La ripresa

Grazie all’intervento tecnico provvidenziale giunto dall’America, ma per l’ingegno tutto italiano del carissimo Camu, questo blog torna a vivere. E proprio nel mese più invivibile e interminabile dell’anno. Nel mese dell‘essenziale, che quest’anno non si terrà, per sua stessa contrazione ultima. E proprio quando mi sono deciso ad invitare qui a Pisa, per il prossimo autunno, tutti i vecchi “blogger” coi quali animammo (“splendemmo su Splinder…”) un social-network implicito ed esplicito alcuni anni fa. Il titolo dell’iniziativa è “Dica Trentatrè. Blograduno per reduci”, ed è stato trovato da Elena Franchini (l’era Facebook ci ha riportato a uno sportello d’anagrafe in base al quale da tempo non ci nominiamo più attraverso nickname o i nomi dei blog, alcuni dei quali non più attivi,  e io stesso non sono più per nessuno Giocatore o Player purtroppo, e nemmeno Coltisbagli…) sulla base della data palindroma (11/11/11) che ho scelto per la reunion. Verificare lo stato di salute (letterale e letteraria) di un manipolo di persone che si trovarono e riconobbero, nelle diverse affinità e nelle affini diversità, scrivendo in rete, nei rispettivi blog, per alcuni anni. Una stagione di giochi serissimi, in cui nascevano dai blog case editrici, e forme di scrittura collaborativa, e amicizie, e parentele. Il programma del blograduno per reduci è ancora in via di definizione.

Improduttività

Esistono forme di scrittura non pianificata, spontanea, rapsodica, la rete ne è piena; il rapporto tra quanto vado ancora scrivendo qui, un “qui” che negli anni passati era tema di concettualizzazione forte, e quanto viene assorbito dagli status delle reti sociali (pulviscolari, di necessità) è lo stesso che passa tra gli sms e la posta elettronica, forse. Alla fine mi accorgo di quanto sia stata improduttiva la mia scrittura di questi anni, proprio come cifra mia, specifica. Io tendo verso una scrittura improduttiva, frammentaria, dispersiva. Se a volte il progetto, la cornice, così mi è stato fatto notare, ha avuto una funzione rassicurante e sovrabbondante rispetto ai singoli risultati che andavo scrivendo (poesie, frammenti, progetti abbandonati, autopromozione di sé sempre fuori scala, fuori obiettivo, fuori-fuoco), l’attendere da me stesso il salto (di qualità, di quantità?) è una specie di alibi che permanentemente sposta in avanti, nel futuro, una qualche forma di “realizzazione di me”.

Dispersivo e divagante, inconcludente, le cose “migliori” che ho scritto (forse) stanno sparse, regalate, dedicate, inedite, in monologhi e poesiole. Nei progetti incompiuti, quindi. In corso. Dissestàti. Nel “dissesto”, nel “gratuito”, nella “inconcludenza” riconosco la mia cifra più autentica e sincera. Allora ritrovo quello che vorrei dire in un mio “status” di Facebook del 24 aprile scorso: A volte pensa, ma solo quando è molto stanco, che tutto questo sia solo l’eterna rincorsa a uno stare ulteriore, che è anche uno scrivere ulteriore, e che però il salto non arrivi mai, eterna rincorsa di un salto che non arriva e al quale si potrebbero dare molti nomi diversi, come il diventare chi si è e non chi si potrebbe essere, o il trovare la parola che ti fa smettere di pensare. L’incompiutezza come forma di compiutezza paradossale.

Responsabilità

Nel momento in cui scrissi, per mandare nella memoria personale e profonda quella vicenda, la poesia “Il quinto”, gli ultimi due operai coinvolti dal rogo della Thyssen non erano ancora morti. E la poesia alludeva proprio alla loro possibile fine. Alla fine furono sette i morti ustionati. Ieri, dopo 3 anni, è stata emessa una sentenza importante, che spero costituisca un precedente concreto e che arrivi ad agire là dove non agiscono a sufficienza le leggi  – pur presenti e molto articolate – sulla sicurezza sul lavoro: la Corte d’Assise di Torino ha condannato a 16 anni e mezzo per omicidio volontario l’amministratore delegato della ThyssenKrupp, Harald Espenhahn. (vedi articolo da Il Corriere della Sera). L’equiparazione a un omicidio volontario ci porta davanti agli occhi, in tutta la sua portata, il tema della responsabilità. La straordinarietà della sentenza ristabilisce, in realtà, un principio di giustizia e di logica propri del senso comune: essere responsabili delle scelte che volontariamente si compiono. E se tu non metti in sicurezza una fabbrica perché tanto sai che tra poco la chiudi, volontariamente metti a rischio la vita di chi, nel frattempo, sta e lavora dentro quella fabbrica. Senso comune e logica non sono straordinari, mentre le sentenze che si adeguano alla logica e al senso comune spesso diventano straordinarie, e storiche.

Per Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo, Bruno Santino e Antonio Schiavone.

La casa-corpo

HOME SLICE by Scott CVisito case da abitare come si provano giacche usate, cercando la misura dei movimenti, provando il tessuto, tentando d’indovinare la vita e le energie lasciate lì dentro da chi l’ha indossate prima di me. Ecco che ritorna, in questo breve appunto destinato a svanire nel flusso dei messaggi di status, la metafora della casa-corpo. Le case sono corpi, esoscheletri aggiuntivi, non tane o ripari, ma organismi viventi e autonomi – o simbiotici – che rivestono, come derma supplementare, i loro abitanti. Abitante e abitato diventano simultanei l’uno per l’altro e biunivoci (abito una casa che mi abita, come un “abito”, appunto).

In letteratura si potrebbero rintracciare tutti gli usi espliciti e impliciti di questa metafora della casa-corpo, e il primo nome che farei è sempre quello di Kafka, per certe soffitte de Il processo, per La Tana, per tutta una sua “poetica abitativa” angosciante e fortemente simbolica (la casa dello zio d’America in “America” e molte altre occorrenze di case che sarebbe bello mettere insieme in una tesi di letteratura/architettura).  E mi viene in mente, in piccolo, che nella narrativa dell’amico Luca Ricci la figura della casa-corpo è pure ricorrente, vedi ad esempio la sua prova drammaturgica del 2007 “Piccola certezza“, ma è presente spesso anche nella sua raccolta “L’amore e altre forme d’odio”.

Nel gennaio del 2005 avevo realizzato una serie di foto di case proprio a partire dall’idea di casa-corpo (Progetto Via Garibaldi). All’origine di questa metafora, che nel linguaggio comune conserva usi piani  (“il corpo di una costruzione”) sta, io credo, l’immagine contraria. Vale a dire l’idea platonica (nel Cratilo) del corpo come “prigione” dell’anima, attraverso il gioco linguistico tra “sóma” (corpo) e “séma” (segno ma anche tomba). All’origine vi è questa immagine, quindi, del corpo come “abitazione”. E non sto a citare qui tutti i passi in cui San Paolo parla del corpo come “tempio”, quindi usando altra metafora “edilizia” che attraverserà in modo significativo tutto il cristianesimo. Perciò, penso, vale anche l’inverso: le case sono corpi. Non so avventurarmi nei principi della bio-edilizia né del Feng-shui (che mi sembra contenga comunque elementi suggestivi e sensati), ma coltivo l’idea delle case-corpo, vive.

Così, visitando recentemente alcune case, so benissimo che dovrei concentrarmi nell’analizzare elementi unicamente razionali e visibili (umidità, caldaia, sanitari, difetti nascosti, esposizione alla luce, costi…etc.) e invece finisce sempre che mi distraggo a cercare l’invisibile, le energie “buone” o “negative”, le sensazioni di futuro o di passato, “l’indossabilità” delle stanze rispetto all’umore e alle situazioni, cercando di “decifrare” la casa come organismo senziente, struttura animata; sono sensazioni sfuggenti e di difficile verbalizzazione ma, credo, comprensibili per tutti, sensazioni “irrazionali” che fanno la differenza, in molti casi, e ci accompagnano guidandoci nello scegliere dove andare ad abitare.

(l’immagine “Body House” è tratta dalla galleria “Home Slice” di Scott. C )

Gli acrobati non stanno in cantiere

Disattenzioni, e attenzioni,
mal valutare le profondità,
la luce-uomo, gli spazi,

pesi, altezze, resistenza dei materiali,
angoli, inclinazioni,
i cantieri non sono piazze di circo,
tendoni scoperti e senza protezioni
non devono esserci acrobati senza rete,
domatori di gru, trapezisti senza trapezio,
funamboli sul filo, carpentieri che rischiano
il loro “carpe diem”,
il cantiere non è un gioco d’azzardo,
un tavolo da gioco con una posta troppo alta,
chi più rischia meno guadagna,
e quando perdi…perdi la vita,

il cantiere non è un arcipelago
di isole sorde e d’ingranaggi al sole,
di ferri vecchi che non arriveranno alla pensione,
il cantiere non fa spettacolo,
nessun biglietto da pagare
per quelle vertigini,
per tutto il rischio non calcolato,
non c’è gioco di prestigio,
nessun “Opplà”, nessun “et voila”, nessuna suspence
del rullante nell’attesa del triplo salto
mortale, quando è davvero mortale.

In cantiere, dopo, non entrano i clown
a coprire lo spavento,
rimane la macchia rappresa
sulla terra, sul ghiaino fine, sulla sabbia, sulle travi,
perché gli acrobati non stanno in cantiere.

Gas Station Night

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Perché ci attirano tanto, come lampade per falene o per anime in pena, queste isole di luce bianca piantate in mezzo alle ore più primitive della notte, tra l’una e le quattro, scintille di fosforo delle tangenziali, dell’extra-urbane, delle provinciali, di ogni strada che si faccia carico, per noi, di attraversare il nulla? Perché quelle luci che mettono a giorno piazzali deserti, “gas station night”, hanno il potere di funzionare, come raggi-x, da lampade rivelatrici della felicità e dell’infelicità di chi vi si sottopone o soltanto vi si avvicina?

Nel progetto di scrivere una poesia che condensasse in parole l’atmosfera ipnotica e rarefatta delle luci dei distributori che si incontrano in auto di notte, atmosfera “hopperiana” per certi aspetti (vedi la luce del suo celebre bar; singolare, poi, che un amico mi abbia citato proprio una “gas station” di Hopper per commentare su Facebook la mia foto notturna, senza aver letto questa mia riflessione) e prima di fotografare autonomamente qualche reperto significativo (proposito abbandonato dopo il primo scatto, qui sopra, poiché occorrerebbe attrezzatura fotografica apposita), ho iniziato la mia solita e propedeutica ricerchina in rete, partendo da una stringa testuale su flickr, “gas station night”. I risultati sono già molto buoni, e perfettamente centrati su quello che vorrei, poi, riuscire a rendere a parole.

L’atmosfera iper-realista che caratterizza queste luci notturne di distributori è stata resa perfettamente, e non a caso, da alcune sequenze, vado a memoria, del primo Toys Story: quindi realtà virtuale, digitalizzata, più vera del vero. Vale a dire, la finzione patinata e plastica dell’animazione digitale rende con perfezione fotografica una qualità di luce (plastificata e irreale, perché troppo reale) quale quella delle illuminazioni notturne dei distributori. La foto di un distributore notturno dal vero e di una sua eventuale modelizzazione 3D sono, per me, indistinguibili

Per un “mantra” dei diritti

…la collettività (il coro) deve riappropriarsi dei concetti che la retorica ufficiale gli propone, e ricordarglieli, ripeterglieli, come una specie di mantra, che disturbi l’ufficialità, interrompa i discorsi di rito, gli ricordi che quelle parole (diritto, salute, responsabilità, sicurezza, formazione) sono valori fondamentali che contribuiscono a dare senso al tema “sicurezza sul lavoro”. Non c’è diritto senza salute, non c’è salute senza sicurezza, non c’è sicurezza senza responsabilità e formazione. Le voci sole sono come “fantasmi” che raccontano di sé, una o più testimonianze da inserire, come stacco drammatico che richiama alla realtà, cruda, fattuale, concreta, sia la retorica del conferenziere sia  la presa di coscienza civile della collettività  rappresentata dal coro…

Don Celzani è Mr. Hyde

Stevenson mentre scrive a De AmicisCarissimo Edmondo,
non posso che complimentarmi con voi per il brillante nascondimento di uno dei temi letterari a me più cari e miei propri, il doppio, all’interno di questo vostro romanzetto traballante. E se ve lo dico io, credetemi, potete fidarvi: il mio nome, infatti, e il vostro risuoneranno un giorno in modo alquanto differente nella storia della letteratura mondiale, quindi conservate gelosamente questa mia missiva, ché è di gran valore.

Orbene, il vostro Don Celzani è certo un Hyde in sessantaquattresimo, cioè non si “cela” tanto bene quanto il mio “nasconda”: questo pretino, intimidito e goffo, che serba in sé il doppio dell’amante appassionato, suvvia, l’omuncolo che nasconde e occulta, per usare le vostre parole un “temperamento fisico vivacissimo, una forte sensualità contenuta” è sicuramente parente degli istinti primordiali repressi che ho voluto incarnare, certo con ben altri risultati artistici, nel mio Hyde. Il mio nanetto violento e irascibile è forse per segrete vie parente del vostro curato invaghito dell’amazzone, ma le distanze tra noi due, collega, rimangono siderali. Una sola cosa vi concedo: il mio dottore Jekyll, per liberare la sua natura propria, deve drogarsi a più riprese e con un intruglio sempre a rischio di riproducibilità e di ritorno dagli inferi del subconscio (che ho scoperto io, sia chiaro, mica quell‘austriaco cocainomane), mentre a voi italiani, doncelzani tutti invero un po’, mammoni, ipocriti e baciapile, per scoprire chi davvero siate può bastare a volte solo l’innamorarvi. Quando ne abbiate, nella vita e almeno una volta, la fortuna.

Vostro
Robert Louis Stevenson

Voci dal sottoscala

Divertimento per tre voci femminili (per Marlene, Lisa, Rosa), variazioni pop-up su “Amore e Ginnastica” di De Amici

M. Guardala, guardala, come è impettita…. (quasi sibilando, e strizzando gli occhi, acida)

L. …e quei vestitoni neri neri…una badessa, ecco la sacerdotessa delle ginnastiche moderne… (sarcastica)

R.  zitte, per carità, zitte (sottovoce)…che non ci senta il suo spasimante, Dio abbia compassione del suo povero cuore… (quasi ridendo)

M. (cantando) …Vorrei baciar i tuoi capelli neri, o mia Pedani dagli avambracci alteri…

L.   E’ una spartana senza cuore, col cuore di uomo…

R.   L’ho sentita io con le mie orecchie dire queste stesse parole: “Ho il cuore di un uomo…” (precipitosamente, si sovrappone alla voce precedente)

M.   Difatti: vive con una donna…(sdegnata)

L.  Quella Zibelli, che damina…

R. Scrive poesie, fa l’innamorata…ora poi, che s’è riappacificata con l’amica…

M. Ferme, ferme!! Passa il pretino! S’è rotto la testa il poverello! (con crudeltà, quasi cinica)

L.  (sempre sulle note di “Vorrei baciar i tuoi capelli neri…) Se Don Celza-ni la tes-ta s’è ro-tta, da com-pa-ssio-ne la Pe-da-ni è mo-ssa…

(tutte e tre ridono) hihihihihihiihihihihihihihhihihiih

M. IRREMOVIBILE, ma l’avete sentita come gli aveva risposto!?

R. Sì, del resto si sa: le statue sono I-R-R-E-MO-VI-BI-LI… (scandendo molto, marzialmente ginnica)

(Tutte e tre all’unisono, sulle prime note de “La donna è mobile”)
I-rre-mo-vi-bile, qual piu-ma al ve-e-nto…hahahahahahahahahahahahaa

Bolle

presentazione antologia BolleLa presentazione dell’antologia Bolle, ieri, nella biblioteca del Monastero di San Giovanni a Parma, è stata una bellissima esperienza. Inaspettatamente arrivato tra i nove finalisti del concorso annuale di Tapirulan, mi sono goduto la lettura delle poesie selezionate per l’antologia, voci, persone, vissuti e stili diversi tra loro ma tutti molto interessanti, appassionati. Parma era accogliente, gaudente e iperaffettata (nel senso gastronomico del termine) come nel migliore stereotipo che ne coltivavo, ed è bello quando uno stereotipo semplificatorio di una realtà complessa ti viene confermato e amplificato dalla realtà stessa (vedi foto). Ma il pomeriggio di ieri sta, soprattutto, nell’entusiasmo autentico degli organizzatori e di tutti i componenti della Giuria (per tutti, un grazie particolare al prof. Paolo Briganti, che ha letto magistralmente la mia “Ode all’ago magnetico”, e a Mirella Cenni che ha letto “L’estate come grammatica”) e dell’Associazione Tapirulan, capaci di portare avanti iniziative, idee, progetti originali e di qualità. Qui l’elenco dei vincitori e dei finalisti. Qui l’elenco dei fotografi presenti nell’antologia. E un grazie a chi ha condiviso il suo tempo con me ieri.

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