Dialoghi incivili

copertina Dialoghi incivili, Bocchia-CristicchiLe conversazioni con Simone Cristicchi, raccolte da Massimo Bocchia in un lungo itinerario estivo assemblato pedinando le date del tour del cantautore, somigliano a un puzzle concettuale dalle molteplici possibilità di lettura. “Dialoghi incivili”, infatti, è un testo-mappa che non si propone di esaurire il “Cristicchi pensiero”, o tratteggiare un profilo biografico del più originale cantautore italiano della sua generazione. Bocchia ha piena consapevolezza dello scarto tra testo-parlato e testo-scritto, e gioca con ingegno, con approccio quasi dadaista e metalinguistico, a inseguire il suo amico Simone sia letteralmente, nei trasferimenti come negli appuntamenti dei suoi pre e post concerti; sia lateralmente, con un “pensiero laterale” che non suggerisca mai risposte preconfezionate, ma inviti all’apertura, all’imprevisto, al cambio di prospettiva. (dalla postfazione “La cattiveria della creatività. Percorsi d’arte e d’amicizia“)

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Paolo Conte, Nelson

Quando usciva un nuovo disco di Paolo Conte, da ragazzo passavo pomeriggi interi a cercare tutti gli accordi che aveva usato, sul pianoforte. Non ci riuscivo, mai completamente. Alterazioni di ogni tipo, nascoste nelle pieghe degli arrangiamenti, mi scappavano dall’orecchio che rimaneva incantato, allora come oggi, dentro l’originalità armonica che, per me, fa lo stile compositivo del Maestro. Pochi giorni fa è uscito Nelson, l’ho ascoltato molte volte, in auto, in casa, nel lettore portatile. L’ho ascoltato come sottofondo ad altro e come partitura da studiare. Ci sono un paio di accordi nel brano Nina che vorrei davvero sapere come sono fatti. E poi in Jeeves c’è una stratificazione di stili che non puoi dire il brano “filologico” (come era Gong-oh) ma sintetico di un certo gusto (anni Trenta) nella gestione delle ance, della chitarra “alla Django”, del sax baritono a interpuntare il basso. E poi il bolero ipnotico di Clown. E L’Orchestrina, irresistibile nelle sue trovate (come sentire un to-be-or-not-to be nella metrica di una carica di tromba).

Ma ho deciso che una recensione a Nelson non la scrivo, se ne trovano già di ottime in rete, anche tra le firme dei quotidiani on line (piuttosto articolata, forse a tratti sovrabbondante, quella ottima di Mangiarotti); e lo stesso Conte, nelle interviste, ha offerto chiare chiavi di lettura dell’album. Ogni canzone, poi, meriterebbe ben più di una frase riassuntiva, che tenga insieme testo e musica. Altro modo di parlarne, talvolta, è cercare rimandi interni alla stessa produzione di Conte, là dove una canzone riecheggia (per armonia, o ritmica, o struttura, o testo, o suggestione) un altro suo brano del passato (in Galosce selvagge - brano straordinario - c’è un frammento di piano di Colleghi trascurati, e così via…). Perchè l’immaginario contiano è tanto libero e letterario quanto coerente, compatto (sia musicalmente, sia poeticamente inteso) e Nelson lo racconta, lo esprime tutto, costituendo così un nuovo capitolo per ogni tema espressivo di Conte (la solitudine dell’artista, gli amori travolgenti e difficoltosi, la Luna, l’insonnia, la donna mitizzata, il femminile come esotismo naturale, e l’altrove come scenario fantastico…). Alla fine mi accorgo sempre che è lo specifico musicale quello che mi afferra di più, sentire proprio le soluzioni timbriche (perché il clarinetto in La? perché non c’è il soprano? che chitarra era quella là sotto?) che ha scelto per impastare un brano.

E’ una fortuna, per me, che sia uscito ora questo suo lavoro. Perchè la musica è sempre salvifica. E quella di Conte, in particolare, salva, lenisce, diverte, commuove; e portandomi a spasso nel passato sa proiettarmi nel futuro.

L’orchestra è andata avanti, nessuno ha visto…

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Un mio amico fine letterato, che mi ha chiesto di mantenere l’anonimato avendogli preannunciato questa mia riflessione scritta e che, per comodità, chiamerò “il Sebastiano Timpanaro di San Vincenzo” (per le comuni iniziali S.T.), qualche anno fa mi raccontò di una sua passione insana, da me subitamente condivisa e apprezzata: i manifesti delle orchestrine di provincia, da dancing e balere, affissi lungo le strade della campagna toscana, nei nostri piccoli borghi, lungo le comunali e le provinciali dimenticate. I nomi improbabili, le foto ridicole, una patina di passato, di fame, di ridicola melanconia ammantano quelle locandine che, agli occhi di S.T e miei, comunicano l’esatto contrario di quanto vorrebbero comunicare, collocandosi ipso facto nella grande, e un po’ indistinta, categoria del “trash“. Read the rest of this entry »

Giocattoli

immagine di copertina di M. Giulia BerardiSabato 20 febbraio alle 17, presso la saletta Momus nella libreria della Felici Editore a Pisa, presenterò Giocattoli, la mia prima, e verosimilmente ultima, raccolta di racconti. Le storie che la compongono hanno una lunga storia. Mi fa piacere raccontarla adesso. Fortemente suggestionato dall’opera multimediale Razmataz di Paolo Conte, uscita nel 2000, in quegli anni avevo preso a interessarmi di iconografia e fotografia anni Venti, i cosiddetti “Roaring Twenties“. Osservando alcune foto contenute nel libro “1920s. Decades of XX Century“, avevo scritto prove di raccontini che, a mia fantasia, uscivano fuori quasi spontaneamente da quelle immagini. In quel periodo, inoltre, collezionavo antiche cartoline raffiguranti stazioni ferroviarie. Avevo, poi, tentato alcuni disegni a matita, molto infantili e primitivi: un omino in bicicletta, una nave ancorata alla banchina, una stazione ferroviaria coperta, per commentare altri racconti; avevo scelto una colonna sonora jazz “filologicamente” coerente con l’epoca; assemblato il tutto in un file di testi-musiche-immagini (sul modello, appunto, di Razmataz) lo avevo inviato a una casa editrice pisana (non la Felici…) che proprio in quel periodo (2002-2003) inaugurava una piccola collana di narrativa per esordienti. Quello strambo collage multimediale, dal titolo bisenso di “Venti Correnti”, ancorché goffo e naif, non passò inosservato. Selezionato per la pubblicazione nella nascente collana, si mise in coda in attesa della sua trasposizione su carta. Passarono le settimane, i mesi, poi gli anni. Non se ne fece più nulla. Succede, nella piccola e media editoria. Non in tutta, fortunatamente. Read the rest of this entry »

Bevete più latte, ma consapevolmente

un disegno di Milo Manara sul film di FelliniQuando la pubblicità utilizza, decontestualizzandole in modo prepotente, le colonne sonore del cinema io storco sempre un po’ il naso. Va bene, ci vuole poco a farmi storcere il naso, soprattutto quando si parla di musica, codici, linguaggi, segni, significati, comunicazione. Forse, quindi, sempre. Capita che l’ultimo spot della Parmalat, ad esempio, questo qui, utilizzi una marcetta tragica e famosa di Nino Rota come jingle pubblicitario. La versione utilizzata è quella proposta recentemente dagli Avion Travel in un loro album dedicato integralmente alla produzione del grande compositore (sul quale consiglio il bel volume+cd “L’undicesima musa“) delle musiche di molti film di Fellini. La marcetta “Bevete più latte” appartiene ad un episodio del film “Boccaccio ’70″, “Le tentazioni del dottor Antonio“, per la regia di Federico Fellini. La mia idea è che se vi è un caso per il quale quel motivo musicale non potesse davvero essere usato è esattamente uno spot pubblicitario di un produttore di latte. Cerco di dire brevemente il perché. Read the rest of this entry »

Tante strade nella musica

foto di M. Giulia Berardi

La cosa più bella della prova di ammissione alle classi di saxofono, ieri a Livorno, era l’aula dove ci siamo ritrovati tutti, o quasi, ad aspettare di essere chiamati dalla commissione d’esame. Tra quei banchi e quelle custodie aperte c’erano tante storie diverse ed età molto differenti: ognuno con la propria passione, le proprie insicurezze, paure, speranze, le proprie scaramanzie. Imbracciavamo tutti uno strumento che amiamo: ci soffiamo dentro cercando di fare uscire qualcosa di noi attraverso suoni, melodie e provando, nella musica, a trovare parti di noi stessi. Ognuno con capacità e livelli tecnici diversi, perché nella musica ci sono sempre tante strade e tante anime differenti. Era bella quell’aula piena di storie così diverse, perché si respirava anche un po’ di complicità. Non era un’audizione, o un concorso. Cercavamo tutti una piccola conferma, chi per un corso di base, chi per il corso principale. La conferma che per ognuno di noi la musica ha uno spazio dove farci esprimere e che in ognuna delle nostre vite, a livelli diversi, c’è uno spazio per la musica.

Così, era bello osservare un padre che teneva compagnia alla figlia, alle prime scale, prima dell’esame; un marito e un figlio che sostenevano con lo sguardo una madre tesa, col saxofono al collo, che faceva su e giù per il corridoio; Franco che soffiava deciso dentro “Tenderly”; un ragazzo con la camicia arancione che faceva esercizi a velocità vertiginosa; la dolcezza composta (o la compostezza dolce?) di Anna con il suo Selmer più vecchio di lei; il bel vibrato di un signore che provava a portarci tutti “Oltre l’arcobaleno”, riuscendoci; il sorriso di Antonio che ci tranquillizzava scherzando (“suonate forte la prima nota…e poi l’ultima…;-).

Ieri, per la prima volta, ho anche provato una nuova sensazione dell’età adulta: sentivo che sarei stato più emozionato se al mio posto ci fosse stata Sara. Ero teso, sì, avevo un po’ paura di sbagliare, e non sono nemmeno più abituato a suonare davanti anche a solo poche persone, ma riuscivo a sentire un certo distacco da me stesso, dalle mie incertezze, e pure più controllo sull’agitazione. Sentivo che la musica, nella sua grandezza, aveva posto anche per un suo innamorato sincero, senza pretese, come me. Uno che, riprendendo a suonare, “da grande”, ha cercato solo di  riannodare alcuni fili della propria biografia e della propria anima.

Viva la musica che ti va, fin dentro all’anima, che ti va.
Penso di credere che finirò sempre per vivere di te
” (Paolo Conte, Dal Loggione

Un brano inedito

A Santa Fiora

Mi capita poi di dirgli, a Simone, quando ci vediamo, sempre le stesse cose. Anche l’altra notte a Santa Fiora, che il suo tesoro in banca è l’avere un mondo poetico originale, riconoscibile e solo suo. La memoria funziona così, allora se ti metti a raccontare una cosa che hai vissuto insieme ad un amico vero, Massimo, lasci da parte la cronologia di quello che è stato, procedi a salti, per condensazioni di frasi e momenti. Perché l’albergo era davvero surreale, o lo era perché l’avevo scelto io senza vedere nemmeno una foto. Ma il parcheggio era bellissimo! E se vuoi parlare tutta la notte di vita e dei pensieri che hai, con un amico, va bene anche una locanda un po’ surreale. Che tanto noi siamo fan di Duchamp. E abbiamo pure poca forza nelle braccia: “Anche tu non avevi messo bene l’alimentatore del navigatore nell’accendisigari!??”

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E tu che hai studiato…

La poetica matrimoniale di Paolo Conte ha un contraltare simmetrico non tanto in quella degli “amanti“, quanto in quella del “celibato”. La dialettica amorosa del personaggio principale di molta della produzione contiana (nelle sue stesse parole: l’uomo del dopoguerra italiano che deve ricostruirsi un’identità un linguaggio, una faccia, un mondo…) è uno scapolo. Lo scapolo (vedi la canzone omonima del 1974) è la base del prototipo maschile contiano simboleggiato poi da una figura mitizzata (e autobiograficamente identificabile) nello zio (vedi la canzone Lo zio). Personaggio-simbolo protagonista di buona parte delle prime canzoni di Conte, lo zio è un punto di riferimento emotivo a metà strada tra il genitore e il fratello maggiore depositario dell’esperienza e della messa in contatto – pre-coniugale – del maschile col mondo femminile (vedi La topolino amaranto, Avanti Bionda, Wanda, Macaco, L’Avance, Sparring Partner..tra le altre) Read the rest of this entry »

Che più che gente sembrano foulards

Anni fa volevo scrivere, senza che la bibliografia già sterminata in proposito lo richiedesse, dei brevi capitoletti sintetici sulle varie parti della poetica (musicale e letteraria) di Paolo Conte. Ne abbozzai uno sul tema del “pomeriggio” e un altro, possibile, sul tema “amanti” che viene fuori quasi da sé mettendo in fila alcune sue canzoni. Il fatto, poi, che i due temi siano intrecciati e sovrapposti (l’essere amanti come status intrinsecamente pomeridiano) nelle canzoni di Conte risulta essere movente ancora più interessante per fare una ricognizione della sua poetica sul tema. Read the rest of this entry »

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