Sullo streetviewing


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Prima o poi dovrò scriverla una piccola riflessione “filosofica” sulla street view di google, e gli interessanti riflessi sulla “privacy”. Per il momento mi accontento della posa di questa signora, con le scarpe da ginnastica per camminare comoda nelle strade del suo paesino, una mattina assolata, col viso rivolto verso l’alto, alla macchina fotografica telescopica sopra il tetto di un’auto, cristallizzata per sempre dall’obiettivo della google-car.

Come si chiama quella signora? Dove abita? Cosa pensa dell’onniscienza posticcia che ci dona la rete? E della plastificazione mummificante di queste foto? E del potere ipnotico e immaginifico che ci dona dirigere l’occhio mobile dello street view in luoghi mai visti così come, soprattutto, nei luoghi che meglio e più conosciamo? Chi non ha guardato almeno una volta la propria macchina parcheggiata, la propria casa in vetrina dentro il diorama tridimensionale di queste visione? Uno sguardo pietrificante sul passato. Ma il passato non è mai materiale pietrificato.

Gas Station Night

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Perché ci attirano tanto, come lampade per falene o per anime in pena, queste isole di luce bianca piantate in mezzo alle ore più primitive della notte, tra l’una e le quattro, scintille di fosforo delle tangenziali, dell’extra-urbane, delle provinciali, di ogni strada che si faccia carico, per noi, di attraversare il nulla? Perché quelle luci che mettono a giorno piazzali deserti, “gas station night”, hanno il potere di funzionare, come raggi-x, da lampade rivelatrici della felicità e dell’infelicità di chi vi si sottopone o soltanto vi si avvicina?

Nel progetto di scrivere una poesia che condensasse in parole l’atmosfera ipnotica e rarefatta delle luci dei distributori che si incontrano in auto di notte, atmosfera “hopperiana” per certi aspetti (vedi la luce del suo celebre bar; singolare, poi, che un amico mi abbia citato proprio una “gas station” di Hopper per commentare su Facebook la mia foto notturna, senza aver letto questa mia riflessione) e prima di fotografare autonomamente qualche reperto significativo (proposito abbandonato dopo il primo scatto, qui sopra, poiché occorrerebbe attrezzatura fotografica apposita), ho iniziato la mia solita e propedeutica ricerchina in rete, partendo da una stringa testuale su flickr, “gas station night”. I risultati sono già molto buoni, e perfettamente centrati su quello che vorrei, poi, riuscire a rendere a parole.

L’atmosfera iper-realista che caratterizza queste luci notturne di distributori è stata resa perfettamente, e non a caso, da alcune sequenze, vado a memoria, del primo Toys Story: quindi realtà virtuale, digitalizzata, più vera del vero. Vale a dire, la finzione patinata e plastica dell’animazione digitale rende con perfezione fotografica una qualità di luce (plastificata e irreale, perché troppo reale) quale quella delle illuminazioni notturne dei distributori. La foto di un distributore notturno dal vero e di una sua eventuale modelizzazione 3D sono, per me, indistinguibili

Per un “mantra” dei diritti

…la collettività (il coro) deve riappropriarsi dei concetti che la retorica ufficiale gli propone, e ricordarglieli, ripeterglieli, come una specie di mantra, che disturbi l’ufficialità, interrompa i discorsi di rito, gli ricordi che quelle parole (diritto, salute, responsabilità, sicurezza, formazione) sono valori fondamentali che contribuiscono a dare senso al tema “sicurezza sul lavoro”. Non c’è diritto senza salute, non c’è salute senza sicurezza, non c’è sicurezza senza responsabilità e formazione. Le voci sole sono come “fantasmi” che raccontano di sé, una o più testimonianze da inserire, come stacco drammatico che richiama alla realtà, cruda, fattuale, concreta, sia la retorica del conferenziere sia  la presa di coscienza civile della collettività  rappresentata dal coro…

Don Celzani è Mr. Hyde

Stevenson mentre scrive a De AmicisCarissimo Edmondo,
non posso che complimentarmi con voi per il brillante nascondimento di uno dei temi letterari a me più cari e miei propri, il doppio, all’interno di questo vostro romanzetto traballante. E se ve lo dico io, credetemi, potete fidarvi: il mio nome, infatti, e il vostro risuoneranno un giorno in modo alquanto differente nella storia della letteratura mondiale, quindi conservate gelosamente questa mia missiva, ché è di gran valore.

Orbene, il vostro Don Celzani è certo un Hyde in sessantaquattresimo, cioè non si “cela” tanto bene quanto il mio “nasconda”: questo pretino, intimidito e goffo, che serba in sé il doppio dell’amante appassionato, suvvia, l’omuncolo che nasconde e occulta, per usare le vostre parole un “temperamento fisico vivacissimo, una forte sensualità contenuta” è sicuramente parente degli istinti primordiali repressi che ho voluto incarnare, certo con ben altri risultati artistici, nel mio Hyde. Il mio nanetto violento e irascibile è forse per segrete vie parente del vostro curato invaghito dell’amazzone, ma le distanze tra noi due, collega, rimangono siderali. Una sola cosa vi concedo: il mio dottore Jekyll, per liberare la sua natura propria, deve drogarsi a più riprese e con un intruglio sempre a rischio di riproducibilità e di ritorno dagli inferi del subconscio (che ho scoperto io, sia chiaro, mica quell‘austriaco cocainomane), mentre a voi italiani, doncelzani tutti invero un po’, mammoni, ipocriti e baciapile, per scoprire chi davvero siate può bastare a volte solo l’innamorarvi. Quando ne abbiate, nella vita e almeno una volta, la fortuna.

Vostro
Robert Louis Stevenson

La sicurezza sul lavoro non è una favola

  • Se il grillo parlante, nell’esercizio delle sue funzioni, avesse portato un casco protettivo, Pinocchio forse non l’avrebbe stecchito…
  • E siamo sicuri che i topini della carrozza di Cenerentola fossero assicurati INAIL? E se s’infortunavano nella corsa verso il ballo sarebbe stato considerato incidente in itinere?
  • E le sorellastre avevano assicurato Cenerentola contro gli infortuni domestici?
  • Inutile sottolineare i problemi di sicurezza nel campo dell’edilizia denunciati dalla nota vicenda dei tre porcellini…
  • E inutile parlare dei seri problemi respiratori dei setti nani in miniera…
  • Il direttore del circo licenziò Pinocchio/ciuchino con o senza “giusta causa”? Non si azzoppò forse durante lo spettacolo? Che disse l’ENPALS?
  • La strega di Biancaneve, preparando la mela, era in regola con il REACH (“Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction of CHemicals) Regolamento Europeo n.1907 del 2006, che ha apportato numerosi cambiamenti nella legislazione comunitaria riguardo la produzione, la commercializzazione e l’utilizzo degli agenti chimici?
  •  Chi, tra i molti Oompa Loompa, era il loro rappresentante aziendale dei lavoratori per la sicurezza?
  • La mamma di Cappuccetto Rosso, quando le dà la focaccia e il vino da portare alla nonna, era in regola con l’HACCP?

continua…

Dialoghetti pop-up

- Sigmund Freud – Caro Edmondo, ho letto con attenzione la bozza di quel racconto scolastico sulla maestra di ginnastica, che mi ha inviato. Mi pare, debbo dirlo in massima onestà, che Ella vi abbia messo dentro molti, troppi simboli fallici sostitutivi, quel “nasino non finito…”. Cosa è, dunque, questa maestra Pedani? È davvero un essere così castrante! Odiava forse sua madre, Edmondo? Vorrei osare dirLe che la dinamica feticistica e voyeuristica del suo Don Celzani è un po’ troppo scoperta per i miei gusti di lettore. Il legame tra impulso libidico, spinta epistemofila e scopofilia è davvero molto palese in lui! -

- Edmondo De Amicis – Dio Grande! Ella è un demonio dottor Sigmund!! E ci porterà questa peste in casa, spacciandoci questo veleno per farmaco!?? Non ci salveremo più, nessuno sarà più salvoooooo…- (con le mani nei capelli, gridando)

Appunti su “Se non ora quando”

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Questo pomeriggio ero in strada, qui a Pisa, dentro al corteo della manifestazione “Se non ora quando”. Era molto tempo che non partecipavo ad un corteo, sono pigro e vagamente disincantato, ma questa volta mi pareva realmente necessario esserci, e volevo anche rendermi conto dall’interno sullo stato di salute del senso etico/estetico del paese in cui vivo. Ne ho ricavato sensazioni contrastanti. Da un lato, grande soddisfazione per il gran numero di persone che hanno sfilato insieme, in un’atmosfera di grande civiltà, impegno, bellezza: la gioia concreta di ritrovarsi accanto a persone che hanno in comune un’idea di dignità della donna (o delle persone), dignità della politica, dignità di una nazione; e anche un’idea alternativa dei rapporti uomo/donna, dei rapporti che gli individui coltivano tra loro all’interno di una società sessuofoba e maschilista, ipocrita e fintamente moralista. E l’etica? e l’estetica? Perse. Per molti. Oggi il corteo, un fiume di persone lungo il corso e poi fin sotto la torre, colori, ombrelli rossi a bucare un pomeriggio grigio e piovoso, a tratti era, per me, commovente. Perché la bellezza, ogni bellezza, commuove quando la incontri. E il corteo di oggi era semplicemente bello, come le persone che ci stavano dentro. Conversando con l’amico Simone, però, esercitavo il sempre citato e gramsciano “pessimismo della ragione” e mi dicevo internamente: ci siamo fatti scivolare addosso, “noi” italiani, le leggi razziali, figurati la satiriasi di un vecchio malato che tiene in ostaggio la democrazia. L’altra sensazione che provavo oggi, cioè, era quella di attraversare non un movimento di massa (e chi li hai mai vissuti i movimenti di massa tra i nati negli anni settanta?) ma -PURTROPPO!!- una sensibilità etico/estetica minoritaria ed elitaria. Vedevo la famiglie, sì, riconoscevo pure vecchi parrocchiani, moltissimi professori universitari, pensionate, giovani ragazze e ragazzi, e ritrovavo esatti i volti belli del “noi”, mentre occhieggiava sopra di noi sfilanti, appostato alle sue finestre, il solito arcitaliano di sempre; alla finestra in senso figurato e letterale. Un milione di persone (o quel che sarà, il numero non conta) civili che sfilano in centinaia di città italiane, il “noi”. E’ il noi di sempre? Io spero non sia così, che la mia sensazione “minoritaria” sia sbagliata, che tutto questo davvero sia l’inizio di un cambiamento (e i girotondi? e la “società civile” che nel ’96 fu calamitata dall’Ulivo?). Perché quel “noi” non è un sentimento di massa, ma è una corrente che appartiene alla società, la attraversa e semplicemente – in modo periodico – manifesta il suo disagio, il suo dissenso, la sua alterità. Un’intera visione del mondo sta custodita nelle modalità con cui si vivono i rapporti tra i sessi o, meglio, tra i generi. Così, io spero che quando mia figlia sarà maggiorenne possa vivere in una società dove i valori, le passioni, le idee che animavano i cortei di oggi siano senso comune, sentimento di massa, e non sensibilità etico/estetica minoritaria.

Alcune foto che ho scattato lungo il percorso

Videointerviste realizzate da Pisanotizie.it

Devio in video

In diretta dal carcare di Turi, da una prigionia autoinflitta, col numero di matricola 7.047, proseguono con cadenza quasi quotidiana, quando l’urgenza comunicativa e, soprattutto, recitativa lo detta, le trasmissioni di Colti Sbagli Video, il nuovo formato 2011 di “scrittura verbale monologante” di questo blog.

I’m a writer

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Sempre mi ritrovo tra i piedi delle scarpe, abbandonate. Chi mi conosce da tempo forse lo ricorda. Fotografo questi rifiuti urbani (come un tempo salvavo biciclette dall’oblio), perché dietro ogni scarto sta una storia non raccontata. Sconosciuta intercapedine tra realtà e possibilità. La parola interstiziale, la storia incuneata tra le vite. Ogni scarpa che ho incontrato è sempre stata punto di domanda, per me. Ecco, una punteggiatura misteriosa fatta di scarpe, stivali, polacchine abbandonate sta iscritta sulla mia strada, di osservatore e di scrittore. A dirla tutta, io sono uno scrittore proprio perché, o solo perché, mi fermo sempre a osservare le scarpe abbandonate, non per altro. Sì, io sono uno scrittore.

Il condominio multiculturale

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Dato che “etnia”, “razza”, sono concetti spuri, artificiali, scatole vuote senza fondamento, equivoci concettuali depositati nel linguaggio comune, pericolose trappole verbali capaci di far inciampare, facendolo sentire a proprio agio, il piccolo razzista spontaneo che è in tutti noi, ebbene come è possibile educare alla “diversità”, alla “alterità” di colore, religione, cultura, tradizioni? Me lo chiedevo stamani giocando con Sara, mentre componevamo una specie di condominio di cartone, a metà strada tra i moduli abitativi di Le Corbusier e le…istruzioni per l’uso di Perec.

Mentre disponevamo i vari personaggi, in buona parte provenienti dai miei un-happy meal estivi, riflettevo su come Sara interagisce con le figure di questi pupazzetti, cioè su come i bambini piccoli hanno in sé soluzioni spontanee di multiculturalismo realizzato. Se è vero che Sara riconosce parentele concettuali, “somiglianze di famiglia” (di forma, genere, dimensione, cartone animato di appartenenza, gemellarità, duplicazione) tra pupazzi, quando non parentele propriamente dette tra personaggi narrativi (Fiona e Shrek, ad esempio) o replica modelli, ruoli di genere (cavalla-mamma/cavallo-papà/cavallino-figlio/a, Barbapapà papà, Barbamamma e figliolanza barba-qualcosa) anche su base di scala (uno stesso personaggio identico in due dimensioni diverse rappresenterà sempre una coppia madre&figliolino/a, padre&figliolino/a) o applica meccanismi presenti nello “schema di Propp” (che tutti i bambini conoscono senza bisogno di avere letto) Sara fa interagire tutte queste specie diverse anche all’interno di un unico contesto. Tradizioni diverse (storie di appartenenza, da Snoopy ai pinguini di Madagascar, da animaletti gommosi che caricaturano insetti a cavalli plastici e realistici…) e aspetti esteriori alternativi (scala, materiali, colori) convivono in un unico flusso narrativo (una società?). Qui vorrei scrivere, con un buonismo quasi più che ultra-veltroniano, che questa capacità fantastica dei bambini è l’unica nostra salvezza per la costruzione di una società capace di andare addirittura oltre il multiculturalismo (termine che uso senza connotazioni negative), oltre l’inclusione, oltre l’integrazione.

Non lo scriverò, perché il condominio che assemblo per Sara solitamente non regge più di venti minuti alle tensioni interne (decreto flussi, truffa delle regolarizzazioni, sanatorie fittizie) ed esterne, rappresentate da un catartico terremoto che Sara stessa produce gettando in aria tutti i moduli abitativi e i suoi abitanti, per rimettere sempre in discussione questo modello di società così complesso e anche così fragile. Continuo a sperare che la società nella quale vivrà da grande e che contribuirà a costruire Sara stessa, sia comunque migliore di quella che leggo sui quotidiani ogni giorno. 

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