Sonni immobili

Scrivo di te che dormi sulle mie gambe
e scrivo su di te, che dormi
sulle mie gambe, tenendo
il quaderno poggiato sulla pancia.

La coscia destra, la mia, persa
ogni sensibilità dall’essere cosa viva,
ti regge la schiena stesa,
la testa affondata nel cuscino giallo
acciambellato a mezza luna
intorno a te.

I tuoi sonni, attesi più del pane
quotidiano del Padrenostro,
mi fanno statua di sale, di cera, treppiedi,
supporto inanimato della tua comodità,
del tuo riposo fragile.

Mi faccio equilibrista dell’immobile,
manichino vivente per te
e aspetto che tua madre passi
a lanciarmi un soldo in mezzo ai piedi,
come si fa per strada, con le statue umane.

Kàkis

Attendiamo l’estruso
come oro colato
per ogni intera giornata,
verificatori del mini-intestino
in funzione regolata.

Attendiamo la miniatura
del prodotto interno lordo
sbucare dal buchino
e ne esaminiamo  forma,
colore e consistenza.

Infine, esultiamo:
“L’artista l’ha fatta! Ed è bellissima.”

Mani

Sara e Matteo

Non avevo mai dato troppo peso e senso all’espressione “Avere il futuro nelle proprie mani”. Prima di adesso.

Non conseguito silenzio

Giace sul mio comodino una copia di Conseguito silenzio di Paul Celan, preso come libretto di lettura estiva tempo fa.  Ieri sera lo guardavo, mentre davo il biberon a Sara, sepolto sul comodino da una serie di oggetti: un ciuccio in caucciù, un ciuccio in silicone con coperchietto, un tovagliolino di carta intatto, due tovagliolini di carta stropicciati con residui di latte. Una sera ho iniziato a leggerne qualche pagina, ho pure letto a voce alta a Daniela una bellissima poesia che Celan dedica alla morte. Poi ho guardato i ciucci, ho guardato Sara, e ho capito che non è il libro adatto da leggere per questa estate.

Vezzeggiativi in corso d’uso

La mia pupis (poupées), la mia simmy (la mia scimmietta), la mia kàkis (produttrice di kàkis, cioè cacca), la mia chiocciolina (colei che ama acchiocciolarsi in braccio a me), la mia sudaticcia, la mia dolcezzina, la mia bellezzina, la mia indianina della tribù delle manine sudaticce, la mia mumis (colei che mugugna e piagnucola: mhu…mhu…), la mia panciona, la mia bombolina di gas (vedi meteorismo del neonato), la mia stellina, la mia mini-missy (perché Missy viene chiamata da me la madre), la mia pupilla, la mia super-sarettina e molti altri ancora…

(so che tra qualche mese dovrò interrompere qualsiasi storpiatura linguistica nel rivolgermi a Sara per non inquinarne l’apprendimento. Per il momento mi abbandono ad ogni sorta di vocetta e storpiatura lessicale)

E il giorno è di nuovo qua

Quando, tra le 4 e le 6 del mattino, mentre massaggio la pancia della bestiolina, svegliata dall’evacuazione delle sue ariette intestinali, cercando di riaddormentarla vedo filtrare dalle righe della tapparella le “prime luci dell’alba” (espressione che fino a poco tempo fa non aveva alcun contenuto esperienziale per me, insieme ad altre espressione del tipo “cuore della notte“) mi vengono sempre in mente le parole di una canzone di Piovani-Cerami che spesso uso come ninna-nanna:

la luna lo sa la luna lo sa
ma non lo racconterà
e senza un perché e senza un perché
lei dorme vicino a te
i galli al mattino cantano
e il giorno è di nuovo qua
ma il compito della luna chi lo sa?
(tratto a Canti di scena)

Andavo a cento all’ora per trovar la bimba mia

Appurato che la mia velocità di ritorno a casa, bici o macchina che sia, è direttamente proporzionale alle urla piangenti di Sara, veicolate dal cellulare della con-sorte, credo ormai di essere in grado di stilare una tabella di conversione tra manifestazioni della bimba e disponibilità all’accudimento.

- 1 sorrisetto involontario condona 1 ora di sonno notturno perso per lei;
- una serie (2-3-4) di sorrisi involontari condona fino a 5 ore di sonno perso;
- 1 sorriso volontario condona 1 pannolino colmo di liquami beige;
- una serie di sorrisi volontari ( o anche apparentemente tali) cancella  fino a 5 notti insonni e  2 pannolini radioattivi.

 
p.s. per chi fosse arrivato qui cercando notizie sulla nota canzone di Gianni Morandi, posso dire che è un brano del giugno 1962, un twist che resiste nei decenni, e di cui google conserva tutte le tracce del caso.

Il Kairòs della ninna

Ci sono momenti particolarmente densi di senso, o pieni di grazia, e sono quelli in cui Sara dorme beata tra le mie braccia. La pancia è piena, i gas evacuati, il pannolino lindo, gli occhi chiusi, le braccia abbandonate, i tratti del viso distesi, le gambette molli. Le faccio da culla con le braccia, la riscaldo, l’accolgo in quello che mi si presenta come un tempo sospeso e perfetto. Oggi ripensavo al nome da dare a questi momenti e mi è tornato in mente il termine greco “kairòs“, il momento propizio, giusto, opportuno. Tutto sta nell’accorgersi di questi momenti opportuni, pieni di senso, pieni di grazia, quando si presentano nelle nostre vite. Il tempo si ferma quando Sara dorme tra le mie braccia. Ma, propriamente, sono io che dormo tra le sue, perché è il suo sonno disteso che mi spalanca il kairòs, mi regala la totale serenità, la compiutezza dell’attimo perfetto, a-temporalizzato, tra una veglia e un pianto, tra un pianto e un pasto. Lei dorme, e io la guardo che dorme, senza tempo, e lei dorme dentro momenti pieni di senso e di grazia, sospesi; ed entrambi rimaniamo sospesi nelle braccia di un kairòs, tempo che ci accomuna e che scaturisce dall’incontro delle mie braccia con il suo sonno, o con il suo pianto.

(oggi prima visita nell’ambulatorio pediatrico. In un mese è cresciuta di un chilo e cento grammi e di 5 cm. Cresce sopra la media. Cresce bene.)

Non ti farai immagini

Ieri pomeriggio la dvdcam acquistata per immortalare i primi giorni di vita di Sara – che oggi compie un mese – si è autodistrutta in un tilt che ha cancellato 30 giorni di riprese video. Allora ho pensato al monito del comandamento del titolo. E ho misurato il disappunto, smisurato, della perdita dei file video. Poi mi sono accorto che avevo ancora con me due cose essenziali: l’originale protagonista dei file video perduti e le emozioni vissute registrando le immagini perse. Mi sono consolato; ho ripensato al comandamento come ad un invito a non delegare ai moderni idola della memoria digitale i nostri vissuti più rilevanti. Domani, comunque, faccio causa alla ditta della dvdcamera e al negozio che me l’ha venduta.

C’era una volta la notte

No, non quella di Antonioni. E nemmeno quella di Vivaldi (che in musica certi concetti si esprimono meglio). La notte, per me, era una parte della giornata destinata al sonno e al sogno. Sette, otto ore di sospensione dalla realtà spese nella comodità del letto, con due cuscini (per le fasi di sonno su un fianco) ed uno solo a sottiletta (per le fasi di sonno prono). Molto raramente ho avuto periodi di risvegli notturni. Di solito intorno alle 23, tutti i giorni, me ne andavo a dormire; leggevo qualche pagina, guardavo qualche ultimo battibecco in tv, spegnevo la luce sul comodino intorno alle 24 per riaccenderla, tutti i giorni, poco dopo le 7. Tutto questo non esiste più. Read the rest of this entry »

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