affogati, più impraticabile e banali si mostrano – o almeno così paiono a me – le forme di racconto e narrativa spiccia da quotidiano (Sofri, Serra..senza link) per trarre “morali” dall’accaduto, più antonomasia di codardia e viltà ammanta il cognome (Schettino) del comandante che lascia la nave al suo destino, più si contornano – per naturale deuteragonismo – figure eroiche (il capo commissario ferito che resta a bordo e salva, il parroco a terra che presta aiuti…), più si scolorano nell’uso le metafore dell’Italia naufragante nel catino del Tirreno (Serra, mi pare), più si analizzano la distanza tra le versione dei fatti, le lamentazioni dei passeggeri sul salvataggio, i precedenti segnali di cattivo auspicio per lo scafo squarciato (sul web superstizione e leggenda trovano un terreno di cultura incredibilmente fertile, nel paradossale clima che fa dei luoghi “reali/virtuali” del presente tecnologico l’ambiente più anti-illuminista che si dia attualmente).

Nel 2003 feci una bellissima crociera (viaggio di nozze) su una nave Costa, la Victoria (i due naufragi non sono collegati). Era più piccola della Concordia, e mi pareva comunque immensa. Un gigantismo capace di alterare la percezione stessa del viaggio, dell’accostarsi alle città, una città sull’acqua, viaggiante, che impedisce qualsiasi contaminazione/comprensione reali con e dei luoghi nei quali approda. Un ventre ipernutriente e protettivo sul quale non vedi l’ora di risalire ad ogni sbarco, militarescamente organizzato. Nei resoconti e nelle analisi del turismo da crociera, e della psicologia dei crocieristi, di questi giorni ho ritrovato spunti che mi ero appuntato nel mio diario dell’epoca.

Le foto della cattedrale rovesciata sono impressionanti, e quindi belle. Il disastro affascina come il sublime, da sempre. Ci impressiona, perché la nostra immaginazione è nutrita da un “disastrismo” filmico,  più che storico, dal Titanic di celluloide. La nave, in più, è simbolo filmicamente caricato, e non più neutro in nessun immaginario. Almeno per me, nel mio immaginario (su tutto “E la nave va”  di Fellini, così come la scena del saluto notturno al Rex in “Amarcord”, immagini che conservano nello sguardo, nel tratto grafico, un’estetica futurista sull’idea stessa del transatlantico come emblema di tecnica, potenza, vastità). Oggi la sovrabbondanza di immagini “spettacolari” (non riesco a non dire “bella” la cartolina della costa del Giglio con lo scafo della Concordia inclinato e ancora illuminato di notte) appanna la sensazione di tragedia e di morte che le immagini in realtà custodiscono (molti morti!) e l’insensatezza (tutta umana, troppo umana) delle scelte che hanno portato a quella tragedia. Più s’indaga, più la mistura d’insensatezza, rito, sfida, ignavia si addensa. Salutare l’isola, dimostrare potere e controllo sul mare. No, non è il gigantismo fragile della modernità e della tecnica ad avere ucciso: è, ancora una volta, come da millenni, come da sempre, la Hybris di questo piccolo animale “intelligente”  che siamo. Vi è, come sovrappiù, qualcosa di tremendamente arcitaliano nella fuga del Comandante, dello “Schettino in noi” (Gramellini), quasi a ricordarci ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, il “tipo umano” che non vorremmo mai essere e che invece appartiene, in potenza, a noi tutti.

Gli scarti di Natale


Gli imballi dei regali ricevuti ingombrano, il giorno dopo Natale, nella mattina del protomartire solitamente, tutti i cassonetti delle città. C’è questo senso di residualità, di liberazione, di scarto (scartare i regali, e i regali come generatori di “scarti”, imballi, cartoni, carte regalo, buste, decori…) come di un grande rutto liberatorio dopo il consumo, alla fine del rito, alla fine di tutti i riti.  La retorica anticonsumistica, che un tempo era appannaggio solo delle grandi chiese (comunismo pauperista e cattolicesimo) oggi abbonda sia sulla bocca di noi poveri consumisti (poveri in senso tecnico, statistico) ed anche nelle dichiariazioni surreali di alcuni parlamentari intervistati sul tema (leggevo giorni fa, il tale che dice, contrito, di avere donato quest’anno, in virtù della crisi, regali “economicamente meno impegnativi”, l’altro che lamenta l’assenza delle vacanze sulla neve, l’altro ancora che fa beneficienza, quello che si limiti ad offrire un brindisi…) tutte improntate ad una nuova “sobrietà”.

Continuo a trovare nei rifiuti, nella loro osservazione, nell’autopsia fotografica, il miglior modo di decifrare il presente: dimmi cosa butti via e ti dirò chi sei. La mia personale “Waste Land” prosegue, tra biciclette prima e scarpe poi, poltrone e televisori, con gli imballi dei regali dopo le feste. Cartoni che a me capita di riciclare in casa, a volte, facendone castelli e case e costruzioni. Viceversa, dopo Natale, ci affrettiamo tutti a liberare i tinelli e i salotti da questi ingombranti involucri, sui quali si è posata per qualche istante la stupefatta felicità dei nostri figli. E io temo sempre che, nella fretta con la quale ci liberiamo di quegli imballi, possa andare persa anche un po’ della felicità stupefatta che a quei cartoni è rimasta appiccicata addosso.

Su “Miracolo a Le Havre”

Appunti sparsi su “Miracolo a Le Havre” (titolo originale: Le Havre) di Aki Kaurismaki. Non conoscevo questo autore (denso e originalissimo) e quindi ringrazio davvero molto la persona che mi ha portato al cinema a vedere il suo ultimo film. Appunti di visione: citazioni neo-neorealistiche (non a caso uno “sciuscià”, inquadrature fisse che indugiano su dettagli – il gradino del bus, un radiatore, il ciliegio…) ruvidezza espressiva ed essenzialità. Nessun compiacimento patinato. L’espressione dei sentimenti trattenuta e come “implosa” dentro la recitazione stessa (scoprirò poi, leggendo un’intervista a Kaurismaki, le sue indicazioni fisse di “recitazione”: non sorridere!); la scrittura molto “scritta”, un dialogato molto testuale, scolpito. La grana fuori tempo della pellicola, anni ’50 come nel guisto del regista quanto ad ambientazioni, e i colori saturi. La città di Le Havre (la visitai per caso quando avevo 12 anni, e ricordo un monumento/edificio con un’enorme mano di bronzo, forse era lì, sì era lì…a quel tempo fotografavo con una reflex ed ero appassionato di fotografia, proprio come forma di scrittura); la solidarietà come favola meta-temporale; il commissario che restituisce un ordine alle cose, un ordine “al di là della legge”, o “Davanti alla legge”, per usare parole kafkiane; la citazione da un racconto di Kafka (poche parole tratte da “Bimbi sulla via maestra” da “Meditazione”) è fuorviante rispetto al racconto, Kaurismaki ritaglia poche parole sui matti che “non si stancano”, tratti dal finale di quel breve racconto (che parla del vitalismo violento dell’età infantile).

Allora, ne ricavo l’apologo della “follia della solidarietà” nella società contemporanea. Il miracolo: la guarigione miracolosa della moglie del protagonista come “correlativo oggettivo” della “guarigione” di una società che si fa solidaristica per un istante solo, per una breve catena di scelte, per la forza energetica e caparbia del protagonista (di nome Marcel Marx) nel voler far partire il piccolo clandestino di colore. La città portuale di Le Havre rimane sullo sfondo, come struttura urbanistica, ma viene usata come metafora del viaggiare stesso, nel senso di apertura-scambio-mescolamento di destini che ogni approdo portuale rappresenta. In breve: un film ruvido, essenziale, anti-retorico, un film “morale”, una bellissima “favola” nel senso più letterario del termine. Consigliato a chi cerca, ancora, nell’arte cinematografica un po’ di Arte-Artigianato.

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