Ogni volta che esco da questa piattaforma di pubblicazione, appare una scritta in giallo oro. Non ci faccio quasi mai caso. Si esce dal programma, si iniziano a chiudere rapidamente tutte le finestre aperte, si passa a fare qualcosa d’altro lontano dal computer. Pur cercando di resistere alla tentazione di ricavarne qualsiasi forma di bilancio esistenziale, la formula che viene condensata in quel messaggio d’uscita dalla piattaforma di pubblicazione mi è apparsa, improvvisamente e limpidamente, tanto perspicua e quasi iperdescrittiva di me stesso: scollegato con successo.
1. Scollegato con successo
30 Marzo 2007
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2. Interstate 35
30 Marzo 2007
Il 31 sono 35. Se a Dio piacerà moltiplicare quel bel numero primo, ci sarà pure un 31 da 62, e magari perfino un 31 da 93. C’è già stato un 31 perfettissimo, ed è stato quello in cui il 31 erano 31 (sorte che capita a tutti, e solo una volta nella vita, tranne a chi abbia per sé il 29 febbraio, perché nessuno ne avrà 29 il 29 febbraio). Certo c’è stato il 31 del primo, ad anche il 31 del terzo, ma non li ricordo proprio. E nemmeno ricordo il 31 del tredicesimo. E’ più facile che ricordi quel che passa in mezzo tra un 31 e l’altro, che quel che capitò in ogni singolo 31. A dirla tutta, il 31 m’ha sempre fatto simpatia: del resto va così, ci si affeziona anche, o proprio, a quel che di simbolico ci raffigura; e poiché pare quasi che ci somigli, ci sembra debba accompagnarci nella fortuna, almeno per quella Cabala in miniatura che sta riposta nelle nostre date private, nei giorni, nei mesi e negli anni. Dico trentacinque, da domani. Come una strada interstatale americana.
(mi accorgo che posso aggiornare, ormai, con lievi modifiche, ogni parola già scritta in passato. Vendo pensieri seminuovi, o usati pochissimo, questa è la verità)
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3. Es iz Amerike!
28 Marzo 2007
Chi ha un orecchio un poco allenato riesce sempre a sentire che le immortali melodie di George Gershwin sono state scritte, in realtà, da Jacob Gershowitz. Per i più distratti, invece, potrebbe essere interessante scoprire quanto della cultura artistica americana, dal secolo scorso fino ai giorni nostri (musicale, cinematografica, letteraria…), sia debitrice di una profonda e genuina radice ebraica. Per entrambi, l’allenato ed il distratto, risulta egualmente imperdibile la bellissima pubblicazione multimediale (libro+cd+dvd) dello spettacolo di Moni Ovadia “Es iz Amerike!” donatami da Nicoletta (sempre illuminata benefattrice dei miei ascolti). Da citare, sul tema, anche un altro bel libro : “Non solo Woody Allen. La tradizione ebraica nel cinema americano” di Guido Fink.
Una volta chiesero ai due fratelli Ira e George Gershwin cosa venisse prima nella stesura delle loro straordinarie canzoni, la musica o il testo. E i due risposero, all’unisono: “Il contratto!!”
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4. Ma quando arrivano le ragazze?
27 Marzo 2007
Ieri sera, prima di addormentarmi, ho avuto la fortuna di intercettare in tv, con un occhio ancora aperto, il film “Ma quando arrivano le ragazze?“, che mi ero perso al cinema, un paio d’anni fa, e che sapevo a priori mi sarebbe piaciuto molto. Perché mi piace molto la poetica di Pupi Avati, perché mi piace moltissimo il jazz, perché sono stato un adolescente che suonava il saxofono e perché mi è costato un poco (o non poco) capire che quello non era il mio talento più proprio. Una volta dovrei decidermi a raccontare, cioè a raccontar-mi, una volta per tutte il mio rapporto col suonare e con la musica jazz.
Del film (anche in dvd) segnalo, inoltre, l’ottima colonna sonora firmata da Riz Ortolani e Giovanni Tommaso.
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5. Persistenza di presenza
27 Marzo 2007
Arrivo a casa, in auto, dopo la piscina. Allungo il giro solo per verificare la persistenza della presenza, o la presenza dell’assenza. Rallento, mi fermo sul dosso a strisce frenatraffico, testimonio la persistenza del Monumento all’Attesa. Anche oggi, ancora oggi, rimane incolmato lo spazio tra i due estremi dell’attesa. Sarebbe bastato accordarsi meglio con la Geofor, forse, e questo addensarsi di senso e simboli non si sarebbe prodotto. Il calendario di questa persistenza non è infinito, purtroppo; come finito è ogni calendario, del resto. Qualche vicino si lamenterà, qualcuno chiamerà o solleciterà il numero verde e, alla fine, il Monumento all’Attesa verrà smantellato.
6. Considerazioni sull’inattuale
26 Marzo 2007
Dal panorama indistinto dell’attualità emergono, ogni tanto, frammenti d’inattualità. Mi accorgo che sono frammenti che guardo sempre con tenerezza, quasi con struggimento, e che sono “inattuali” solo per un procedimento proiettivo, un “vedere come” simile a quello in atto con le bici infelici. Ecco che l’inattuale è, per me, il bancone cromato di un bar fuori dal centro. Di ogni bar periferico, di ogni bancone cromato che fu nuovissimo ed attuale solo negli anni Settanta o Ottanta, e per breve periodo, scorgo la dolente e malinconica “inattualità”. La mia “considerazione inattuale”, Nietzsche permettendo, è una specie di sentimento d’affetto verso tutto ciò che è superato, asincrono, demodé, fuori moda, fuori tempo massimo, inattuale appunto. Leggi il resto » Considerazioni sull’inattuale
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7. 1984
24 Marzo 2007
Troppi ricordi del 1984. Quindi troppe cose da raccontare. La memoria è selezione, e il racconto è selezione di una selezione. Dicevo che i miei anni Ottanta iniziano proprio con lo sfavillio della Olimpiade di Los Angeles. E’ la prima Olimpiade che ricordo di aver seguito con partecipazione, quella delle quattro medaglie d’oro di Carl Lewis. Eppure, ad Anni Ottanta inoltrati, c’è ancora un pezzetto di Settanta: è quasi Natale, e in galleria, su un treno, scoppia una bomba. Ricordo le dirette televisive, o meglio ricordo l’atmosfera che generavano sempre quel tipo di notizie. Mi viene in mente mia madre che piange. Ma era prima, era quasi estate. Piange perché è morto Enrico Berlinguer. Ricordo che non capivo bene perché piangesse. Eppure lo capivo. A partire da mia madre che piange per i funerali di Berlinguer, credo, si potrebbe scrivere a lungo sull’identità del comunismo italiano. Forse il comunismo italiano è stato un sentimento, più che un’ideologia. Almeno, io, nel mio capire e non capire perché lei piangesse per quei funerali, a 12 anni lo intuivo così: l’essere comunisti era provare certi sentimenti. Leggi il resto » 1984
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8. Parafrasi
24 Marzo 2007
“Uno scrittore molto più scarso di talento di me avrebbe pur sempre molto talento.”
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9. Aspettando l’assenza
24 Marzo 2007

Questa notte ha piovuto, la poltrona si è infradiciata. L’attesa simbolica, lo spazio logico e temporale che fa da intercapedine tra “presenza dell’assenza” e “assenza della presenza”, è ormai prevalente sull’attesa funzionale, vale a dire il giorno in cui lo smaltimento rifiuti passerà a caricarsela via. Nella logica del ready-made, che mi perseguita, il simbolismo ha già elevato per me quella poltrona a Monumento. Quindi, in quanto Monumento/Simbolo, non andrebbe più spostata da quella posizione e, anzi, preservata dal suo lento e ulteriore degrado.
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10. L’assenza di una presenza
23 Marzo 2007

(Pisa, Via Cei, 23 marzo 2007)
Scrivo quasi sempre soliloqui.
Cose che mi dico a quattr’occhi. (LW, 1948)
La tentazione ricorsiva, la tentazione della ricorsività seriale che è il vero volto di ogni tentativo di autoparodia riuscita, sarebbe ora quella di continuare a fotografare la poltrona vuota in attesa - la presenza di un’assenza - fino al giorno in cui non la porteranno via; cioè fino al passaggio all’assenza di una presenza. L’attesa è propriamente lo spazio di tempo tra questi due stati, coessenziali e coappartenenti.