Il giorno di Ferragosto è il luogo ideale dove esercitare lo sguardo. Il giorno più vuoto del mese più vuoto dell’anno, è assimilabile a una “ucronìa”: il suo tempo è realmente alternativo al normale scorrere del tempo, è un non-giorno antonomastico il ferragosto, chiodo ferroso piantato sul calendario (così dicevo una volta). Ogni ferragosto mi mescolo ai turisti, con una maglia colorata, e faccio foto alla città in cui vivo, soprattutto alla piccola porzione di vicoli che circonda i monumenti, vicino casa, cercando di esercitare lo sguardo sul vuoto. Faccio foto col cellulare, senza nessuna abilità tecnica o velleità artistica, ma con una posizione teorica ormai piuttosto definita e consolidata negli anni: nel vuoto lo sguardo sovrappone meglio alcuni concetti alla realtà “percepita” e ne evidenzia altri, nascosti, astraendoli da particolari minimi e inosservati. E’ anche questo uno “scrivere l’essenziale”, perché la giornata del 15 agosto è realmente quintessenziale rispetto alla percezione del “Vuoto” e del Tempo che lo attraversano. E’ la giornata più inconsapevolmente “taoista” che abbiamo in Italia. Ed è in questo vuoto generatore e ascensionale che, non a caso, Maria viene “assunta” in cielo. E’ un vuoto che spinge, pneumaticamente, verso l’Oltremondano. L’urbanità, inoltre, diventa quinta scenica, bidimensionale (vedi anche l’episodio “In vespa” di Caro Diario, che è un paradigma efficace dell’attravesamento nel Vuoto ferragostano), schermo sul quale proiettare paure e desideri.
Dopo l’anno sabbatico, ritorna Scrivere l’essenziale, il concorso estivo giunto alla sua quarta edizione. Molte le novità di questo anno: nuova composizione della giura, uno sponsor munifico (Simplicissimus Book Farm), il ritorno della sezione dedicata alle foto, la pubblicazione in pdf (con isbn) di una Antologia dell’essenziale, a settembre.
Nel frattempo, in tempi di Facebook, il mio blog rimane indietro rispetto alla vita come anche i miei diari su carta nei quali, sempre di più, dell’essenziale che mi capita non si trova traccia.
Il contenuto di un proprio argomento, o tesi, o posizione che dir si voglia, può determinare in modo stringente il modo in cui tale argomento viene espresso, manifestato, sostenuto? Credo di sì. In altre parole: si potrebbe sostenere un certo relativismo dei punti di vista in una modalità manichea o marcatamente ideologica? Penso di no. Questo comporta una mia naturale tendenza, cioè un tendenza interna, determinata logicamente, a non contrapporre “frontalmente” quel che penso su enne tesi (scrivere, poetare, giocare, stare in rete, comportarsi, agire, dire, fare, baciare, lettera e testamento…) rispetto a posizioni alternative, anche fortemente alternative, alle mie.
Per natura non riesco a essere spontaneo.
(M.C. Escher)
E la prospettiva mi pare ancora quella dell’alternativa tra una certa “urbanizzazione” della scrittura ed una “selvatichezza” della prassi diaristica. Il che non vuol dire che le due cose non possano alternarsi, mescolandosi. L’impressione è che ci siano limiti interni e vantaggi in entrambi gli atteggiamenti. L’albero categoriale che mi viene in mente qui proseguirebbe, poi, con “sottrazione” e “accumulo”. C’è chi scrive sempre meno, e chi scrive sempre di più. Il che non vuol dire che chi sta scrivendo sempre di più non stia, invece, procedendo per sottrazione, e chi sta scrivendo sempre meno, al contrario, stia procedendo per accumulo. Infine, l’ultima coordinata, che ancora differenzia gli incroci possibili delle precedenti categorie, sta nel rapporto con il lettore: la forma del “soliloquio a quattr’occhi” oppure il modello “Speakers’ Corner“. Attualmente, per me, sono queste le tre coordinate attraverso le quali identifico le scritture che incontro sul web.
L’idea che il quintessenziale si dia come risultato di una ricerca, di uno sforzo ricompositivo, ma anche di un gioco di abilità, mi pare un trovata davvero geniale.
Grazie Matisse!
Le scuole ricominciano, si premiano gli scritti dell’essenziale, le bici continuano a conquistarsi la loro libertà attraverso l’abbandono: è sempre settembre.
Ho spedito questa foto (che risale all’agosto dello scorso anno) al concorso estivo di Samuele. (Pare che, per regolamento, debba fare pubblicità qui a Rebelio e ad Apogeo. Mi adeguo volentieri, perché la foto mi pare vincitrice a priori)
In cerca di una colonna sonora per l’Estetica dell’estate, ho trovato un brano suggestivo di Salvatore Bonafede, tratto dall’album “Ortodoxa“. Il brano s’intitola “Fellini” (ram) e racchiude, a mio orecchio, quel sentimento malinconico di “commiato” tipico della fine dell’estate - o dell’estate della fine, o dell’estate come “fine” -
Nella tavolozza di Georg Trakl l’estate è talvolta associata la colore “verde”. Ma è anche la stagione, così mi pare, dell’illusione: l’illusione che la vita possa riservare davvero qualcosa di “vivo”. L’estate ci illude salvo farsi poi “silenziosa” (”L’estate verde si è fatta /Silenziosa, il tuo volto è cristallo…). Quindi inserirei di diritto, nella “Estetica dell’estate”, l’analisi della poesia di Trakl “Sommersneige” (Declino d’estate) di cui riporto alcuni versi:
Inutile speranza della vita. La rondine
Già in casa si prepara alla partenza
E il sole cade sulla collina;
La notte è lì per fare il suo viaggio tra le stelle
(Sommersneige, da “Sebastian in sogno” in G. Trakl, Poesie)