1 Settembre 2010

Un mio amico fine letterato, che mi ha chiesto di mantenere l’anonimato avendogli preannunciato questa mia riflessione scritta e che, per comodità, chiamerò “il Sebastiano Timpanaro di San Vincenzo” (per le comuni iniziali S.T.), qualche anno fa mi raccontò di una sua passione insana, da me subitamente condivisa e apprezzata: i manifesti delle orchestrine di provincia, da dancing e balere, affissi lungo le strade della campagna toscana, nei nostri piccoli borghi, lungo le comunali e le provinciali dimenticate. I nomi improbabili, le foto ridicole, una patina di passato, di fame, di ridicola melanconia ammantano quelle locandine che, agli occhi di S.T e miei, comunicano l’esatto contrario di quanto vorrebbero comunicare, collocandosi ipso facto nella grande, e un po’ indistinta, categoria del “trash“. Leggi il resto » L’orchestra è andata avanti, nessuno ha visto…
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19 Agosto 2010
Sopra il “Palco della Memoria“, al Palazzo Mediceo di Seravezza, Simone Cristicchi ha dato una grande prova d’attore portando in scena il poema di Elia Marcelli Li Romani in Russia, un progetto lungamente coltivato, e ancora in fase di evoluzione e aggiornamento, che debutterà nel prossimo autunno sotto la regia di Alessandro Benvenuti. Simone ha ammutolito, commosso, divertito, entusiasmato un pubblico molto attento e per niente sorpreso nel ritrovare uno tra i più orginali cantautori italiani nelle vesti di un fante alle prese con la campagna di Russia e con la tragedia della ritirata tra le nevi del 1943. Simone, ormai, sorprende senza sorprendere. E’ il tema della credibilità. Non dell’impegno. La grande forza del testo di Elia Marcelli viene, infatti, amplificata dall’incontro con la voce (intesa sia in senso letterale sia in senso di “voce poetica”) di Simone, con la credibilità della sua voce. Leggi il resto » Il “monologo corale” de “Li Romani in Russia”
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15 Agosto 2010

Il giorno di Ferragosto è il luogo ideale dove esercitare lo sguardo. Il giorno più vuoto del mese più vuoto dell’anno, è assimilabile a una “ucronìa”: il suo tempo è realmente alternativo al normale scorrere del tempo, è un non-giorno antonomastico il ferragosto, chiodo ferroso piantato sul calendario (così dicevo una volta). Ogni ferragosto mi mescolo ai turisti, con una maglia colorata, e faccio foto alla città in cui vivo, soprattutto alla piccola porzione di vicoli che circonda i monumenti, vicino casa, cercando di esercitare lo sguardo sul vuoto. Faccio foto col cellulare, senza nessuna abilità tecnica o velleità artistica, ma con una posizione teorica ormai piuttosto definita e consolidata negli anni: nel vuoto lo sguardo sovrappone meglio alcuni concetti alla realtà “percepita” e ne evidenzia altri, nascosti, astraendoli da particolari minimi e inosservati. E’ anche questo uno “scrivere l’essenziale”, perché la giornata del 15 agosto è realmente quintessenziale rispetto alla percezione del “Vuoto” e del Tempo che lo attraversano. E’ la giornata più inconsapevolmente “taoista” che abbiamo in Italia. Ed è in questo vuoto generatore e ascensionale che, non a caso, Maria viene “assunta” in cielo. E’ un vuoto che spinge, pneumaticamente, verso l’Oltremondano. L’urbanità, inoltre, diventa quinta scenica, bidimensionale (vedi anche l’episodio “In vespa” di Caro Diario, che è un paradigma efficace dell’attravesamento nel Vuoto ferragostano), schermo sul quale proiettare paure e desideri.
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14 Agosto 2010
Esco a cena, in pizzeria, con una coppia di cari amici, Tiziana e Simone. Parcheggiamo a qualche passo dal locale, camminiamo conversando lungo il marciapiede, in via Cattaneo, a Pisa. E’ una sera di agosto, non troppo calda, non troppo umida. Una sera dove si cammina bene per strada, e si conversa bene camminando per strada, che la strada non ti sembra mai troppo lunga per quanto si sta bene a conversare camminando per strada. Di fronte a noi, in lontananza lungo il marciapiede, si avvicina a grandi passi un folle: un giovane folle, alterato. Alterato di sé, da sé, monologante ad alta voce. Giovane, pelato, vestito con una maglia chiara, sportiva, scarpe da ginnastica, jeans corti al ginocchio. Arrossato dal sole e ancor di più dall’essere folle, auto-alterato dal monologare concitato ad alta voce, quasi rabbioso nel suo itinerario, spedito lungo il marciapiede come un proiettile, folle, contro noi tre che procediamo lentamente, conversando, verso la pizzeria. Simone lo nota prima di me e Tiziana, si allerta. Il folle ci fa sempre allertare, per strada. Sono riflessi condizionati che abbiamo tutti quanti, meccanismi difensivi che si attivano spontaneamente; da un lato per istinto di sopravvivenza (valutare il più rapidamente possibile se una persona, un folle che ci si fa incontro, è potenzialmente portatore di pericolo per la nostra incolumità); dall’altro per esorcizzare il folle che sta dentro ognuno di noi, e rispetto al quale non sapremo mai sondare completamente lo spessore dell’intercapedine interna che ce ne separa, che separa noi stessi dal noi stessi-folle. Proseguiamo a conversare mentre il meteorite rosso e monologante si avvicina alzando la voce. In questi casi ognuno di noi aggiunge sempre un surplus di indifferenza a quella che abitualmente impieghiamo nello sfiorare gli estranei sui marciapiedi, ignorare un folle implica sempre quella specie di atteggiamento che si riserva ai randagi feroci: li si ignora con massimo impegno nella speranza di essere, a nostra volta, ignorati. Leggi il resto » Perché a noi delle poesie…
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13 Luglio 2010

Ormai so tutto dell’happy meal. Anni fa ci avevo scritto sopra una poesia*, una poesia anti-mcdonald che parlava proprio del cestino per bimbi, col giochino incorporato. E’ sempre stato troppo facile parlare male dei mcdonald. Esiste una letteratura sociologica, semiologica e antropologica cospicua intorno all’emmona gialla bovinocentrica. Senza citare quel film-documentario, “Supersize me“. Se cerchi mcdonald su wikipedia ci trovi pure citate le polemiche per l’apertura recente di una filiale a pochi passi dalla torre di Pisa. Ecco, io vado lì, da solo. Una volta a settimana. A volte due. E’ uno dei luoghi più tristi che abbia mai frequentato. Anche se so che è tutta una tristezza proiettiva, simbolica: sovrappongo al luogo la tristezza del motivo per il quale frequento quel luogo. Ormai so tutto dell’happy meal. E so molte cose anche sui frequentatori dei mcdonald. Almeno di quelli che incontro io lì la sera. Una sera c’era una ragazza obesa, in coda davanti a me. Ha preso un cheesburger, 1 euro. Poi l’ho osservata stazionare nella piazza fuori dal locale, inquieta, imbarazzata. E rientrare, per rimettersi in coda, dopo circa un quarto d’ora. Mi ha dato una forte sensazione di tristezza, e solitudine. Una volta avrei scritto la categorizzazione di tutti i tipi di clienti che ho studiato nel corso del tempo, ma ora sono molto stanco, mentalmente, e anche la scrittura ne risente. La tipizzazione mi rimane in testa e non finisce nella tastiera. Un domani, forse. Leggi il resto » Unhappy meal
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7 Luglio 2010
Il diplomatico svizzero scende da una berlina nera di lusso, nel sedile del passeggero una donna, di lusso, che ripartirà poco dopo al volante lasciandolo a prenotarsi una camera, che lui sperava per due fino a qualche istante prima. Ha un volo il mattino presto, forse dall’aeroporto militare. Vuol pagare con una banconota da duecento euro. E’ notte piena. Non c’è il resto.
La ragazza portoricana ha troppa cipria, fianchi molto ampi e un bel sorriso a denti bianchi. Un gruppo di famiglia, vacanze in europa. Chiede la connessione wi-fi, un’ora 3 euro. E’ notte sempre più piena, fa molto caldo. Sale le scale, le ridiscende. Forse inciampa. Il suo sovrappeso è suadente, comunque. Come i fianchi e pure la troppa cipria sull’incarnato ambra. Ma i denti le fanno un bellissimo sorriso bianco.
Un gruppo, forse sudamericano e dotato di un esotismo già troppo sudato e geograficamente non identificabile, entra caracollando, con bottiglie di liquori a forme strane. Chiedono ghiaccio. Non ce n’è. Sorry.
Il tipo pelato e atletico, allampanato (slavo? inglese?) scende da un SUV giapponese. Chiede una stanza. La vuole vedere. “Many train?” “Cosa?” Forse vuol sapere se di notte passano molti train. No, non molti. Torna al SUV. La camera non deve averlo convinto. Parte a razzo, quasi sgommando.
Un’esile tardo-adolescente bruttina, naso semitico?, sgattaiola in minigonna e maglia corta turchese su per le scale senza passare dalla portineria, alla quale dedica solo un’occhiata traversa e colpevole. Non si saprà mai la sua destinazione né la sua determinazione a delinquere.
Nel mentre, tre amici occasionali osservavano tale viavai con compiaciuto disincanto.
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28 Ottobre 2009
Quando la pubblicità utilizza, decontestualizzandole in modo prepotente, le colonne sonore del cinema io storco sempre un po’ il naso. Va bene, ci vuole poco a farmi storcere il naso, soprattutto quando si parla di musica, codici, linguaggi, segni, significati, comunicazione. Forse, quindi, sempre. Capita che l’ultimo spot della Parmalat, ad esempio, questo qui, utilizzi una marcetta tragica e famosa di Nino Rota come jingle pubblicitario. La versione utilizzata è quella proposta recentemente dagli Avion Travel in un loro album dedicato integralmente alla produzione del grande compositore (sul quale consiglio il bel volume+cd “L’undicesima musa“) delle musiche di molti film di Fellini. La marcetta “Bevete più latte” appartiene ad un episodio del film “Boccaccio ‘70″, “Le tentazioni del dottor Antonio“, per la regia di Federico Fellini. La mia idea è che se vi è un caso per il quale quel motivo musicale non potesse davvero essere usato è esattamente uno spot pubblicitario di un produttore di latte. Cerco di dire brevemente il perché. Leggi il resto » Bevete più latte, ma consapevolmente
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25 Ottobre 2009

Mi piace mostrare la mia ricevuta di voto alle primarie del PD di oggi. Ricordo che nell’ottobre di 4 anni fa, con un mal di schiena che mi piegava in due, non mi faceva dormire da un mese e a causa del quale mi reggevo in piedi per non più di pochi passi, andai a votare (mi trascinai eroicamente al seggio…) Romano Prodi, alle prime primarie nazionali che ci capitava di sperimentare. Stare in mezzo al cosiddetto “popolo delle primarie” è sempre piacevole. E’ un tipo di italiano, quello che ci incontri, che mi piace. Sarà pure un po’ idealista e ingenuo, fa tenerezza. Facciamo tenerezza. Ma è quel tipo di tenerezza che serve ancora alla democrazia. Con tutti i limiti del meccanismo, dello Statuto, di come ci siamo arrivati, di come ci sono arrivati i tre candidati con le loro storie e identità politiche e i rispettivi limiti, a me ritrovarmi in coda, coi miei due euro, per votare…rincuora ancora.
Così, mi piace mostrare la ricevuta del mio voto, la mollettina verde “Ci tengo”, con dietro i tre candidati alla segreteria del PD. Ho preso i primi tre pupazzi che erano sparsi in salotto, per rappresentarli plasticamente nella foto, ma poi mi sono accorto che erano perfetti! Che sono proprio loro tre! L’asino Iò, un Teletubbies di cui non ricordo il nome, e Hello Kitty. Per la cronaca, io questo pomeriggio ho votato Hello Kitty, perché si sa già da tempo che avrebbe vinto Iò, e allora ho preferito stare dalla parte dei perdenti (con tutto il rispetto per Iò, che è stato un ottimo ministro; il Teletubbies, invece, è una gran brava persona, va benissimo per “tante coccole”, ma guidare un partito di massa è tutto un altro paio di maniche. Sempre che il PD riesca a diventarlo, prima o poi, un partito. E di massa)
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21 Ottobre 2009
La tesi è che esista per ognuno una foto, scattata nell’infanzia, che sia in grado di rivelare i tratti completi, psicologici, esistenziali, del “carattere” della persona raffigurata in relazione alla sua vita futura, ad ogni sua possibile vita futura. Una sorta di “DNA per immagine” che traduca e tradisca la natura più intima della persona che quel bambino, quella bambina, raffigurato/a (in un giorno dato e in una circostanza casuale) diventeranno. Ovviamente questa è una mitologia, e come tutte le mitologie è molto suggestiva. Ma è anche un genere molto consolidato di indagine semiologica: analizzare, “leggere” una fotografia, e in particolar modo un ritratto (a partire da “La camera chiara” di Roland Barthes su tutti, nel quale si trova appunto l’analisi paradigmatica di una foto d’infanzia della madre di Barthes stesso. Per una ricostruzione delle riflessioni teoriche recenti sulla fotografia vedi “Le idee della fotografia” di Claudio Marra). Qui io penso anche ad una famosa foto di Kafka da bambino (vedi Wagenbach), e poi anche a una di Nanni Moretti (mi pare con un’espressione tristissima, in un vestito da Carnevale…ma non riesco a ricordare in quale film, forse Palombella Rossa o uno successivo…). Queste riflessioni mi sono state suggerite ieri da un breve scambio di battute con Anna, a partire dall’analisi di una foto di lei bambina in analogia/contrasto con una sua immagine recente. Leggi il resto » La foto primaria
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14 Ottobre 2009
Questa sera, mentre addormentavo Sara, sono stato preso da una nostalgia dei miei nonni materni, Gino e Amelia, che non ci sono più ormai da diversi anni. Questa nostalgia ha preso la forma di un indirizzo di Piombino, Via Primo Maggio, quello dove abitavano e dove sono andato a trovarli per una vita, la mia, finché loro sono stati in vita. Mentre addormentavo Sara vedevo la strada, la vedevo come da un elicottero; è una cosa, questa, che mi è sempre capitata, ben prima che l’esistenza delle mappe di Google ne fornisse esperienza consueta e quotidiana: immaginare strade di città che conoscevo, così, come in visione dall’alto, come per immaginare cosa vi stesse accadendo in quel momento, con quale luce. Memoria e immaginazione costituiscono da sempre eccezionali webcam sul mondo, a pensarci bene. Insomma, stasera mi guardavo via Primo Maggio un po’ dall’alto, guardandola da Nord verso il mare, come per chi arriva in città dalla strada provinciale, e non riuscivo più a ricordare il numero civico dei nonni (62? 64? mi pare il 64…ma non ci giurerei, magari poi mia mamma passa di qua e lo lascia scritto in un commento).
Immaginare quella strada, e ricercare nella memoria quel civico di Via Primo Maggio, era un modo di andare a trovare Gino e Amelia nella mia memoria, ma anche nella mia anima, e di stare un po’ con loro. Rimango sempre convinto dell’esistenza potente di questi “stradari della memoria”, una toponomastica che condensa anni e anni di vissuto ed emozioni (le mie vacanze estive dell’infanzia, gli orecchioni d’agosto, le stelle cadenti in Piazza Bovio, le visite periodiche a salutarli quando ero studente universitario, le paste acquistate all’inizio della strada, il barattolino di gelato, la struscia e la zuppa che faceva nonna, i parenti buffi, le scale faticose da fare, il divano letto, le partite di calcio in tv con mio nonno, le malattie, i pianti, i sorrisi, i regali di Natale, i saluti finali ai corpi ricomposti sui letti). Ecco se dovessi dare un’immagine dell’anima userei sicuramente una metafora di tipo topografico, stradale, urbano, come città stratificata su altre città, pre-esistenti, come mappa di stati mentali, ricordi, sensazioni, pensieri.
Visualizzazione ingrandita della mappa
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