Quando usciva un nuovo disco di Paolo Conte, da ragazzo passavo pomeriggi interi a cercare tutti gli accordi che aveva usato, sul pianoforte. Non ci riuscivo, mai completamente. Alterazioni di ogni tipo, nascoste nelle pieghe degli arrangiamenti, mi scappavano dall’orecchio che rimaneva incantato, allora come oggi, dentro l’originalità armonica che, per me, fa lo stile compositivo del Maestro. Pochi giorni fa è uscito Nelson, l’ho ascoltato molte volte, in auto, in casa, nel lettore portatile. L’ho ascoltato come sottofondo ad altro e come partitura da studiare. Ci sono un paio di accordi nel brano Nina che vorrei davvero sapere come sono fatti. E poi in Jeeves c’è una stratificazione di stili che non puoi dire il brano “filologico” (come era Gong-oh) ma sintetico di un certo gusto (anni Trenta) nella gestione delle ance, della chitarra “alla Django”, del sax baritono a interpuntare il basso. E poi il bolero ipnotico di Clown. E L’Orchestrina, irresistibile nelle sue trovate (come sentire un to-be-or-not-to be nella metrica di una carica di tromba).
Ma ho deciso che una recensione a Nelson non la scrivo, se ne trovano già di ottime in rete, anche tra le firme dei quotidiani on line (piuttosto articolata, forse a tratti sovrabbondante, quella ottima di Mangiarotti); e lo stesso Conte, nelle interviste, ha offerto chiare chiavi di lettura dell’album. Ogni canzone, poi, meriterebbe ben più di una frase riassuntiva, che tenga insieme testo e musica. Altro modo di parlarne, talvolta, è cercare rimandi interni alla stessa produzione di Conte, là dove una canzone riecheggia (per armonia, o ritmica, o struttura, o testo, o suggestione) un altro suo brano del passato (in Galosce selvagge - brano straordinario - c’è un frammento di piano di Colleghi trascurati, e così via…). Perchè l’immaginario contiano è tanto libero e letterario quanto coerente, compatto (sia musicalmente, sia poeticamente inteso) e Nelson lo racconta, lo esprime tutto, costituendo così un nuovo capitolo per ogni tema espressivo di Conte (la solitudine dell’artista, gli amori travolgenti e difficoltosi, la Luna, l’insonnia, la donna mitizzata, il femminile come esotismo naturale, e l’altrove come scenario fantastico…). Alla fine mi accorgo sempre che è lo specifico musicale quello che mi afferra di più, sentire proprio le soluzioni timbriche (perché il clarinetto in La? perché non c’è il soprano? che chitarra era quella là sotto?) che ha scelto per impastare un brano.
E’ una fortuna, per me, che sia uscito ora questo suo lavoro. Perchè la musica è sempre salvifica. E quella di Conte, in particolare, salva, lenisce, diverte, commuove; e portandomi a spasso nel passato sa proiettarmi nel futuro.


