Gas Station Night

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Perché ci attirano tanto, come lampade per falene o per anime in pena, queste isole di luce bianca piantate in mezzo alle ore più primitive della notte, tra l’una e le quattro, scintille di fosforo delle tangenziali, dell’extra-urbane, delle provinciali, di ogni strada che si faccia carico, per noi, di attraversare il nulla? Perché quelle luci che mettono a giorno piazzali deserti, “gas station night”, hanno il potere di funzionare, come raggi-x, da lampade rivelatrici della felicità e dell’infelicità di chi vi si sottopone o soltanto vi si avvicina?

Nel progetto di scrivere una poesia che condensasse in parole l’atmosfera ipnotica e rarefatta delle luci dei distributori che si incontrano in auto di notte, atmosfera “hopperiana” per certi aspetti (vedi la luce del suo celebre bar; singolare, poi, che un amico mi abbia citato proprio una “gas station” di Hopper per commentare su Facebook la mia foto notturna, senza aver letto questa mia riflessione) e prima di fotografare autonomamente qualche reperto significativo (proposito abbandonato dopo il primo scatto, qui sopra, poiché occorrerebbe attrezzatura fotografica apposita), ho iniziato la mia solita e propedeutica ricerchina in rete, partendo da una stringa testuale su flickr, “gas station night”. I risultati sono già molto buoni, e perfettamente centrati su quello che vorrei, poi, riuscire a rendere a parole.

L’atmosfera iper-realista che caratterizza queste luci notturne di distributori è stata resa perfettamente, e non a caso, da alcune sequenze, vado a memoria, del primo Toys Story: quindi realtà virtuale, digitalizzata, più vera del vero. Vale a dire, la finzione patinata e plastica dell’animazione digitale rende con perfezione fotografica una qualità di luce (plastificata e irreale, perché troppo reale) quale quella delle illuminazioni notturne dei distributori. La foto di un distributore notturno dal vero e di una sua eventuale modelizzazione 3D sono, per me, indistinguibili

Per un “mantra” dei diritti

…la collettività (il coro) deve riappropriarsi dei concetti che la retorica ufficiale gli propone, e ricordarglieli, ripeterglieli, come una specie di mantra, che disturbi l’ufficialità, interrompa i discorsi di rito, gli ricordi che quelle parole (diritto, salute, responsabilità, sicurezza, formazione) sono valori fondamentali che contribuiscono a dare senso al tema “sicurezza sul lavoro”. Non c’è diritto senza salute, non c’è salute senza sicurezza, non c’è sicurezza senza responsabilità e formazione. Le voci sole sono come “fantasmi” che raccontano di sé, una o più testimonianze da inserire, come stacco drammatico che richiama alla realtà, cruda, fattuale, concreta, sia la retorica del conferenziere sia  la presa di coscienza civile della collettività  rappresentata dal coro…

Bolle

presentazione antologia BolleLa presentazione dell’antologia Bolle, ieri, nella biblioteca del Monastero di San Giovanni a Parma, è stata una bellissima esperienza. Inaspettatamente arrivato tra i nove finalisti del concorso annuale di Tapirulan, mi sono goduto la lettura delle poesie selezionate per l’antologia, voci, persone, vissuti e stili diversi tra loro ma tutti molto interessanti, appassionati. Parma era accogliente, gaudente e iperaffettata (nel senso gastronomico del termine) come nel migliore stereotipo che ne coltivavo, ed è bello quando uno stereotipo semplificatorio di una realtà complessa ti viene confermato e amplificato dalla realtà stessa (vedi foto). Ma il pomeriggio di ieri sta, soprattutto, nell’entusiasmo autentico degli organizzatori e di tutti i componenti della Giuria (per tutti, un grazie particolare al prof. Paolo Briganti, che ha letto magistralmente la mia “Ode all’ago magnetico”, e a Mirella Cenni che ha letto “L’estate come grammatica”) e dell’Associazione Tapirulan, capaci di portare avanti iniziative, idee, progetti originali e di qualità. Qui l’elenco dei vincitori e dei finalisti. Qui l’elenco dei fotografi presenti nell’antologia. E un grazie a chi ha condiviso il suo tempo con me ieri.

Dialoghetti pop-up

- Sigmund Freud – Caro Edmondo, ho letto con attenzione la bozza di quel racconto scolastico sulla maestra di ginnastica, che mi ha inviato. Mi pare, debbo dirlo in massima onestà, che Ella vi abbia messo dentro molti, troppi simboli fallici sostitutivi, quel “nasino non finito…”. Cosa è, dunque, questa maestra Pedani? È davvero un essere così castrante! Odiava forse sua madre, Edmondo? Vorrei osare dirLe che la dinamica feticistica e voyeuristica del suo Don Celzani è un po’ troppo scoperta per i miei gusti di lettore. Il legame tra impulso libidico, spinta epistemofila e scopofilia è davvero molto palese in lui! -

- Edmondo De Amicis – Dio Grande! Ella è un demonio dottor Sigmund!! E ci porterà questa peste in casa, spacciandoci questo veleno per farmaco!?? Non ci salveremo più, nessuno sarà più salvoooooo…- (con le mani nei capelli, gridando)

Da domani, da marzo

Lascio un po’ d’aria nel vuoto
pneumatico dell’auricolare
in modo che la playlist
delle voci del bus possa
mescolarsi al flusso
randomico dei brani,
seicento, in sequenza casuale.

Dismetto il carapace verde
in forma di zaino nel quale
per due anni ho affastellato
fogli e oggetti, frammenti di me,
dimenticabili documenti-nocumenti,
la casamobile clochard,
non rifugio sulle spalle
ma
tantalico macigno di memorie inutili:
carte, scritture, souvenirs dell’eventuale,
lapis, pastiglie, cavi, supporti, device.

Fatico a circorscrivere il tralasciabile.

Per una poetica birraria

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Avviandomi sulla strada del bere (specifico, per non allarmare i lettori: del “buon bere”) vino e birra, ho preso a seguire i consigli e le serate di degustazione dell’amico Simone Cantoni, eletto a mio Virgilio in una discesa e risalita alcolica, in cerca di sapori, euforie necessarie e consapevolezze organolettico-esistenziali. Così, mentre lo ascoltavo spiegarci dottamente le qualità di alcune “superluppolate” americane (sul tema del lessico proprio di ogni descrizione organolettica tornerò con altro post, perché è un argomento troppo complesso per risolverlo qui ed ora ed è davvero degno della filosofia del linguaggio: come si traduce in parole un sapore? quale “gioco linguistico” è quello aperto dalla traduzione/descrizione delle caratteristiche di un vino, di una birra? Metafore, similitudini, analogie, sinestesie in campo? Esiste una “poetica” enologico-birraria? etc. etc.) mentre lo ascoltavo, dicevo, degustando le birre, ho preso brevi appunti “poetici”: ho salvato alcuni frammenti sonori, tracce di concetti/immagine tratti dalle descrizioni usate da Simone (nei testi che seguono indicati tra virgolette) nel tentativo di comporre una piccola memoria verbale della birra mentre questa si trovava ancora in circolo, tra palato e stomaco. Questo il risultato stenografico di una bella serata (al Tagomago, a Massa):

Sierra Nevada Pale Ale, America PAle ale, ambrata 5.6°
Tu mi dici “resinosa”,
e poi renetta, aggiungerei io:
“di mela grattugiata, da bambini…”
è il tuo personale, Simone,
richiamo proustiano,
madeleine superluppolata.

Un amaro elegante,
che rimane senza prepotenze
nei bordi del mio palato.

Snake Dog, American Ipa, ambrata, 7.1°
Tu, caneserpente,
hai “il naso molto pronunciato”
e m’inganni i sensi,
dolce nelle narici
e agrumata per la lingua:
“l’artiglio dell’amaro
graffia, assertiva” sei tu,
così sei.

Scopro con te l’IBU,
l’indice internazionale dell’amarezza,
il tuo è 60.
E certe vite, che IBU avranno?

Raging Bitch – Belgian Ipa, ambrata, 8.3°
Preso dal tuo colore ambrato,
mi perdo a cercare la speziatura,
il chiodo di garofano, mentre
mi metti nella bocca
“una mano vegetale”,
cresce il geranio senza che io
l’abbia mai coltivato.

Bella birra sferica,
la corsa del tuo gusto scivola,
scivola via silenziosamente:
“Chi dice banana non mente”.

Hercules, Double Ipa, ambrata, 10°
Doppia in tutto,
in luppolo, in gradi…
mascherata la tua amarezza
forte e io, assonnato
dall’alcool, non riesco più
a scrivere, e descriverti.

E’ “l’amaro che si radica
sul palato”, e non va via,
come certi amori
che non passano
anche quando sono passati.

Devio in video

In diretta dal carcare di Turi, da una prigionia autoinflitta, col numero di matricola 7.047, proseguono con cadenza quasi quotidiana, quando l’urgenza comunicativa e, soprattutto, recitativa lo detta, le trasmissioni di Colti Sbagli Video, il nuovo formato 2011 di “scrittura verbale monologante” di questo blog.

I’m a writer

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Sempre mi ritrovo tra i piedi delle scarpe, abbandonate. Chi mi conosce da tempo forse lo ricorda. Fotografo questi rifiuti urbani (come un tempo salvavo biciclette dall’oblio), perché dietro ogni scarto sta una storia non raccontata. Sconosciuta intercapedine tra realtà e possibilità. La parola interstiziale, la storia incuneata tra le vite. Ogni scarpa che ho incontrato è sempre stata punto di domanda, per me. Ecco, una punteggiatura misteriosa fatta di scarpe, stivali, polacchine abbandonate sta iscritta sulla mia strada, di osservatore e di scrittore. A dirla tutta, io sono uno scrittore proprio perché, o solo perché, mi fermo sempre a osservare le scarpe abbandonate, non per altro. Sì, io sono uno scrittore.

Emet

Bastasse davvero scrivere una parola per far esistere un mondo, interno ed esterno. Una parola-talismano da scriversi in fronte, come il Golem, per essere davvero ciò che si vorrebbe essere, che non si è ancora, che non si è più. Tra “verità” (in ebraico אמת [emet]) e “morte” (in ebraico מת [met]), una sola piccola lettera, da cancellare o aggiungere. Ma fuori dalle leggende e dal mito, credimi, certi cambiamenti sono molto più faticosi, e lenti, da raggiungere.

Pecchè a nnuie

Nel mese di agosto avevo scritto un piccolo pezzo, Perché a noi delle poesie…, nel quale raccontavo un aneddoto buffo capitato una sera per strada, insieme a dei cari amici. Il pezzo era divertente e Tiziana, testimone dell’accaduto, aveva letto a voce alta il testo ai suoi familiari, che avevano apprezzato sia il racconto sia la lettura. Così, un giorno dissi a Tiziana: “Non so cosa darei per sentirti interpretare a voce alta quel racconto. Ti dirò di più, sarebbe impagabile una versione realizzata da te in napoletano, che è una lingua intrinsecamente teatrale, musicale, drammaturgica!”. Sono passati diversi mesi da allora e Tiziana, che è un’amica, ed è un’esperta di teatro napoletano (avendo scritto, tra le altre cose, saggi su Eduardo Scarpetta e Massimo Troisi) nonché dotata di origini partenopee, mi ha fatto l’immenso regalo di Natale di recitare – adattandolo in napoletano! – quel mio vecchio raccontino autobiografico, che ci aveva visto protagonisti involontari in una sera di agosto. Qui il file audio (voce recitante Tiziana Paladini – adattamento del testo in napoletano: Tiziana Paladini & Famiglia Paladini, che ringrazio) e sopra, nel filmato di youtube, con una galleria di amati pazzi-profeti-poeti.

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