Gli scarti di Natale


Gli imballi dei regali ricevuti ingombrano, il giorno dopo Natale, nella mattina del protomartire solitamente, tutti i cassonetti delle città. C’è questo senso di residualità, di liberazione, di scarto (scartare i regali, e i regali come generatori di “scarti”, imballi, cartoni, carte regalo, buste, decori…) come di un grande rutto liberatorio dopo il consumo, alla fine del rito, alla fine di tutti i riti.  La retorica anticonsumistica, che un tempo era appannaggio solo delle grandi chiese (comunismo pauperista e cattolicesimo) oggi abbonda sia sulla bocca di noi poveri consumisti (poveri in senso tecnico, statistico) ed anche nelle dichiariazioni surreali di alcuni parlamentari intervistati sul tema (leggevo giorni fa, il tale che dice, contrito, di avere donato quest’anno, in virtù della crisi, regali “economicamente meno impegnativi”, l’altro che lamenta l’assenza delle vacanze sulla neve, l’altro ancora che fa beneficienza, quello che si limiti ad offrire un brindisi…) tutte improntate ad una nuova “sobrietà”.

Continuo a trovare nei rifiuti, nella loro osservazione, nell’autopsia fotografica, il miglior modo di decifrare il presente: dimmi cosa butti via e ti dirò chi sei. La mia personale “Waste Land” prosegue, tra biciclette prima e scarpe poi, poltrone e televisori, con gli imballi dei regali dopo le feste. Cartoni che a me capita di riciclare in casa, a volte, facendone castelli e case e costruzioni. Viceversa, dopo Natale, ci affrettiamo tutti a liberare i tinelli e i salotti da questi ingombranti involucri, sui quali si è posata per qualche istante la stupefatta felicità dei nostri figli. E io temo sempre che, nella fretta con la quale ci liberiamo di quegli imballi, possa andare persa anche un po’ della felicità stupefatta che a quei cartoni è rimasta appiccicata addosso.

Mater semper certa est

Vado, giorni fa, alla segreteria didattica della scuola di Sara. Devo ritirare un certificato, che mi serve per i giorni di permesso presi durante il primo periodo d’inserimento di Sara nella nuova scuola. Gli orari della segreteria non coincidono mai con quelli della mia uscita dal lavoro. Accordi telefonici vari e troviamo un pomeriggio in cui posso passare a ritirare questo agognato certificato. Le segretarie rientrano da una pausa, è primo pomeriggio e prima di passare a prendere Sara a scuola riesco ad andare alla sede della segreteria. “Mi dice il cognome?”, chiede una delle segretarie. “Ci siamo sentiti al telefono, PELLITI”, scandisco io come di solito si fa col proprio cognome, il mio poi in particolare, martoriato com’è  da varianti di doppie elle e doppie ti, a seconda delle anagrafi e dell’orecchie dell’ascoltatore. “Ah, ecco, sì, è pronto. Se vuole controlli che sia tutto a posto…”. “Ma no, sicuramente va bene. Comunque, per sicurezza, già che me lo dice…” replico io vincendo anche la naturale educazione che tratterrebbe il gesto come indice di una qualche mancanza di fiducia, e strappo le graffette che tengono cucito il certificato:

“Il Dirigente scolastico, VISTA la richiesta del sig PELLITI etc.etc. SENTITE le insegnanti della scuola etc. etc.  nella quale risulta iscritta la bambina OLIVIA ****   Dichiara che etc. etc.”.  Ecco, per un secondo mi sono sentito padre anche di Olivia, e non solo di Sara. Olivia che non conosco e non ho mai visto, ma verso la quale, in quella frazione di secondo, ho subito provato simpatia e affetto. “No, guardi, c’è scritto un altro nome, vede?”, dico io tra il divertito, lo scocciato (già pensando di dover tornare una seconda volta alla segreteria) e il perplesso per la minorità mentale della segreteria tutta. “Mi scusiiii, è che ho fatto il copiaincolla di diversi certificati stamani, e allora, sa…”. “Non si preoccupi, so quali danni fa il copiaincolla”, replico io bonario, paterno (padre di Sara e di Olivia anche un po’, ormai). “Senta gliela ripreparo subito e la mando via mail, ma senza firma della Dirigente, va bene?”. “Ecco, grazie, così evito di tornare e spero la accettino al mio ufficio”. La vicenda è buffa, per me, e minima. E mi ha ricordato quel passo della Repubblica di Platone, che qui sotto vi ripropongo, in cui si teorizza la comunanza di donne e figli.  Sulla prima ho alcune perplessità, che mi pare inutile  esplicitare; sui figli, invece, qualche ragionevolezza forse rimane.

[457 d] – Queste donne di questi nostri uomini siano tutte comuni a tutti e nessuna abiti privatamente con alcuno; e comuni siano poi i figli, e il genitore non conosca la propria prole, né il figlio il genitore. – Questa norma, disse, assai piú dell’altra susciterà diffidenza, per la sua possibilità come per la sua utilità. – Non credo, risposi, che, almeno per quanto concerne l’utile, si contesterà che non sia massimo bene avere comuni le donne e i figli, sempre che la cosa sia possibile; ma credo che ci sarà una grandissima contestazione se sia o no possibile. [e] – Ambedue i punti, fece, si potranno contestare molto. [...] (Repubblica, 457d-e)

Ciao Olivia, mi mancherai.

Indicando l’indaco

Sara e io a San Terenzo

La cena delle medie

Tramite Facebook, che in questo caso funziona secondo il suo specifico originario, si sta organizzando una prossima cena con la classe delle scuole medie. Inaspettatamente, un intreccio fitto di messaggi e ricordi ha preso a circolare tra un piccolo nucleo di componenti della classe, contagiando via via un certo entusiasmo nella riscoperta di persone dimenticate, conosciute e riposte nell’archivio del vissuto, del passato. Ma vi è sempre, nelle nostre vite, una quantita di passato “che non passa”, che poi è il motivo del fascino esercitato dalle narrazioni che propongono mondi possibili e salti temporali (“Ritorno al futuro”, “Sliding doors” etc.) così come da quelle che si chiamano “ucronie“, invenzioni che, detto sommariamente, ipotizzano svolgimenti alternativi dei fatti storici. Incontrarsi dopo 25 anni espone certo al rischio di non riconoscersi, non riconoscere gli altri ma anche se stessi nel ricordo degli altri. Un po’ come accade al protagonista di quel film che cito sempre, soprattutto in questi giorni, dove Bruce Willis non riconosce il sé bambino che lo viene a trovare dal passato (film che già citavo parlando un giorno del matteo del liceo). Read the rest of this entry »

Il “monologo corale” de “Li Romani in Russia”

Sopra il “Palco della Memoria“, al Palazzo Mediceo di Seravezza, Simone Cristicchi ha dato una grande prova d’attore portando in scena il poema di Elia Marcelli Li Romani in Russia, un progetto lungamente coltivato, e ancora in fase di evoluzione e aggiornamento, che debutterà nel prossimo autunno sotto la regia di Alessandro Benvenuti. Simone ha ammutolito, commosso, divertito, entusiasmato un pubblico molto attento e per niente sorpreso nel ritrovare uno tra i più orginali cantautori italiani nelle vesti di un fante alle prese con la campagna di Russia e con la tragedia della ritirata tra le nevi del 1943. Simone, ormai, sorprende senza sorprendere. E’ il tema della credibilità. Non dell’impegno. La grande forza del testo di Elia Marcelli viene, infatti, amplificata dall’incontro con la voce (intesa sia in senso letterale sia in senso di “voce poetica”) di Simone, con la credibilità della sua voce. Read the rest of this entry »

Perché a noi delle poesie…

Esco a cena, in pizzeria, con una coppia di cari amici, Tiziana e Simone. Parcheggiamo a qualche passo dal locale, camminiamo conversando lungo il marciapiede, in via Cattaneo, a Pisa. E’ una sera di agosto, non troppo calda, non troppo umida. Una sera dove si cammina bene per strada, e si conversa bene camminando per strada, che la strada non ti sembra mai troppo lunga per quanto si sta bene a conversare camminando per strada. Di fronte a noi, in lontananza lungo il marciapiede, si avvicina a grandi passi un folle: un giovane folle, alterato. Alterato di sé, da sé, monologante ad alta voce. Giovane, pelato, vestito con una maglia chiara, sportiva, scarpe da ginnastica, jeans corti al ginocchio. Arrossato dal sole e ancor di più dall’essere folle, auto-alterato dal monologare concitato ad alta voce, quasi rabbioso nel suo itinerario, spedito lungo il marciapiede come un proiettile, folle, contro noi tre che procediamo lentamente, conversando, verso la pizzeria. Simone lo nota prima di me e Tiziana, si allerta. Il folle ci fa sempre allertare, per strada. Sono riflessi condizionati che abbiamo tutti quanti, meccanismi difensivi che si attivano spontaneamente; da un lato per istinto di sopravvivenza (valutare il più rapidamente possibile se una persona, un folle che ci si fa incontro, è potenzialmente portatore di pericolo per la nostra incolumità); dall’altro per esorcizzare il folle che sta dentro ognuno di noi, e rispetto al quale non sapremo mai sondare completamente lo spessore dell’intercapedine interna che ce ne separa, che separa noi stessi dal noi stessi-folle. Proseguiamo a conversare mentre il meteorite rosso e monologante si avvicina alzando la voce. In questi casi ognuno di noi aggiunge sempre un surplus di indifferenza a quella che abitualmente impieghiamo nello sfiorare gli estranei sui marciapiedi, ignorare un folle implica sempre quella specie di atteggiamento che si riserva ai randagi feroci: li si ignora con massimo impegno nella speranza di essere, a nostra volta, ignorati. Read the rest of this entry »

Unhappy meal

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Ormai so tutto dell’happy meal. Anni fa ci avevo scritto sopra una poesia*, una poesia anti-mcdonald che parlava proprio del cestino per bimbi, col giochino incorporato. E’ sempre stato troppo facile parlare male dei mcdonald. Esiste una letteratura sociologica, semiologica e antropologica cospicua intorno all’emmona gialla bovinocentrica. Senza citare quel film-documentario, “Supersize me“. Se cerchi mcdonald su wikipedia ci trovi pure citate le polemiche per l’apertura recente di una filiale a pochi passi dalla torre di Pisa. Ecco, io vado lì, da solo. Una volta a settimana. A volte due. E’ uno dei luoghi più tristi che abbia mai frequentato. Anche se so che è tutta una tristezza proiettiva, simbolica: sovrappongo al luogo la tristezza del motivo per il quale frequento quel luogo. Ormai so tutto dell’happy meal. E so molte cose anche sui frequentatori dei mcdonald. Almeno di quelli che incontro io lì la sera. Una sera c’era una ragazza obesa, in coda davanti a me. Ha preso un cheesburger, 1 euro. Poi l’ho osservata stazionare nella piazza fuori dal locale, inquieta, imbarazzata. E rientrare, per rimettersi in coda, dopo circa un quarto d’ora. Mi ha dato una forte sensazione di tristezza, e solitudine. Una volta avrei scritto la categorizzazione di tutti i tipi di clienti che ho studiato nel corso del tempo, ma ora sono molto stanco, mentalmente, e anche la scrittura ne risente. La tipizzazione mi rimane in testa e non finisce nella tastiera. Un domani, forse. Read the rest of this entry »

Passaggi a livello e livelli di passaggio

Che i passaggi a livello siano porte spazio-temporali disseminate lungo le campagne e le città lo avevano già descritto compiutamente Benigni e Troisi in “Non ci resta che piangere”. Valerio Magrelli, nel suo recente “La vicevita. Treni e viaggi in treno” (Laterza, 2009) dedica un capitoletto brillante alla metafisica dei passaggi a livello. Io incontro ogni giorno, nel mio quartiere, nel giro di poche centinaia di metri, un paio di passaggi a livello della linea Pisa-Lucca, residui di un’arretratezza infrastrutturale ferroviaria insanabile che, a dispetto di qualsiasi alta velocità, detta ancora dappertutto i tempi della lentissima mobilità urbana imponendo quelle soste “metafisiche”, appunto, che sono le attese ai passaggi a livello dentro le città, nei borghi, nelle frazioni, in aperta campagna. Trascrivo un brano di Magrelli per fare, in parte, mie le sue osservazioni pur non condividendone l’assunto iniziale:

Non è semplice enunciare le ragioni per cui i passaggi a livello mettano tanta tristezza. La prima cosa da capire riguarda l’angolatura sotto la quale intendiamo parlarne. Altrimenti detto: mettono tristezza se visti dal treno in corsa, oppure se contemplati dal basso, vuoi da una macchina immobile, vuoi dalla prospettiva del semplice pedone che aspetta di attraversare? (…) Eppure c’è qualcosa di ulteriore; ma cosa? Forse il contrasto tra la stasi e il viaggio, portato al suo punto estremo, antagonistico: l’invidia di chi resta verso colui che parte, e il rimpianto provato da quest’ultimo verso quelli rimasti. Ognuno vorrebbe trovarsi nei panni dell’altro, ma poi, alla fine, preferisce i propri. La divaricazione, qui, diventa insopportabile: tu costretto ad attendere perché il coglione passi, lui obbligato ad avvertire un immotivato senso di colpa per quei poveretti inchiodati in mezzo alla strada (V. Magrelli, La vicevita, pp. 96-97)

Ora, io credo che i passaggi a livello non siano ontologicamente tristi (e analoga convinzione, forse, stava anche alla base della ricerca fotografica di Eus, sulla cui poetica scrissi alcune osservazioni, vedi il Catalogo delle fermate non richieste, che anticipavano le domande che pone Magrelli), mentre condivido l’asimmetria tra stasi forzata e viaggio. Tornando dall’ufficio, questo pomeriggio, costretto all’ennesima sosta forzata al passaggio a livello di via di Gagno ho registrato il breve video che avete visto qui sopra. Chi abita un quartiere attraversato da passaggi a livello è addestrato da una ricca fenomenologia di situazioni con questo buco spazio-temporale. Alla fine sai a che ora passano i treni, sai come sincronizzare i tuoi spostamenti in auto, sai se i convogli sono in orario o in ritardo, se il locomotore è elettrico o diesel, o se passa un interminabile merci. Sai quanto gas devi dare alla tua auto rispetto alla distanza che la divide dal semaforo già rosso e dalle sbarre ancora, per qualche istante, alzate.  Ma è solo di recente che ho attuato una vera rivoluzione copernicana  – un livello di passaggio – nei confronti delle soste forzate agli attraversamenti dei binari interdetti: adesso spero di trovare le sbarre abbassate. Al mattino, alle 8  e qualche minuto, per salutare il treno con Sara, da dentro la macchina, mentre la porto all’asilo. Al ritorno dall’ufficio, se non ho motivi di fretta specifica per rincasare, proprio per godere della sosta forzata dentro a un “nulla”avvolgente, lo stop che assolve, autorizza, frena l’orologio del giorno.

Il percorso casa-asilo-parcheggio scambiatore-casa prevede, ogni giorno, 2 attraversamenti di 2 passaggio a livello: totale 4 possibili “buchi” temporali, soste forzate, minuti sospesi e irrecuperabili che, segretamente me lo auguro, mi manterranno più giovane. Come l’astronauta gemello lanciato in orbita nel famoso esempio della relatività.

L’intimità del distacco

C’è qualcosa, nel distacco, che unisce in un momento di grande intimità, compresenza. Lo penso, in generale, per ogni forma di distacco, distanza, separazione che unisce. E ci riflettevo, in particolare, per l’esperienza quotidiana dell’accompagnare Sara all’asilo. Dopo molto tempo – inserimento, vacanze, malattie plurime  – siamo riusciti finalmente a costruire un inizio di routine buona all’interno della quale, ogni mattina, l’accompagno all’asilo. Così, c’è una porzione di tempo un po’ sospeso, tra le 7 e 30 e le 8, nel quale ci prepariamo per uscire di casa, arrivare all’asilo e salutarci, segnata da una grande intimità padre-figlia. Che è di natura diversa, di segno differente, rispetto ad altri intensi momenti di intimità tra noi due (come certe fasi di gioco, o le coccole, o l’addormentarla la sera). E’ l’intimità del distacco. Ci vestiamo per uscire: ogni tanto lei fa “il bambolino”, cioè oppone resistenza passiva, ridendo, alla vestizione di piumino, cappello, sciarpa e guanti  abbandonando ogni parte del corpo, come un pupazzino floscio e inanimato, che così diventa di vestizione quasi impossibile. Poi ragioniamo sul clima, se fuori c’è il ghiaccio o meno sulla macchina, se troviamo pioggia o sole. Poi ragioniamo insieme sui gattini che incontreremo lungo il percorso con la macchina, e se avranno freddo, e se si scalderanno al sole o ripareranno dall’acqua, e se avranno fatto colazione o meno. Poi arriviamo all’asilo.

Il breve tragitto in auto insieme, dove parliamo di queste cose, è una primo “ambiente” dove si consuma l’intimità del distacco. All’asilo, in un corridorio/intercapide, si trova il secondo ambiente di distacco. Qui c’è la s-vestizione, il cambio scarpe/ciabattine, i saluti degli eventuali bimbi già arrivati e delle tate che si affacciano a vedere chi è arrivato. Poi c’è il momento dei saluti. Variabili, a seconda dei giorni. Poco pianto, nessun pianto, sorriso. Ecco, io sento proprio nel momento del saluto, cioè nel momento in cui ognuno di noi due è affidato al “suo” tempo (io a quello della giornata lavorativa, Sara alle tate – bravissime tutte – e alla socialità con gli altri bambini) una sensazione di grande unione e intimità tra noi due. Io la affido ad un ambiente e a persone di cui mi fido, lei si affida al fatto che mamma e papà torneranno a prenderla. L’intimità del distacco, quindi, riposa nella fiducia, nel sentire presente in sé la sensazione dell’altro (dell’amore, del legame, dell’affetto) proprio nel momento di separazione dall’altro. E’ una cosa che sento quando ci salutiamo, ogni mattina, con Sara, questo tipo di intimità.

Tante strade nella musica

foto di M. Giulia Berardi

La cosa più bella della prova di ammissione alle classi di saxofono, ieri a Livorno, era l’aula dove ci siamo ritrovati tutti, o quasi, ad aspettare di essere chiamati dalla commissione d’esame. Tra quei banchi e quelle custodie aperte c’erano tante storie diverse ed età molto differenti: ognuno con la propria passione, le proprie insicurezze, paure, speranze, le proprie scaramanzie. Imbracciavamo tutti uno strumento che amiamo: ci soffiamo dentro cercando di fare uscire qualcosa di noi attraverso suoni, melodie e provando, nella musica, a trovare parti di noi stessi. Ognuno con capacità e livelli tecnici diversi, perché nella musica ci sono sempre tante strade e tante anime differenti. Era bella quell’aula piena di storie così diverse, perché si respirava anche un po’ di complicità. Non era un’audizione, o un concorso. Cercavamo tutti una piccola conferma, chi per un corso di base, chi per il corso principale. La conferma che per ognuno di noi la musica ha uno spazio dove farci esprimere e che in ognuna delle nostre vite, a livelli diversi, c’è uno spazio per la musica.

Così, era bello osservare un padre che teneva compagnia alla figlia, alle prime scale, prima dell’esame; un marito e un figlio che sostenevano con lo sguardo una madre tesa, col saxofono al collo, che faceva su e giù per il corridoio; Franco che soffiava deciso dentro “Tenderly”; un ragazzo con la camicia arancione che faceva esercizi a velocità vertiginosa; la dolcezza composta (o la compostezza dolce?) di Anna con il suo Selmer più vecchio di lei; il bel vibrato di un signore che provava a portarci tutti “Oltre l’arcobaleno”, riuscendoci; il sorriso di Antonio che ci tranquillizzava scherzando (“suonate forte la prima nota…e poi l’ultima…;-).

Ieri, per la prima volta, ho anche provato una nuova sensazione dell’età adulta: sentivo che sarei stato più emozionato se al mio posto ci fosse stata Sara. Ero teso, sì, avevo un po’ paura di sbagliare, e non sono nemmeno più abituato a suonare davanti anche a solo poche persone, ma riuscivo a sentire un certo distacco da me stesso, dalle mie incertezze, e pure più controllo sull’agitazione. Sentivo che la musica, nella sua grandezza, aveva posto anche per un suo innamorato sincero, senza pretese, come me. Uno che, riprendendo a suonare, “da grande”, ha cercato solo di  riannodare alcuni fili della propria biografia e della propria anima.

Viva la musica che ti va, fin dentro all’anima, che ti va.
Penso di credere che finirò sempre per vivere di te
” (Paolo Conte, Dal Loggione

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