15 Agosto 2010

Il giorno di Ferragosto è il luogo ideale dove esercitare lo sguardo. Il giorno più vuoto del mese più vuoto dell’anno, è assimilabile a una “ucronìa”: il suo tempo è realmente alternativo al normale scorrere del tempo, è un non-giorno antonomastico il ferragosto, chiodo ferroso piantato sul calendario (così dicevo una volta). Ogni ferragosto mi mescolo ai turisti, con una maglia colorata, e faccio foto alla città in cui vivo, soprattutto alla piccola porzione di vicoli che circonda i monumenti, vicino casa, cercando di esercitare lo sguardo sul vuoto. Faccio foto col cellulare, senza nessuna abilità tecnica o velleità artistica, ma con una posizione teorica ormai piuttosto definita e consolidata negli anni: nel vuoto lo sguardo sovrappone meglio alcuni concetti alla realtà “percepita” e ne evidenzia altri, nascosti, astraendoli da particolari minimi e inosservati. E’ anche questo uno “scrivere l’essenziale”, perché la giornata del 15 agosto è realmente quintessenziale rispetto alla percezione del “Vuoto” e del Tempo che lo attraversano. E’ la giornata più inconsapevolmente “taoista” che abbiamo in Italia. Ed è in questo vuoto generatore e ascensionale che, non a caso, Maria viene “assunta” in cielo. E’ un vuoto che spinge, pneumaticamente, verso l’Oltremondano. L’urbanità, inoltre, diventa quinta scenica, bidimensionale (vedi anche l’episodio “In vespa” di Caro Diario, che è un paradigma efficace dell’attravesamento nel Vuoto ferragostano), schermo sul quale proiettare paure e desideri.
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29 Novembre 2007
E quindi avrei identificato, ad oggi, quattro coordinate attraverso le quali individuare lo “stile generale” della scrittura di un blog. Ogni coordinata è costituita da una coppia di concetti, due poli semantico-concettuali, ai quali accostare, come per attrazione magnetica, il tipo di immagine che ogni modo-blog offre di sé. Vediamo, quindi, quale griglia di categorie può venir fuori da queste quattro polarità. Leggi il resto » Tentativo di categorizzazione provvisoria degli stili
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21 Novembre 2007
Ripropongo una tesi che non mi stancherò mai di riproporre: conta solo la presenza! Esser-ci, cioè rendere disponibile una certa quantità di tempo per dialogare attraverso queste specie di “telefonate discroniche” che sono ’sti commenti, rimane un tratto prevalente e cannibale, alla fine, rispetto a qualsiasi cosa ci raccontiamo.
Anna racconta con naturalezza dei disturbi della comunicazione, e della percezione della sua comunicazione. Per me Anna è una “disturbata”. E io sono affezionato alla narrazione dei suoi disturbi (e pure alla “disturbata”). Mi ritraggo, invece, quando una nevrosi viene descritta come l’unica avanguardia possibile dello “stare in rete”.
In coda vorrei lasciare alcune indicazioni bibliografiche utili rispetto al tema oralità/rete/scrittura: due saggi di Maurizio Ferraris (Ontologia del telefonino, Bompiani, e Sans Papier, Castelvecchi) ed un saggio brevissimo di Derrida, “Et cetera“)
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16 Novembre 2007
Il contenuto di un proprio argomento, o tesi, o posizione che dir si voglia, può determinare in modo stringente il modo in cui tale argomento viene espresso, manifestato, sostenuto? Credo di sì. In altre parole: si potrebbe sostenere un certo relativismo dei punti di vista in una modalità manichea o marcatamente ideologica? Penso di no. Questo comporta una mia naturale tendenza, cioè un tendenza interna, determinata logicamente, a non contrapporre “frontalmente” quel che penso su enne tesi (scrivere, poetare, giocare, stare in rete, comportarsi, agire, dire, fare, baciare, lettera e testamento…) rispetto a posizioni alternative, anche fortemente alternative, alle mie.
Per natura non riesco a essere spontaneo.
(M.C. Escher)
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8 Luglio 2007
Fu proprio per merito di un accrocchio di telaietti abbandonati che mi resi conto, nell’estate di tre anni fa, quindi ancora prima dei “cicli infelici“, del valore simbolico, poetico e narrativo implicito in ogni bicicletta lasciata per strada come rifiuto. Un insolito rifiuto urbano, la bici. Così, sempre di più mi scopro attratto dai rifiuti come cifra per capire la realtà che mi circonda. Per il momento mi limito solo a fotografarli, perché nei rifiuti (solidi e insoliti) trovo sempre il ready-made, l’estetica incerta dell’urbanità contemporanea. Ma c’è già, così leggo, chi per varie necessità o motivazioni non si limita al solo recupero fotografico (vedi “Mongo“)
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23 Maggio 2007
C’è un’azione per la quale non trovo altra metafora possibile se non quella della “urbanizzazione” (in analogia alla battuta su Gadamer come “urbanizzatore” della filosofia heideggeriana. Ma per quello che voglio dire qui non serve citare o conoscere né l’uno né l’altro, ma solo il senso allusivo di tale battuta). Cioè, una specie di de-selvaticizzazione, ingentilimento, traduzione, semplificazione, imborghesimento (forse si sarebbe detto un tempo), irregimentazione, addomesticatura, pragmaticizzazione, confinamento, contenimento. Io riconosco, quindi, l’agente “urbanizzatore” nelle, e delle, mie abitudini di vita. E lo riconosco come limen, quindi con insofferenza, e pure come necessità fecondissima.
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7 Gennaio 2007
Inverni invincibili, inventio investigativa, inviolabile inventiva, invisa invocazione, invalida invalidata, invana invasione, invadente
invasata, invece, inverso, inventario invedibile
(invendibile?), inverosimile invecchiamento,
inversioni invertibili, inveterata invettiva,
invivibili invitati, invasori invitti,
invigliacchiti?, involgariti?,
involuti?, inviati involontari,
invocatori inviperiti,
invertebrati
invulnerabili,
invelenite
invidie:
invio.
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31 Dicembre 2006
4.1 Sia benedetta l’Arte nell’era della sua riproducibilità tecnica.
4.2 Tutta l’Arte è comunicazione
4.21 Pochissima della comunicazione è Arte.
4.3 Una volta lanciato il dado del dadaismo non si può più tornare indietro.
(quarta puntata del manifesto nascosto)
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24 Dicembre 2006
Terzo appuntamento col manifesto nascosto. Strano accostamento casuale che mi fa pubblicare proprio per la vigilia il tema “individualismo/socialità”, quanto mai appropriato in questi giorni di feste che immergono i nostri individualismi in socialità forzate. Per fortuna. Un inciso sui tempi di pubblicazione: non ho ancora utilizzato la pubblicazione postuma degli articoli (programmare l’orologio dell’editor perché il tale post si autopubblichi autonomamente all’ora x del giorno y) perché vi leggo nascosta una “presunzione di presenza”, l’ottimistica attesa (o forse, meglio, un conatus spinoziano) del proprio permanere e sopravvivere fino alla pubblicazione, ed oltre, di quel testo. Diciamo che il non utilizzare questa pubblicazione demandata è stato fin ora, da parte mia, un atto di umiltà nei confronti del volere del Signore (”..sia fatta la Tua volontà…”). In futuro, non so.
Ma veniamo alla coppia di oggi. Molte volte ho utilizzato, commentando qua e là, l’idea, o il dubbio, che tutta la propria originalità possa essere racchiusa nel semplice essere in-dividui. Ma qui, nuovamente, siamo invece alle prese con un “ismo”. Ed è proprio l’ismo dell’individuo che, a mio parere, impedisce un reale sviluppo delle potenzialità di molte esperienze di rete. L’individualismo ci blocca, come l’ambra intorno alla zanzara giurassica. Ecco, ogni tanto io ci vedo come zanzare giurassiche dentro le nostre bolle d’ambra. La socialità, viceversa, è la fluidità dello scambio emotivo, intellettuale, pratico, reagente, reattivo. La socialità è lo spazio del reciproco scambiarsi di azioni e reazioni.
Una recente spot pubblicitario in favore di una birra inglese recita: “Real men go to the pub and relate to females, not just to e-mails”. Viviamo in una concretezza spiazzata e le persone che amiamo, di cui siamo curiosi, che desideriamo o detestiamo ci vengono offerte in surrogati di presenza.
(F. La Cecla, Surrogati di presenza, p.109)
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17 Dicembre 2006
Proseguo la serie del nascosto manifesto. Qui, con ritrosia/esibizionismo, sembra di ritrovarsi in una vera opposizione inconciliabile. Procedo per associazioni libere, al solito, e “esibizionismo” mi ricorda, non so perché, “Picture at an exhibition”, vale a dire “Quadri di un’esposizione” di Modest Mussorgsky. Cioé, mi si pone subito il problema di ogni “ismo”. Ora, perché “ritrosia” deve avere come opposto un “ismo”? E, soprattutto, esiste “esibizione” senza “esibizionismo”? Penso, invece, sempre a “eppur parenti siamo un po’/ di quella gente che c’è lì/ che come noi/ è forse un po’ selvatica” (cioè all’immortale Genova per noi,) quando ragiono su “ritrosia”. Ecco, è un qualcosa di vagamente etnico, tipo “ligusticità”, me la insegnò Caracaterina questa parola, non so più dove….Che poi trovo solo “ligustico“, e non “ligusticità”.
Ecco, ritrosia ha per me sapere originario, antico: un modo di raccontarsi, di concedersi a piccole dosi, a cerchie che crescono lentamente e col tempo. In fondo, mi pare, la polarita ritrosia/exhibition (senza ismo) potrebbe pure essere solo una questione di latitudini. Proprio in questo “ambiente”, dove pare non contino più.
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