Come rompere una cornice Ikea

Ieri sera ho rotto una cornice dell’Ikea. Già un minuto dopo averla pagata non mi piaceva più. Ne avevo prese due, con il bordo argentato e invece avrei dovuto prenderle di altra forma e col bordo nero. Avevo preso quelle due perché costavano meno di quelle che avrei dovuto prendere, e ieri ne ho rotto una. Mi ci sono appoggiato sopra bene bene con tutto il peso, sul vetro, poggiato per terra, dopo aver accuratamente messo la foto che volevo appendere. Forse volevo rompere quel vetro, ieri sera. Volevo rompere quella cornice, o qualcosa. Penso che, in fin dei conti, vorrei rompere pure l’altra cornice che ho comprato. Poi, per sbollire un po’ dall’aver rotto il vetro della cornice, mi sono messo a tarda sera a montare due scatole di cartone, con piccole viti di metallo. 12 viti per scatola. Ho fatto una sudata, e avevo già fatto la doccia prima di cena, e non avevo voglia di fare una seconda doccia prima di dormire. E così ho iniziato, ieri sera, a odiare dopo le due cornici pure le due scatole che avevo acquistato, e che montavo meccanicamente per sbollire dall’aver rotto il vetro di una delle due cornici, che forse volevo rompere, perché volevo rompere qualcosa ieri sera, e sono stato pure bravo a non farmi male coi vetri o a non lasciarne sul pavimento o sul tappeto. (piano piano ritrovo la forma di scrittura rasoterra, rispetto al punto di osservazione sulla vita, che è quella che ha fatto, per molti anni, la ragione d’essere dello specifico scritturale di molti blog. La scrittura che io definivo un tempo “abrasiva”). Ieri sera volevo rompere qualcosa. Poi ho guardato i due reggilibro a forma di X che ho messo nella libreria e, improvvisamente, stamani, mi sono sembrati due piccole svastiche potenziali. Basterebbe montarci delle minuscole appendici, in betulla.

Autorappresentazioni

Come si è e come si vorrebbe essere. Allora ci si mostra come si vorrebbe essere. Spero sempre che autorappresentazione felice e ontologia possano coincidere, quando osservo gli album fotografici. Ma i lineamenti del volto “sono” quel sentimento, e non solo la sua espressione o manifestazione? Un sorriso felice. La mimica facciale come maschera che maschera ma anche come calco sul quale costruiamo il significato delle espressioni con le quali ci riferiamo alla vita emotiva. Tornare indietro nel tempo, impossibile, a quando studiavo queste cose e niente altro. Leggo ieri che Luca scrive aforismi, gli invio subito un sms dicendogli: “Noo, gli aforismi no!”. Poi penso all’aspetto consolatorio degli aforismi, alla riduzione lineare del senso che sfugge in una forma compiuta, reversibile o meno che sia. Ritrovare tutto il gusto del non essere compresi. Ma ora vorrei solo rientrare in un’autorappresentazione felice della mia esistenza, come ne vedo tante, anonime e piane. E spero di riuscirci.

La casa-corpo

HOME SLICE by Scott CVisito case da abitare come si provano giacche usate, cercando la misura dei movimenti, provando il tessuto, tentando d’indovinare la vita e le energie lasciate lì dentro da chi l’ha indossate prima di me. Ecco che ritorna, in questo breve appunto destinato a svanire nel flusso dei messaggi di status, la metafora della casa-corpo. Le case sono corpi, esoscheletri aggiuntivi, non tane o ripari, ma organismi viventi e autonomi – o simbiotici – che rivestono, come derma supplementare, i loro abitanti. Abitante e abitato diventano simultanei l’uno per l’altro e biunivoci (abito una casa che mi abita, come un “abito”, appunto).

In letteratura si potrebbero rintracciare tutti gli usi espliciti e impliciti di questa metafora della casa-corpo, e il primo nome che farei è sempre quello di Kafka, per certe soffitte de Il processo, per La Tana, per tutta una sua “poetica abitativa” angosciante e fortemente simbolica (la casa dello zio d’America in “America” e molte altre occorrenze di case che sarebbe bello mettere insieme in una tesi di letteratura/architettura).  E mi viene in mente, in piccolo, che nella narrativa dell’amico Luca Ricci la figura della casa-corpo è pure ricorrente, vedi ad esempio la sua prova drammaturgica del 2007 “Piccola certezza“, ma è presente spesso anche nella sua raccolta “L’amore e altre forme d’odio”.

Nel gennaio del 2005 avevo realizzato una serie di foto di case proprio a partire dall’idea di casa-corpo (Progetto Via Garibaldi). All’origine di questa metafora, che nel linguaggio comune conserva usi piani  (“il corpo di una costruzione”) sta, io credo, l’immagine contraria. Vale a dire l’idea platonica (nel Cratilo) del corpo come “prigione” dell’anima, attraverso il gioco linguistico tra “sóma” (corpo) e “séma” (segno ma anche tomba). All’origine vi è questa immagine, quindi, del corpo come “abitazione”. E non sto a citare qui tutti i passi in cui San Paolo parla del corpo come “tempio”, quindi usando altra metafora “edilizia” che attraverserà in modo significativo tutto il cristianesimo. Perciò, penso, vale anche l’inverso: le case sono corpi. Non so avventurarmi nei principi della bio-edilizia né del Feng-shui (che mi sembra contenga comunque elementi suggestivi e sensati), ma coltivo l’idea delle case-corpo, vive.

Così, visitando recentemente alcune case, so benissimo che dovrei concentrarmi nell’analizzare elementi unicamente razionali e visibili (umidità, caldaia, sanitari, difetti nascosti, esposizione alla luce, costi…etc.) e invece finisce sempre che mi distraggo a cercare l’invisibile, le energie “buone” o “negative”, le sensazioni di futuro o di passato, “l’indossabilità” delle stanze rispetto all’umore e alle situazioni, cercando di “decifrare” la casa come organismo senziente, struttura animata; sono sensazioni sfuggenti e di difficile verbalizzazione ma, credo, comprensibili per tutti, sensazioni “irrazionali” che fanno la differenza, in molti casi, e ci accompagnano guidandoci nello scegliere dove andare ad abitare.

(l’immagine “Body House” è tratta dalla galleria “Home Slice” di Scott. C )

Gas Station Night

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Perché ci attirano tanto, come lampade per falene o per anime in pena, queste isole di luce bianca piantate in mezzo alle ore più primitive della notte, tra l’una e le quattro, scintille di fosforo delle tangenziali, dell’extra-urbane, delle provinciali, di ogni strada che si faccia carico, per noi, di attraversare il nulla? Perché quelle luci che mettono a giorno piazzali deserti, “gas station night”, hanno il potere di funzionare, come raggi-x, da lampade rivelatrici della felicità e dell’infelicità di chi vi si sottopone o soltanto vi si avvicina?

Nel progetto di scrivere una poesia che condensasse in parole l’atmosfera ipnotica e rarefatta delle luci dei distributori che si incontrano in auto di notte, atmosfera “hopperiana” per certi aspetti (vedi la luce del suo celebre bar; singolare, poi, che un amico mi abbia citato proprio una “gas station” di Hopper per commentare su Facebook la mia foto notturna, senza aver letto questa mia riflessione) e prima di fotografare autonomamente qualche reperto significativo (proposito abbandonato dopo il primo scatto, qui sopra, poiché occorrerebbe attrezzatura fotografica apposita), ho iniziato la mia solita e propedeutica ricerchina in rete, partendo da una stringa testuale su flickr, “gas station night”. I risultati sono già molto buoni, e perfettamente centrati su quello che vorrei, poi, riuscire a rendere a parole.

L’atmosfera iper-realista che caratterizza queste luci notturne di distributori è stata resa perfettamente, e non a caso, da alcune sequenze, vado a memoria, del primo Toys Story: quindi realtà virtuale, digitalizzata, più vera del vero. Vale a dire, la finzione patinata e plastica dell’animazione digitale rende con perfezione fotografica una qualità di luce (plastificata e irreale, perché troppo reale) quale quella delle illuminazioni notturne dei distributori. La foto di un distributore notturno dal vero e di una sua eventuale modelizzazione 3D sono, per me, indistinguibili

Per un “mantra” dei diritti

…la collettività (il coro) deve riappropriarsi dei concetti che la retorica ufficiale gli propone, e ricordarglieli, ripeterglieli, come una specie di mantra, che disturbi l’ufficialità, interrompa i discorsi di rito, gli ricordi che quelle parole (diritto, salute, responsabilità, sicurezza, formazione) sono valori fondamentali che contribuiscono a dare senso al tema “sicurezza sul lavoro”. Non c’è diritto senza salute, non c’è salute senza sicurezza, non c’è sicurezza senza responsabilità e formazione. Le voci sole sono come “fantasmi” che raccontano di sé, una o più testimonianze da inserire, come stacco drammatico che richiama alla realtà, cruda, fattuale, concreta, sia la retorica del conferenziere sia  la presa di coscienza civile della collettività  rappresentata dal coro…

La sicurezza sul lavoro non è una favola

  • Se il grillo parlante, nell’esercizio delle sue funzioni, avesse portato un casco protettivo, Pinocchio forse non l’avrebbe stecchito…
  • E siamo sicuri che i topini della carrozza di Cenerentola fossero assicurati INAIL? E se s’infortunavano nella corsa verso il ballo sarebbe stato considerato incidente in itinere?
  • E le sorellastre avevano assicurato Cenerentola contro gli infortuni domestici?
  • Inutile sottolineare i problemi di sicurezza nel campo dell’edilizia denunciati dalla nota vicenda dei tre porcellini…
  • E inutile parlare dei seri problemi respiratori dei setti nani in miniera…
  • Il direttore del circo licenziò Pinocchio/ciuchino con o senza “giusta causa”? Non si azzoppò forse durante lo spettacolo? Che disse l’ENPALS?
  • La strega di Biancaneve, preparando la mela, era in regola con il REACH (“Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction of CHemicals) Regolamento Europeo n.1907 del 2006, che ha apportato numerosi cambiamenti nella legislazione comunitaria riguardo la produzione, la commercializzazione e l’utilizzo degli agenti chimici?
  •  Chi, tra i molti Oompa Loompa, era il loro rappresentante aziendale dei lavoratori per la sicurezza?
  • La mamma di Cappuccetto Rosso, quando le dà la focaccia e il vino da portare alla nonna, era in regola con l’HACCP?

continua…

Dialoghetti pop-up

- Sigmund Freud – Caro Edmondo, ho letto con attenzione la bozza di quel racconto scolastico sulla maestra di ginnastica, che mi ha inviato. Mi pare, debbo dirlo in massima onestà, che Ella vi abbia messo dentro molti, troppi simboli fallici sostitutivi, quel “nasino non finito…”. Cosa è, dunque, questa maestra Pedani? È davvero un essere così castrante! Odiava forse sua madre, Edmondo? Vorrei osare dirLe che la dinamica feticistica e voyeuristica del suo Don Celzani è un po’ troppo scoperta per i miei gusti di lettore. Il legame tra impulso libidico, spinta epistemofila e scopofilia è davvero molto palese in lui! -

- Edmondo De Amicis – Dio Grande! Ella è un demonio dottor Sigmund!! E ci porterà questa peste in casa, spacciandoci questo veleno per farmaco!?? Non ci salveremo più, nessuno sarà più salvoooooo…- (con le mani nei capelli, gridando)

Appunti su “Se non ora quando”

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Questo pomeriggio ero in strada, qui a Pisa, dentro al corteo della manifestazione “Se non ora quando”. Era molto tempo che non partecipavo ad un corteo, sono pigro e vagamente disincantato, ma questa volta mi pareva realmente necessario esserci, e volevo anche rendermi conto dall’interno sullo stato di salute del senso etico/estetico del paese in cui vivo. Ne ho ricavato sensazioni contrastanti. Da un lato, grande soddisfazione per il gran numero di persone che hanno sfilato insieme, in un’atmosfera di grande civiltà, impegno, bellezza: la gioia concreta di ritrovarsi accanto a persone che hanno in comune un’idea di dignità della donna (o delle persone), dignità della politica, dignità di una nazione; e anche un’idea alternativa dei rapporti uomo/donna, dei rapporti che gli individui coltivano tra loro all’interno di una società sessuofoba e maschilista, ipocrita e fintamente moralista. E l’etica? e l’estetica? Perse. Per molti. Oggi il corteo, un fiume di persone lungo il corso e poi fin sotto la torre, colori, ombrelli rossi a bucare un pomeriggio grigio e piovoso, a tratti era, per me, commovente. Perché la bellezza, ogni bellezza, commuove quando la incontri. E il corteo di oggi era semplicemente bello, come le persone che ci stavano dentro. Conversando con l’amico Simone, però, esercitavo il sempre citato e gramsciano “pessimismo della ragione” e mi dicevo internamente: ci siamo fatti scivolare addosso, “noi” italiani, le leggi razziali, figurati la satiriasi di un vecchio malato che tiene in ostaggio la democrazia. L’altra sensazione che provavo oggi, cioè, era quella di attraversare non un movimento di massa (e chi li hai mai vissuti i movimenti di massa tra i nati negli anni settanta?) ma -PURTROPPO!!- una sensibilità etico/estetica minoritaria ed elitaria. Vedevo la famiglie, sì, riconoscevo pure vecchi parrocchiani, moltissimi professori universitari, pensionate, giovani ragazze e ragazzi, e ritrovavo esatti i volti belli del “noi”, mentre occhieggiava sopra di noi sfilanti, appostato alle sue finestre, il solito arcitaliano di sempre; alla finestra in senso figurato e letterale. Un milione di persone (o quel che sarà, il numero non conta) civili che sfilano in centinaia di città italiane, il “noi”. E’ il noi di sempre? Io spero non sia così, che la mia sensazione “minoritaria” sia sbagliata, che tutto questo davvero sia l’inizio di un cambiamento (e i girotondi? e la “società civile” che nel ’96 fu calamitata dall’Ulivo?). Perché quel “noi” non è un sentimento di massa, ma è una corrente che appartiene alla società, la attraversa e semplicemente – in modo periodico – manifesta il suo disagio, il suo dissenso, la sua alterità. Un’intera visione del mondo sta custodita nelle modalità con cui si vivono i rapporti tra i sessi o, meglio, tra i generi. Così, io spero che quando mia figlia sarà maggiorenne possa vivere in una società dove i valori, le passioni, le idee che animavano i cortei di oggi siano senso comune, sentimento di massa, e non sensibilità etico/estetica minoritaria.

Alcune foto che ho scattato lungo il percorso

Videointerviste realizzate da Pisanotizie.it

Devio in video

In diretta dal carcare di Turi, da una prigionia autoinflitta, col numero di matricola 7.047, proseguono con cadenza quasi quotidiana, quando l’urgenza comunicativa e, soprattutto, recitativa lo detta, le trasmissioni di Colti Sbagli Video, il nuovo formato 2011 di “scrittura verbale monologante” di questo blog.

I’m a writer

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Sempre mi ritrovo tra i piedi delle scarpe, abbandonate. Chi mi conosce da tempo forse lo ricorda. Fotografo questi rifiuti urbani (come un tempo salvavo biciclette dall’oblio), perché dietro ogni scarto sta una storia non raccontata. Sconosciuta intercapedine tra realtà e possibilità. La parola interstiziale, la storia incuneata tra le vite. Ogni scarpa che ho incontrato è sempre stata punto di domanda, per me. Ecco, una punteggiatura misteriosa fatta di scarpe, stivali, polacchine abbandonate sta iscritta sulla mia strada, di osservatore e di scrittore. A dirla tutta, io sono uno scrittore proprio perché, o solo perché, mi fermo sempre a osservare le scarpe abbandonate, non per altro. Sì, io sono uno scrittore.

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