Psiche, primo ascolto

Il primo ascolto dice sempre meno e sempre più di quanto dirà il novantanovesimo. Ma intanto. Che poi per me, di solito, sono album questi che segnano una stagione – atmosferica – e quindi l’autunno 2008 lo assocerò sempre a “Psiche“. Ecco le mie prime impressioni. Read the rest of this entry »

Psiche

Inizia il conto alla rovescia per tutti gli appassionati del Maestro in attesa di Psiche, l’ultimo atteso album dell’Avvocato in uscita il prossimo 19 settembre; regalo di fine estate, anticipo d’autunno benefico, riflessivo, dorato, ambrato, da passare ascoltando e riascoltando un bel disco. Mi aspetto una specie di seguito ideale, o di secondo tempo, di Elegia. Quattro anni fa, infatti, Conte dichiarò di avere già materiale pronto per un secondo album. E penso che il titolo del brano che offre titolo all’album stesso possa alludere più alla Psiche della mitologia che non a quella della psichiatria

(il 5 settembre verrà presentato in anteprima a Parigi. Spero che la Rete faccia il suo dovere e che proponga tracce della presentazione)

E il giorno è di nuovo qua

Quando, tra le 4 e le 6 del mattino, mentre massaggio la pancia della bestiolina, svegliata dall’evacuazione delle sue ariette intestinali, cercando di riaddormentarla vedo filtrare dalle righe della tapparella le “prime luci dell’alba” (espressione che fino a poco tempo fa non aveva alcun contenuto esperienziale per me, insieme ad altre espressione del tipo “cuore della notte“) mi vengono sempre in mente le parole di una canzone di Piovani-Cerami che spesso uso come ninna-nanna:

la luna lo sa la luna lo sa
ma non lo racconterà
e senza un perché e senza un perché
lei dorme vicino a te
i galli al mattino cantano
e il giorno è di nuovo qua
ma il compito della luna chi lo sa?
(tratto a Canti di scena)

La cantata dei cent’anni

Improvvisamente la melodia dell’Internazionale emerge, prende la scena gradualmente attraverso le note struggenti di un flauto dolce. L’armonia, la stessa che sosteneva il tema del primo movimento, fa da sfondo nell’ultimo al famoso inno che s’intreccia, così, in un bellissimo concertato, trama, filo rosso, alle parole del tema inedito. Finisce così, con questa trovata armonico-valoriale commovente la “Cantate dei cent’anni” di Nicola Piovani e Vincenzo Cerami, opera musicale realizzata nel 2006 in occasione dei cento anni dalla costituzione della Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL). Così, mentre stamani stavo votando per…
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Nuvolari

La bellezza di certe pubblicità televisive di automobili deriva dall’indifferenza, sostanziale, alla mera promozione dell’acquisto del prodotto e, al contrario, dalla suggestione evocativa che le informa: il mito più efficace della modernità, l’auto, ammantato di simboli, storie, valori. Non è un caso, quindi, che pregevoli colonne sonore si prestino a questo genere di spot (penso a Giovanni Allevi per BMW, Gianna Nannini e Vasco Rossi per Fiat…). Ultimo in ordine di tempo un efficace spot dell’Alfa Romeo sulle note della famosa canzone di Lucio Dalla dedicata al grande Tazio Nuvolari (reinterpretata in un arrangiamento attuale ed elegante). Lo spot mi ha fatto riscoprire (e riascoltare per le numerose volte del passaggio dello spot) quella canzone come “madeleine” musicale, poiché è un brano che mi piace fin da quando uscì. E siccome uscì nel 1976 (album “Le automobili“) o giù di lì, vuol dire che mi piace fin da quando ero bambino. Il che vuol dire, a memoria, che ho sviluppato abbastanza precocemente i miei gusti musicali. E che la musica è per me, da sempre, l’esperienza estetica più profonda, più coinvolgente, più duratura. Potenza della pubblicità!

Curve

Un regalo dal carissimo Max, che ha dato vera energia inventiva alle mie “Curve”.

Il musical come archetipo del non-parodiabile

Ho sempre avuto la fissa dei musical americani. Soprattutto di quelli con dentro il jazz. E un mio sogno segreto sarebbe quello di scrivere un musical cinematografico che ripeschi i suoi brani all’interno della tradizione delle canzoni italiane, dagli anni Venti ad oggi. Ieri pomeriggio, stirando, riguardavo in tv “Everyone says I love you” e mi tornavano in mente riflessioni sul musical di qualche tempo fa.

Ad esempio, il concetto di musical come struttura sostanzialmente non-parodiabile:

“Imitarne la forma, infatti, significa ipso facto attualizzarla: la parodia di un musical diventa un musical, è un musical” dicevo.

Tra l’altro questa è una caratteristica condivisa anche dal trash (una parodia di un programma trash, presa per buona la definizione di “trash” come “imitazione malriuscita”, diventa il programma stesso. Esempio: la parodia del programma “Uomini e Donne” fatta a Zelig – e in passato l’aveva fatta anche Gene Gnocchi con esiti differenti e più tendenti al surreale, ecco forse il surreale riesce a parodiare il trash – ebbene la parodia di Zelig è una riproposizione di alcuni moduli ricorrenti del programma ma già in sé comici. Parodia e originale coincidono.)

Dicevo del musical come struttura non-parodiabile ma, semmai, citabile: la citazione ammiccante ad un genere, come nel film di Allen o come nelle citazioni simpsoniane, dà esito ad un musical piacevole più o quanto un musical allo stato, diciamo, ingenuo o “puro” (come lo sono “Un americano a Parigi”, ma anche lo stesso “The Blues Brothers”…)

Ecco, io sogno una via italiana al musical cinematografico (perché teatralmente il discorso è diverso e la nostra storia, Garinei e Giovannini docet, gloriosa e antica mentre i “musicarelli” degli anni Sessanta non sono assimilabili al genere) puro o citazionista che sia: con tutti i miei musicisti preferiti, i ritmi nostri, le canzoni e le melodie di 80 anni di musica italiana. Prima o poi lo scrivo. Intanto inizio coi consigli natalizi: procuratevi la colonna sonora di Everyone Says I love you

Postilla
Anche Nanni Moretti talvolta ha citato il musical come sottogenere in un certo senso affascinante, evocandolo proprio come alternativa drastica al suo fare cinema: ricordate quando in “Caro Diario” utilizza come scusa per visitare l’interno di case che gli piacciono la ricerca di una location per un fantomatico musical su un pasticcere trotskista nell’Italia degli anni ’5o? Musical che poi ricompare come “film nel film” in “Aprile“, dove il pasticcere prenderà le sembianze di Silvio Orlando e la realizzazione del musical, nel finale, segna una sorta di riappacificazione di Nanni con il gusto stesso di fare cinema, quindi di inventare liberamente in una dimensione totalmente irrealistica.

Jimmy, scrivendo…

Oggi, mentre riascoltavo il disco “Si fidi ci ho il fez” (Mercury 1995) del grande Jimmy Villotti, mi chiedevo quanti saranno quelli che hanno, come me, la discografia a suo nome completa (oltre a diversi dischi nei quali compare come chitarrista). La con-sorte sostiene pochi disperati affezionatissimi. Crudele. Così pensavo di fare un post monografico sul geniale chitarrista, pianista, scrittore e compositore bolognese; una monografia infarcita di link, di tracce audio, di riferimenti e aneddoti sul suo mondo musicale e creativo. Poi ho rinunciato. Confesso, invece, che non ho mai letto uno dei suoi libri, che pure mi hanno sempre incuriosito e che conto di procurarmi prima o poi. Per chi conosce Villotti queste poche righe sono inutili; per chi non lo conoscesse, e volesse farsi un’idea dell’artista, segnalo una bella videointervista a margine del suo libro “Oringhen” (vedi anche il blog di Jimmy Villotti)

Per una letteratura onomasticocentrica

Cosa hanno in comune questi tre romanzi: Amore mio infinito (di Aldo Nove), Il dolore secondo Matteo (di Veronica Raimo) e Il pasto grigio (di Demetrio Paolin)? Semplice: in tutti e tre il protagonista si chiama come me. E chissà in quanti altri racconti e romanzi che non conosco il protagonista si chiama come me. Che poi è come chiedersi chissà quante altre persone si chiamino, nel mondo, come me. La riflessione che si genera dalla constatazione della propria “unicità nella molteplicità” (o dell’implicito anonimato che pure è interno alla in-dividuazione data dal nome) è una sensazione di spiazzamento per il quale il nome proprio ci pare una specie di calco unico. Non sono io a chiamarmi come te: sei tu, semmai, che ti chiami come me. Perché il mio percepirmi ed il mio percepirmi “nominato” (nominabile) fanno tutt’uno. Ho deciso che leggerò unicamente racconti che mi contengano onomasticamente. (a margine segnalo anche un bellissimo disco da recuperare, Milonga secondo Matteo)

La sigla di Monk

MonkCome alcuni di voi sapranno (gli intimi) sono un patito della serie televisiva Detective Monk. Non vi sto a dire il perché ed il percome dei miei gusti in fatto di televisione. Uno dei motivi che mi hanno fidelizzato da subito a quel telefilm è la sua colonna sonora: molto ben scritta! La colonna sonora, e la sigla di testa della prima stagione, è stata scritta da Jeff Beal. Nella seconda stagione, invece, per la sigla è stata utilizzata una canzone scritta appositamente da Randy Newman di cui, come alcuni di voi sapranno, sono fan. Ora, vorrei riproporvi il dibattito americano che si sollevò in merito al cambio di sigla (vedi anche la ricca pagina di Wikipedia sulla serie). A me piacciono entrambe. Voi cosa preferite? Read the rest of this entry »

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