L’intimità del distacco

3 Febbraio 2010

C’è qualcosa, nel distacco, che unisce in un momento di grande intimità, compresenza. Lo penso, in generale, per ogni forma di distacco, distanza, separazione che unisce. E ci riflettevo, in particolare, per l’esperienza quotidiana dell’accompagnare Sara all’asilo. Dopo molto tempo - inserimento, vacanze, malattie plurime  - siamo riusciti finalmente a costruire un inizio di routine buona all’interno della quale, ogni mattina, l’accompagno all’asilo. Così, c’è una porzione di tempo un po’ sospeso, tra le 7 e 30 e le 8, nel quale ci prepariamo per uscire di casa, arrivare all’asilo e salutarci, segnata da una grande intimità padre-figlia. Che è di natura diversa, di segno differente, rispetto ad altri intensi momenti di intimità tra noi due (come certe fasi di gioco, o le coccole, o l’addormentarla la sera). E’ l’intimità del distacco. Ci vestiamo per uscire: ogni tanto lei fa “il bambolino”, cioè oppone resistenza passiva, ridendo, alla vestizione di piumino, cappello, sciarpa e guanti  abbandonando ogni parte del corpo, come un pupazzino floscio e inanimato, che così diventa di vestizione quasi impossibile. Poi ragioniamo sul clima, se fuori c’è il ghiaccio o meno sulla macchina, se troviamo pioggia o sole. Poi ragioniamo insieme sui gattini che incontreremo lungo il percorso con la macchina, e se avranno freddo, e se si scalderanno al sole o ripareranno dall’acqua, e se avranno fatto colazione o meno. Poi arriviamo all’asilo.

Il breve tragitto in auto insieme, dove parliamo di queste cose, è una primo “ambiente” dove si consuma l’intimità del distacco. All’asilo, in un corridorio/intercapide, si trova il secondo ambiente di distacco. Qui c’è la s-vestizione, il cambio scarpe/ciabattine, i saluti degli eventuali bimbi già arrivati e delle tate che si affacciano a vedere chi è arrivato. Poi c’è il momento dei saluti. Variabili, a seconda dei giorni. Poco pianto, nessun pianto, sorriso. Ecco, io sento proprio nel momento del saluto, cioè nel momento in cui ognuno di noi due è affidato al “suo” tempo (io a quello della giornata lavorativa, Sara alle tate - bravissime tutte - e alla socialità con gli altri bambini) una sensazione di grande unione e intimità tra noi due. Io la affido ad un ambiente e a persone di cui mi fido, lei si affida al fatto che mamma e papà torneranno a prenderla. L’intimità del distacco, quindi, riposa nella fiducia, nel sentire presente in sé la sensazione dell’altro (dell’amore, del legame, dell’affetto) proprio nel momento di separazione dall’altro. E’ una cosa che sento quando ci salutiamo, ogni mattina, con Sara, questo tipo di intimità.

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Gli occhiali nuovi

29 Gennaio 2010

Ogni miopia rimodella i volti in fisionomie
che incorporano lenti e montature
per forme quasi organiche.
Io sono i miei occhiali,
e quando li cambio
vedo cambiarmi la faccia intorno
al vetro, al metallo, alle leghe.

Provando montature scorgo scorrere
allo specchio, nel negozio d’ottica,
l’ottica delle facce che avrò per i prossimi anni:
non sono prove estetiche, vanità cromatiche,
sono prove di futuro!

Dietro le lenti si proietterà la mia mimica
causata dall’agire del mondo,
e altra ancora dal mio reagire al mondo,
sopra le lenti si specchieranno parti di realtà
incomprese, altre filtreranno nelle rètine
e finiranno in quartieri del subconscio.

La mia faccia si offrirà sempre al giorno,
agli amori come all’estraneità,
con queste pròtesi dello sguardo,
che poi sono, in realtà,
vere appendici di fisionomia,
“segni particolari” comunissimi,
guida con lenti.

Gli occhiali nuovi.

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Perché le bestie non parlano idioma

20 Gennaio 2010

copertina di Animanti Untitled EditoreInizio a leggerlo, e so già qualcosa. Perché conosco l’editora, perché conversiamo ogni tanto, perché leggo le cose che scrive da anni. Poi so qualcosa dell’autore, o degli autori, insomma di queste voci che hanno scritto Animanti, che prende il titolo dal pre-testo di Leon Battista Alberti (un ampio frammento estratto dal Theogenius che apre il libro e nel quale l’Alberti, citando Plauto e anticipando Hobbes, esprime il disagio dell‘homo homini lupus). Allora inizio a leggerlo random, non sequenziale, come si leggono le enciclopedie, gli alfabeti, gli elenchi, i bestiari, i bestiari fantastici. Ma questo non è un bestiario fantastico, non è il manuale di zoologia immaginaria di Borges. Qui le bestie dicono degli uomini, e gli uomini dicono delle bestie. Gli uomini hanno una malattia che le bestie non hanno: la parola. Io penso che questi (questo, questa, queste…) che hanno scritto Animanti siano più malati di parola degli altri uomini, perché scrivono. E chi scrive è malato di parola due volte. Allora le bestie, penso, un po’ li salvano da questa malattia. Penso queste cose e intanto arrivo a leggere una specie di sentenza: “perché le bestie non parlano idioma“. Decido, testardamente, per partito preso, che faccio di quella frase la mia chiave interpretativa del libro. Leggi il resto »

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Calendari, immagini, benedizioni

4 Gennaio 2010

Da quando abbiamo appeso in cucina, qualche giorno fa, un calendario che ha dentro una foto di Sara, Sara quando entra in cucina al mattino per fare colazione saluta se stessa sempre sorpresa, quasi compiaciuta di trovarsi così santificata, in alto, in un’immagine che benedice il focolare domestico. La sua foto, ma anche la sua reazione quotidiana, mi ha fatto pensare alle immagini dei pontefici che un tempo, ma forse anche oggi, addobbavano le case di molti, moltissimi italiani. Ricordo soprattutto i quadretti di Papa Giovanni XXIII, ma anche quelli di Giovanni Paolo II. Mi sembra di ricordare che entrambe le mie nonne avessero in casa immagini del “Papa Buono”, che tra l’altro è il primo a inaugurare un nuovo rapporto coi mezzi di comunicazione di massa, con la televisione, quindi con le immagine e con la propria immagine. Ora, essendo io portatore di una sensibilità lombrosiana, ingiustificabile certo, mi chiedevo stamani chi esporrebbe mai oggi in casa una quadretto di Benedetto XVI. Sono certo che ferventi papisti saranno in grado di andare al di là delle suggestioni superficiali, quindi profondissime, generate dalla fisiognomica, eppure…credo di non dire niente di originale, né di offensivo, se affermo che i tratti del volto che il cardinale Joseph Ratzinger aveva da prestare al Pontefice corrente, Benedetto XVI, non aiutano quest’ultimo a comunicare calore umano, empatia cristiana, afflato spirituale, compassione universale. Umanità.

C’è qualcosa dell’uomo-Ratzinger che rimane, permane e disturba la percezione (almeno per me) della pura entità morale rappresentata dal suo ruolo. (la meravigliosa imitazione, poi censurata, che ne faceva Maurizio Crozza evidenziava/ipotizzava proprio questi aspetti “umani”: vanità, egotismo, durezza, irascibilità…). Ricordo che mi interessò molto un documentario sulla sua giornata tipo in compagnia del famoso segretario Padre Georg (e chi ricorda quel frammento di blob, mai più riproposto in tv, dove la Signora Franca - moglie di Carlo Azeglio Ciampi - rimane stupefatta dal nome del segretario particolare appena pronunciato da Ratzinger: “Cioccio!!?? Come Cioccio?? Ah, Giorgioo!!- Sui mutamenti del rapporto tra satira e Vaticano negli ultimi anni si dovrebbe aprire una riflessione e una ricostruzione a parte). E mi piacque molto anche un bel documentario su una visita alla sua casa privata: l’anziano fratello sacerdote, il pianoforte nella villetta…Mi accorgo che periodicamente, in poesie o prosa, torno a parlare del Papa. E’ un personaggio interessante. E’ ancora possibile una valutazione puramente storico/teologica di un Pontefice, quindi affidata a teologi e storici della Chiesa, che non si intersechi o sovrapponga in qualche forma con un’analisi “mediologica”, quindi affidata a semiologi e mass-mediologi? Perché ricordo che porta scarpe griffate e predilige suonare Mozart al piano ma non so dire il titolo di una sua enciclica? Per penitenza comprerò un quadretto di Papa Benedetto XVI. Lo appendo in cucina, sotto al calendario con la foto di Sara che ci benedice col suo sguardo.

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Il diorama di Dio

28 Dicembre 2009

io playmobil

Non ho mai compreso il sarcasmo o il biasimo che si sono attirati addosso, nel corso degli anni, i plastici delle varie “scena criminis” proposti nella sua trasmissione da Bruno Vespa. Ho sempre trovato quei diorama, accuratissimi, la parte più riuscita e convincente dell’intera trasmissione. Forse l’unica. Tempo fa ne avevano discusso (dopo l’ultimo e controverso plastico in scena sul “caso Brenda”), con la consueta competenza semiologica, a TV Talk (trasmissione che seguo da sempre e che consiglio a tutti). I plastici di Vespa, mi pare dicesse il prof. Simonelli, sono una “messa in scena” al quadrato, essendo già la rappresentazione televisiva di per sé una sorta di “diorama” vivente della realtà, un duplicato verosimile e realistico del “reale”. Immagino che tra qualche anno tutti i plastici delle trasmissioni di Vespa potrebbero dare pure luogo ad una piccola attrazione turistica, una “Italia in miniatura degli orrori”, da visitare osservandola dall’alto. I diorama hanno per me, evidentemente, un grande fascino filosofico. La volontà di riprodurre, in scala ridotta, porzioni e rappresentazioni della realtà evoca, inconsciamente, la percezione della finitudine umana, noi “creature” in scala (a sua immagine?) rispetto a un “Creatore”. L’idea del “Grande Architetto” non è, in fondo, quella di una ferromodellista della domenica che, per passare il tempo e sconfiggere la noia, squaderna appunto il “Creato”? Tutti i diorama alludono, a mio parere, a questa dimensione incolmabile: facciamo modellini per esorcizzare la paura di essere, noi stessi, modellini, giocattoli, figurine. In un tripudio di presepi, ferrovie, bamboline, case di bambole, costruzioni lego et similia, riproduciamo la vertigine di creare e, soprattutto, controllare Mondi. Governiamo l’oscurità del Caos ricalibrando in scala, ridotta, il Reale. E la letteratura come diorama? Un’altra volta, prego. Torniamo ai plastici. Leggi il resto »

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Ac-cadde a Natale

25 Dicembre 2009

Il meteorite de “La Nona Ora”
prese la forma di una povera crista
in felpa rossa, che io ne ho una uguale,
lanciata a capofitto sul più alto in grado,
placcata dal gendarme ma tenacemente
fedele al suo intento, riuscito,
birillo tra birilli, stunt-woman,
tramite uno slancio ipertelico
altrimenti indistinguibile
dal comune fervore devozionale.

Lui cade a velocità doppia,
come trascinato da ingranaggio e inciampo,
e le mie orecchie drogate
da decenni di veleni sottocutanei,
ultra-liminali, quotidiane e settimanali
paperissime preserali e serali,
sentono ormai risate precotte
come mancanti pure
sul Presule abbattuto.

Poco dopo un automa perfettissimo,
estraneo il volto a qualsiasi forma
di emozione, rossore, patimento umani,
celebra, concelebra, benedice.

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La maschera insanguinata

13 Dicembre 2009

Chi si occupa di comunicazione farà a lungo i conti con la maschera insanguinata di Silvio B. che da questo tardo pomeriggio affolla le edizioni straordinarie e ordinarie dei tg. Chi si occupa di politica, molto meno. La smorfia di dolore era autentica, e il sangue pure. Il darsi di un’espressione autentica in una maschera è un problema filosofico, semiologico. Sulle prime ho dubitato fosse sangue vero. Ma il disappunto della maschera ferita appariva realistico. La maschera veniva incisa, e per la prima volta senza anestesie. I molteplici significati simbolici andranno studiati a lungo. Io consiglio fin d’ora agli studenti più accorti delle varie discipline universitarie legate allo studio dei mass-media di non sottovalutare l’idea di una tesi sull’episodio. Qualcosa di eccedente perfino la scarpa contro Bush, e neppure paragonabile a un “buffone” gridato fuori da un aula giudiziaria. Il gesto violento (da parte di uno squilibrato “in cura”) è certamente riprovevole, e auguro al Presidente del Consiglio una pronta guarigione esprimendogli sincera solidarietà cristiana. Ma il significato “estetico” del labbro ferito, del dente scheggiato, del naso rotto (s’inseguono bollettini medici via via più dettagliati col passare delle ore e io stesso, per scrivere queste mie riflessioni “a caldo”, certamente mi sto perdendo qualche speciale televisivo dedicato all’accaduto) procura un altro genere di sensazioni e riflessioni. La “maschera offesa” come realtà complementare della “maschera edificata”. Molto si è scritto sull’immagine di Berlusconi (e non mi stancherò mai di rimandare al saggio fondamentale di Belpoliti) e la mia impressione è che la smorfia di dolore sulla bocca insanguinata del Premier di stasera entrerà negli annali iconografici dedicati a inquadrare questo fenomeno estetico che ha, ahimè, dominato la scena politica degli ultimi 15 anni. Come reagiranno gli italiani all’immagine della maschera che sanguina? Quali foto verranno pubblicate dalla rivista Chi? E da Il Giornale? Ci sarà un colpo di Stato la notte di Natale, con un videomessaggio del Premier ancora incerottato? I quotidiani di domattina offriranno, di necessità, tutti, la maschera insanguinata come piatto forte del giorno. Ragionando in puri termini letterari e meta-letterari, come resistere alla sovrapposizione mnemo-retinica di certi fermi immagine di quel volto-maschera ferito e sanguinante (vedo lo statico dei filmati sul Corriere on line e Repubblica on line) con quelli cinematografici di un Hannibal Lecter?

L’episodio di questo pomeriggio non racconta niente della società italiana attuale (al massimo ci dice che la scorta di Berlusconi è scarsa, che i souvenirs del duomo di Milano sono pericolosi, che la rappresentazione della politica attraverso il sistema dei media fa molto male a chi ha già di suo problemi psichiatrici…). Le reazioni all’episodio, invece, e gli usi politici delle emozioni collettive, quelle sì, ci diranno nelle prossime settimane qualcosa di noi, della nostra maturità, della nostra debolezza.

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Amatevi negli etimi

13 Dicembre 2009

Amatevi. Abbiate il coraggio di essere felici, di essere amore.  Ma ti pare che il Natale sia solo un compleanno, per quanto Santo? Ma ce lo vedi Lui ad avere la presunzione di un festeggiamento globale e personalissimo per la Sua Propria Nascita? No, quello è un fatto. Per molti è IL fatto. Ma quel fatto è solo un riverbero d’Amore, energia che da sempre precede e che segue per sempre quel punto inventato sul calendario. Lo Zenith dell’Amore, il Sole trionfante recuperato come simbolo comodo, lo straniero al freddo, la comunità di pastori, gli ultimi che accolgono e accorrono.

Amatevi negli etimi. Abbiate sempre la curiosità di entrare nell’etimologia delle parole che usate come nell’etimologia delle emozioni che provate. C’è la “Messa di Cristo”, e c’è il Natale, giorno di nascita per eccellenza. Amatevi nel Natale, perché appartiene al vivente che spera, soffre, ama, trovare riparo in un amore incondizionato e improvviso.

Questo il mio piccolo contributo al PslA 2009 (il Post sotto l’Albero), la bella antologia di alto artigianato che Sir Squonk imbandisce dal 2004, puntualmente, ogni Natale. Il pdf è scaricabile qui, mentre nelle parole di Squonk si ritrovano tutti i moventi dell’operazione alla quale mi onoro di partecipare per la terza volta, camminando volentieri insieme a molti altri sulla “corda che fa da confine sottile tra divertimento cialtrone e molestia ridicola“.

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Librazioni

10 Dicembre 2009


Compra i tuoi libri da www.librazioni.it
Uno dei motivi di interesse nel partecipare al DigItal Cafè del Salone PiuLibri di Roma (ne approfitto per rivolgere un sincero ringraziamento a Marina Bellini e Maurizio Caminito per l’accoglienza e la disponibiltà)  è stato entrare in contatto con l’esperienza di Librazioni, raccontata da Francesco Mizzau subito dopo il mio intervento sul rinnovamento del sito di OXP. Mi sono precipitato ad affiliarmi a Librazioni. Traggo dal loro sito una descrizione del progetto:

Librazioni non è una semplice libreria online ma un sistema di Social Commerce dedicato al mondo dei libri e dell’editoria, un cantiere software per portare innovazioni nella promozione dei libri online. Oggi, sempre di più, i libri si cercano con i motori di ricerca, si scelgono leggendo i commenti e le recensioni sui blog e sui social network e si comprano online;  siamo tutti prosumer ovvero possiamo essere protagonisti nel promuovere le nostre idee e le nostre conoscenze nella rete. Librazioni è uno strumento per salvaguardare la varietà dei libri e delle idee, la bibliodiversità, la piccola editoria di qualità che non trova spazio altrove.

Ora non mi resta che sostituire tutti i link ai libri che ho recensito in questi anni con i banner generati dal sistema di Librazioni, e sperare che qualche acquisto venga generato da quel collegamento. Per chi scrive, per chi scrive di libri nel proprio blog ed è abituato a linkare molte schede di libri in commercio, Librazioni è un’idea semplicissima ed efficace per ricavare qualche soldino da questa abitudine. Qui tutte le spiegazioni.

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L’impossibile indifferenza

26 Novembre 2009

copertina de L'impossibile indifferenzaInizio a scrivere di getto, dopo la lettura delle prime pagine, e proseguirò così, per frammenti e illuminazioni via via che procedo, nel tentativo di raccontare gli effetti che su di me produce e produrrà la lettura della “quasi autobiografia” del prof. Francesco De Sio Lazzari, “L’impossibile indifferenza“, appena uscita presso Dante&Descartes. Non posso scriverne una recensione ma solo una “cronaca emotiva di lettura”, per il legame d’affetto, stima e amicizia che mi lega a Francesco. L’elemento del libro che per primo emerge è la mancanza di qualsiasi forma di messa in scena, o “in pagina”, di  se stesso da parte dell’autore; al contrario si manifesta plasticamente, nelle sue parole, e potentemente tutta la “testualità” della vita in sé, il suo essere letteralmente “tessuto”, textus, (di libri, relazioni umane, incontri, telefonate, abbracci, sorrisi, allontanamenti e riscoperte, amori, dolori, ferite, ricordi personali e altrui, casualità, fortune, sfortune, frammenti, viaggi, sensazioni, sogni, associazioni, condensazioni…). Leggi il resto »

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