Emet

Bastasse davvero scrivere una parola per far esistere un mondo, interno ed esterno. Una parola-talismano da scriversi in fronte, come il Golem, per essere davvero ciò che si vorrebbe essere, che non si è ancora, che non si è più. Tra “verità” (in ebraico אמת [emet]) e “morte” (in ebraico מת [met]), una sola piccola lettera, da cancellare o aggiungere. Ma fuori dalle leggende e dal mito, credimi, certi cambiamenti sono molto più faticosi, e lenti, da raggiungere.

Pecchè a nnuie

Nel mese di agosto avevo scritto un piccolo pezzo, Perché a noi delle poesie…, nel quale raccontavo un aneddoto buffo capitato una sera per strada, insieme a dei cari amici. Il pezzo era divertente e Tiziana, testimone dell’accaduto, aveva letto a voce alta il testo ai suoi familiari, che avevano apprezzato sia il racconto sia la lettura. Così, un giorno dissi a Tiziana: “Non so cosa darei per sentirti interpretare a voce alta quel racconto. Ti dirò di più, sarebbe impagabile una versione realizzata da te in napoletano, che è una lingua intrinsecamente teatrale, musicale, drammaturgica!”. Sono passati diversi mesi da allora e Tiziana, che è un’amica, ed è un’esperta di teatro napoletano (avendo scritto, tra le altre cose, saggi su Eduardo Scarpetta e Massimo Troisi) nonché dotata di origini partenopee, mi ha fatto l’immenso regalo di Natale di recitare – adattandolo in napoletano! – quel mio vecchio raccontino autobiografico, che ci aveva visto protagonisti involontari in una sera di agosto. Qui il file audio (voce recitante Tiziana Paladini – adattamento del testo in napoletano: Tiziana Paladini & Famiglia Paladini, che ringrazio) e sopra, nel filmato di youtube, con una galleria di amati pazzi-profeti-poeti.

Il Capodanno arbitrario

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Quattro anni fa scrivevo la mia teoria sul “Capodanno, capi d’anno“, e ancora mi ritrovo in quelle mie posizioni. Tra l’altro, leggevo di recente qualcosa di simile in Francesco Piccolo il quale sostiene, in uno dei flash contenuti in “Momenti di trascurabile felicità“, che il lunedì inizi già in una certa ora della domenica pomeriggio. Così, da sempre io credo che l’anno nuovo inizi quando uno vuole farlo iniziare, e non ho mai sopportato l’odiosa tirrania dei “31dicembre”, dei “veglionissimi”, della “festadifineanno”, di un divertimento tragico e coatto/coartato che celebri l’iniziofine come momento condensativo di sé (delle amicizie, dell’amore, delle scelte di vita, dei propositi, dei cambiamenti…). Dal punto di vista cinematografico valgano, come testimoni di questo senso drammatico/grottesco del “Capo-danno”, il film/racconto “L’ultimo Capodanno“, il Capodanno anticipato dall’orchestrina nei freddi cenoni di Fantozzi, e anche alcune atmosfere raccontate ne “La meglio Gioventù“.

Detto questo, il mio nuovo anno è iniziato ieri pomeriggio, nel vento gelato di Peccioli, all’interno di Fiabesque. La bellezza del fiabesco, del massimamente inutile, della magia infantile capace di avvolgere e mutare il corso del tempo, ecco in quella bellezza inattesa e sospesa – in parte solitaria e in parte socievole, amicale – ho eletto il mio personalissimo capodanno 2010/2011. Buon anno a tutti.

Il condominio multiculturale

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Dato che “etnia”, “razza”, sono concetti spuri, artificiali, scatole vuote senza fondamento, equivoci concettuali depositati nel linguaggio comune, pericolose trappole verbali capaci di far inciampare, facendolo sentire a proprio agio, il piccolo razzista spontaneo che è in tutti noi, ebbene come è possibile educare alla “diversità”, alla “alterità” di colore, religione, cultura, tradizioni? Me lo chiedevo stamani giocando con Sara, mentre componevamo una specie di condominio di cartone, a metà strada tra i moduli abitativi di Le Corbusier e le…istruzioni per l’uso di Perec.

Mentre disponevamo i vari personaggi, in buona parte provenienti dai miei un-happy meal estivi, riflettevo su come Sara interagisce con le figure di questi pupazzetti, cioè su come i bambini piccoli hanno in sé soluzioni spontanee di multiculturalismo realizzato. Se è vero che Sara riconosce parentele concettuali, “somiglianze di famiglia” (di forma, genere, dimensione, cartone animato di appartenenza, gemellarità, duplicazione) tra pupazzi, quando non parentele propriamente dette tra personaggi narrativi (Fiona e Shrek, ad esempio) o replica modelli, ruoli di genere (cavalla-mamma/cavallo-papà/cavallino-figlio/a, Barbapapà papà, Barbamamma e figliolanza barba-qualcosa) anche su base di scala (uno stesso personaggio identico in due dimensioni diverse rappresenterà sempre una coppia madre&figliolino/a, padre&figliolino/a) o applica meccanismi presenti nello “schema di Propp” (che tutti i bambini conoscono senza bisogno di avere letto) Sara fa interagire tutte queste specie diverse anche all’interno di un unico contesto. Tradizioni diverse (storie di appartenenza, da Snoopy ai pinguini di Madagascar, da animaletti gommosi che caricaturano insetti a cavalli plastici e realistici…) e aspetti esteriori alternativi (scala, materiali, colori) convivono in un unico flusso narrativo (una società?). Qui vorrei scrivere, con un buonismo quasi più che ultra-veltroniano, che questa capacità fantastica dei bambini è l’unica nostra salvezza per la costruzione di una società capace di andare addirittura oltre il multiculturalismo (termine che uso senza connotazioni negative), oltre l’inclusione, oltre l’integrazione.

Non lo scriverò, perché il condominio che assemblo per Sara solitamente non regge più di venti minuti alle tensioni interne (decreto flussi, truffa delle regolarizzazioni, sanatorie fittizie) ed esterne, rappresentate da un catartico terremoto che Sara stessa produce gettando in aria tutti i moduli abitativi e i suoi abitanti, per rimettere sempre in discussione questo modello di società così complesso e anche così fragile. Continuo a sperare che la società nella quale vivrà da grande e che contribuirà a costruire Sara stessa, sia comunque migliore di quella che leggo sui quotidiani ogni giorno. 

Paolo Conte, Nelson

Quando usciva un nuovo disco di Paolo Conte, da ragazzo passavo pomeriggi interi a cercare tutti gli accordi che aveva usato, sul pianoforte. Non ci riuscivo, mai completamente. Alterazioni di ogni tipo, nascoste nelle pieghe degli arrangiamenti, mi scappavano dall’orecchio che rimaneva incantato, allora come oggi, dentro l’originalità armonica che, per me, fa lo stile compositivo del Maestro. Pochi giorni fa è uscito Nelson, l’ho ascoltato molte volte, in auto, in casa, nel lettore portatile. L’ho ascoltato come sottofondo ad altro e come partitura da studiare. Ci sono un paio di accordi nel brano Nina che vorrei davvero sapere come sono fatti. E poi in Jeeves c’è una stratificazione di stili che non puoi dire il brano “filologico” (come era Gong-oh) ma sintetico di un certo gusto (anni Trenta) nella gestione delle ance, della chitarra “alla Django”, del sax baritono a interpuntare il basso. E poi il bolero ipnotico di Clown. E L’Orchestrina, irresistibile nelle sue trovate (come sentire un to-be-or-not-to be nella metrica di una carica di tromba).

Ma ho deciso che una recensione a Nelson non la scrivo, se ne trovano già di ottime in rete, anche tra le firme dei quotidiani on line (piuttosto articolata, forse a tratti sovrabbondante, quella ottima di Mangiarotti); e lo stesso Conte, nelle interviste, ha offerto chiare chiavi di lettura dell’album. Ogni canzone, poi, meriterebbe ben più di una frase riassuntiva, che tenga insieme testo e musica. Altro modo di parlarne, talvolta, è cercare rimandi interni alla stessa produzione di Conte, là dove una canzone riecheggia (per armonia, o ritmica, o struttura, o testo, o suggestione) un altro suo brano del passato (in Galosce selvagge - brano straordinario - c’è un frammento di piano di Colleghi trascurati, e così via…). Perchè l’immaginario contiano è tanto libero e letterario quanto coerente, compatto (sia musicalmente, sia poeticamente inteso) e Nelson lo racconta, lo esprime tutto, costituendo così un nuovo capitolo per ogni tema espressivo di Conte (la solitudine dell’artista, gli amori travolgenti e difficoltosi, la Luna, l’insonnia, la donna mitizzata, il femminile come esotismo naturale, e l’altrove come scenario fantastico…). Alla fine mi accorgo sempre che è lo specifico musicale quello che mi afferra di più, sentire proprio le soluzioni timbriche (perché il clarinetto in La? perché non c’è il soprano? che chitarra era quella là sotto?) che ha scelto per impastare un brano.

E’ una fortuna, per me, che sia uscito ora questo suo lavoro. Perchè la musica è sempre salvifica. E quella di Conte, in particolare, salva, lenisce, diverte, commuove; e portandomi a spasso nel passato sa proiettarmi nel futuro.

Lo spostalibri

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In libreria, ogni tanto, mi dedico al “bookshifting“, riposizionando negli scaffali i titoli che preferisco a una migliore portata d’occhio e mano per i lettori. E’ un’antica pratica di resistenza civile e culturale alle regole dell’industria e del commercio editoriale, in un’epoca di “supermarketizzazione” delle librerie, con spazi sempre più risicati rispetto alla “biodiversità” editoriale. Far emergere dalle polveri degli scaffali rasoterra, dalle nicchie buie e angolari, qualche bel saggio, qualche poeta originale, qualche narratore non pubblicizzato, è un’opera di condivisione e disseminazione di gusti. Certo, si ritarderà un poco per quei libri il loro destino naturale, “la via della resa, e dal magazzino di poi precipiti felicemente nei gorghi imperscrutabili del remainder, acciocché finalmente io mi possa accattare il libro sulla bancarella (materiale o virtuale) ad un prezzo ragionevole e congruo, lontano dalle bassezze del commercio venale e immerso nella poesia della trouvaille…“, come afferma ironicamente l’amico Sebastiano Timpanaro da San Vincenzo.

Eppure, è un modo di far interagire lettore e libreria, dove il libro crea suoi nuovi percorsi preferenziali al di là delle logiche promozionali e commerciali. Ogni lettore si fa libraio per un altro lettore. Qualcosa del genere esiste già, in forma più o meno organizzata, a volte in bacheche di suggerimento/gradimento di alcuni titoli (segnalati dai lettori, segnalati dalla libreria…) ma lo “spostar libri” (bookshifting) ha una componente anarchica e antisistemica costitutiva. In rete ho trovato diversi casi di “auto-bookshifting”, dove l’autore racconta la piccola operazione di pirateria attuata in una grande libreria per portare il proprio titolo a un livello di visibilità maggiore. Non sorprenda poi il gusto, diffuso vedo, di fotografare il proprio prodotto sugli scaffali (motivato dalla difficoltà che, solitamente, incontra la distribuzione e l’ospitalità da parte delle catene librarie di titoli “fuori mercato”). Così, per un autore dilettante come me (cioè che si diletta nello scrivere quel che scrive) e che pubblica all’interno dell’editoria indipendente, è sempre gratificante (e straniante) potersi “spostare” negli scaffali accanto, alfabeticamente o analfabeticamente, a qualche grande autore.

(nella foto, ho spostato di uno scaffale più in su, rispetto al sottosuolo, i Giocattoli, tra due bei libri che consiglio, quello di Claudio Piersanti e Il fu Mattia Pascal del promettente collega Luigi Pirandello – Libreria Feltrinelli, Pisa -5 ottobre 2010)

Farsi prossimo

Ogni percorso esistenziale contiene la possibilità di una resurrezione, e un’eco di Resurrezione sta in ogni crisi, caduta, frattura. E forse non c’è vera rinascita, risalita (umana, s’intende) che non si dia nel tessuto di una solidarietà, di una relazionalità, di un’amicizia, di un affetto. Io un Ramiro lo vorrei avere come amico. Anzi, io stesso vorrei essere un Ramiro per qualcuno, cioè vorrei avere la purezza di quell’umanità che, afflitta e rinnovata, è capace di grande empatia, dolcezza, vicinanza, prossimità col prossimo. Farsi prossimi è rinascere. Ogni avvicinamento ha un costo, ha un rischio. E’ il rischio che ci viene chiesto dal vivere, dall’essere vivi. Ramiro riesce a diventare, da povero cristo, un Cristo credibile (di più: commovente) perché è stato capace di “farsi prossimo”. Che è poi una delle magie interne al concetto stesso di “amicizia”.

(appunti dalla visione del film “La Passione” di Carlo Mazzacurati)

Il registro delle misure

In questa tempesta di passato remoto in corso, la cena di classe, i ricordi, i flashback, coltivo un rammarico profondo: non riesco a ricordare, tra altre mille cose nebulosissime di allora, i miei risultati in atletica leggera. Non so cosa darei per avere il registro del professore Mereu, con segnati i nostri risultati, le nostre misure anno per anno. La corsa, il salto in lungo, il salto in alto, il lancio del peso: misure. Quelle misure, quei numeri, tempi, distanze, mi sono cari più di qualunque altro voto abbia preso a scuola nell’intero corso della mia vita, e purtroppo non li ricordo. Ma ricordo esattamente la soddisfazione nel migliorare, da un anno a un altro, anche di un decimo di secondo, o di qualche centimetro, quelle prestazioni olimpiche in miniatura.

C’era chi correva più velocemente, chi saltava più in alto, chi più in lungo, chi gettava il peso più lontano. Ricordo vagamente delle soglie, gli 8 secondi nei sessanta metri, i 4 metri nel salto in lungo. Punti di riferimento medi, ma non saprei dire quanto mi discostassi, in meglio o in peggio, da quei valori. Correvo mediamente veloce, non velocissimo. Ero leggero e correvo. 8,2 sec.? 8,3? Boh. E chi correva i 7,9, i 7,8? Piccoli Powell, Bolt ante litteram, ante anabolizzanti (ricordo nell’88, ma ero già al liceo, la finale del dopatissimo Ben Johnson videoregistrata di notte e rivista al mattino). Le Olimpiadi di Los Angeles del 1984 sono le prime che ricordo di aver vissuto con partecipazione ed entusiasmo. Mi feci comprare pure una specie di costume rosso d’atletica, che era quello usato da Carl Lewis. Per noi dodicenni Lewis fu un’epifania assoluta. Ricordo che Cristiano Bertolucci, mio vicino di casa e compagno di giochi in cortile, alunno della classe C, correva molto veloce. Un piccolo Lewis. E poi c’era un bambino esangue, quasi gobbetto, tale Brizzi, con una peluria di baffetti su un volto tristissimo, anemico, che correva più veloce di tutti, e andò ai giochi della gioventù regionali, o nazionali, forse. Un personaggio sul quale avrei sempre voluto scrivere un racconto. L’altra sera ho pure chiesto a Fabrizio Pennucci se ricordasse questo bambino, e lui non lo ricorda. Una velocità eccezionale in un fisico fragilissimo, un Mennea anemico in miniatura. Chissà se l’ho solo immaginato o se è esistito davvero.

Ricordo di non essere quasi mai riuscito a fare un salto in stile Fosbury degno di questo nome, per mancanza di coordinamento psicomotorio evidente. Mi arrangiavo con semi-ventrali d’epoca, sfruttando il fatto d’essere abbastanza alto e leggero, ma i risultati erano scadenti. Ricordo che il salto in lungo, invece, mi piaceva moltissimo, e una volta sola andai ai giochi della gioventù al campo scuola di Marina di Carrara, ma non ricordo più se per correre gli 80 metri o per il lungo. Nicola Landucci era bravo nel salto in lungo. Marco Garfagnini (futuro chef di fama internazionale) nel lancio del peso. Magari loro ricordano le loro misure. 4 e 40 nel lungo? Di più, di meno? Chissà. In quel campo scuola avrei poi passato molte ore delle estati tra i 14 e i 16 anni, rovinandomi la schiena in estenuanti partite a basket tutti contro tutti, senza limiti di età e rudezza. Meravigliose partite.

Il registro di ginnastica delle medie, con le nostre misure raggiunte anno per anno, ha nel mio ricordo un alone quasi magico: in quei numeri stanno i corpi dei bimbi che crescono, sta la bellezza dello sport allo stato puro e dell’atletica, dell’agonismo con se stessi. Non a caso il motto olimpico, in latino, incita semplicemente ad andare più veloce, più in alto, più forti. Ecco, il registro di quelle misure sarebbe per me un cimelio e un monumento, un po’ come quei segni sul muro che i genitori fanno per ricordare la crescita dei figli. Chissà se esiste ancora in qualche cassetto della Scuola Leopardi, o se è stato distrutto dal tempo.

E in quanti minuti farei adesso gli 80 metri piani?

La cena delle medie

Tramite Facebook, che in questo caso funziona secondo il suo specifico originario, si sta organizzando una prossima cena con la classe delle scuole medie. Inaspettatamente, un intreccio fitto di messaggi e ricordi ha preso a circolare tra un piccolo nucleo di componenti della classe, contagiando via via un certo entusiasmo nella riscoperta di persone dimenticate, conosciute e riposte nell’archivio del vissuto, del passato. Ma vi è sempre, nelle nostre vite, una quantita di passato “che non passa”, che poi è il motivo del fascino esercitato dalle narrazioni che propongono mondi possibili e salti temporali (“Ritorno al futuro”, “Sliding doors” etc.) così come da quelle che si chiamano “ucronie“, invenzioni che, detto sommariamente, ipotizzano svolgimenti alternativi dei fatti storici. Incontrarsi dopo 25 anni espone certo al rischio di non riconoscersi, non riconoscere gli altri ma anche se stessi nel ricordo degli altri. Un po’ come accade al protagonista di quel film che cito sempre, soprattutto in questi giorni, dove Bruce Willis non riconosce il sé bambino che lo viene a trovare dal passato (film che già citavo parlando un giorno del matteo del liceo). Read the rest of this entry »

L’orchestra è andata avanti, nessuno ha visto…

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Un mio amico fine letterato, che mi ha chiesto di mantenere l’anonimato avendogli preannunciato questa mia riflessione scritta e che, per comodità, chiamerò “il Sebastiano Timpanaro di San Vincenzo” (per le comuni iniziali S.T.), qualche anno fa mi raccontò di una sua passione insana, da me subitamente condivisa e apprezzata: i manifesti delle orchestrine di provincia, da dancing e balere, affissi lungo le strade della campagna toscana, nei nostri piccoli borghi, lungo le comunali e le provinciali dimenticate. I nomi improbabili, le foto ridicole, una patina di passato, di fame, di ridicola melanconia ammantano quelle locandine che, agli occhi di S.T e miei, comunicano l’esatto contrario di quanto vorrebbero comunicare, collocandosi ipso facto nella grande, e un po’ indistinta, categoria del “trash“. Read the rest of this entry »

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