Il legame tra quello che volevo scrivere (questa stessa scrittura come prassi slegata dai contenuti) ed il titolo che riecheggia la famosa fiaba musicale di Prokofiev mi è del tutto sconosciuto o quasi. Ci sarebbero molte cose da dire su Prokovief (che forse è il compositore del Novecento che preferisco…insieme a Gershwin, Debussy, Weill, Shostakovich etc. etc.) e pure sul concetto di prassi slegata dai contenuti in riferimento a questa mia scrittura. Intanto, “Pierino e il Lupo” è un’opera così famosa da essere conosciuta anche da chi non sa di riconoscere in un dato tema, o in più temi, la musica di “Pierino e il lupo”. Ho sempre trovato irrilevante, invece, chi fosse il narratore (in casa ne ho due versioni, una con Dario Fo ed una con Paolo Poli, ma famosa e recente c’è quella con Benigni, ad esempio….) rispetto alla forza già internamente narrativa della musica. Le invenzioni interpretative della voce narrante sono un di più, per me.
Ora, io immagino che in questa prassi di scrittura davvero poco contino, alla fine, i contenuti, e che invece si percepiscano chiaramente delle voci strumentali. Come per i personaggi di “Pierino e il lupo”. Mi accorgo, ormai, dell’irrilevanza del contenuto. Aspetto, sorveglio, spio semplici affacciarsi di voci strumentali che conosco, e riconosco. Cosa dicano, talvolta lo capisco; molte volte, no. Ma ormai sono abituato alla loro voce strumentale: che sia quella dell’oca, o del gatto, o dell’uccellino, o del nonno, o dei cacciatori…o di Pierino o del lupo. Meglio, del loop.