
Gli imballi dei regali ricevuti ingombrano, il giorno dopo Natale, nella mattina del protomartire solitamente, tutti i cassonetti delle città. C’è questo senso di residualità, di liberazione, di scarto (scartare i regali, e i regali come generatori di “scarti”, imballi, cartoni, carte regalo, buste, decori…) come di un grande rutto liberatorio dopo il consumo, alla fine del rito, alla fine di tutti i riti. La retorica anticonsumistica, che un tempo era appannaggio solo delle grandi chiese (comunismo pauperista e cattolicesimo) oggi abbonda sia sulla bocca di noi poveri consumisti (poveri in senso tecnico, statistico) ed anche nelle dichiariazioni surreali di alcuni parlamentari intervistati sul tema (leggevo giorni fa, il tale che dice, contrito, di avere donato quest’anno, in virtù della crisi, regali “economicamente meno impegnativi”, l’altro che lamenta l’assenza delle vacanze sulla neve, l’altro ancora che fa beneficienza, quello che si limiti ad offrire un brindisi…) tutte improntate ad una nuova “sobrietà”.
Continuo a trovare nei rifiuti, nella loro osservazione, nell’autopsia fotografica, il miglior modo di decifrare il presente: dimmi cosa butti via e ti dirò chi sei. La mia personale “Waste Land” prosegue, tra biciclette prima e scarpe poi, poltrone e televisori, con gli imballi dei regali dopo le feste. Cartoni che a me capita di riciclare in casa, a volte, facendone castelli e case e costruzioni. Viceversa, dopo Natale, ci affrettiamo tutti a liberare i tinelli e i salotti da questi ingombranti involucri, sui quali si è posata per qualche istante la stupefatta felicità dei nostri figli. E io temo sempre che, nella fretta con la quale ci liberiamo di quegli imballi, possa andare persa anche un po’ della felicità stupefatta che a quei cartoni è rimasta appiccicata addosso.



