A rovescio

Esiste un contrario possibile per ogni modo di dire (esiste un contrario possibile per ogni modo di vivere?), così per vedere che senso viene fuori, perché è sempre possibile un senso alternativo alla realtà, alla realtà che si vive, e quando si rinuncia a vedere come possibile l’impossibile si rinuncia, forse, (ci metto molti forse, ma lo credo davvero) un po’ anche a vivere. “Molti, benedetti e tardi”, a cosa potrebbe riferirsi dunque questo modo di dire inedito e rovesciato rispetto al detto di partenza? Ma ai sogni! Che sono il contrario, appunto e in un certo qual modo, dei “soldi”; per quanto siano troppo spesso proprio i soldi il mezzo per realizzare sogni, e preferibili quindi saranno quei sogni che si realizzano senza necessità di soldi. Ecco che subito la pratica di rovesciare le parole ci ha aperto un mondo possibile e alternativo. Questo è il soccorso della fantasia.

Sullo streetviewing


Visualizzazione ingrandita della mappa

Prima o poi dovrò scriverla una piccola riflessione “filosofica” sulla street view di google, e gli interessanti riflessi sulla “privacy”. Per il momento mi accontento della posa di questa signora, con le scarpe da ginnastica per camminare comoda nelle strade del suo paesino, una mattina assolata, col viso rivolto verso l’alto, alla macchina fotografica telescopica sopra il tetto di un’auto, cristallizzata per sempre dall’obiettivo della google-car.

Come si chiama quella signora? Dove abita? Cosa pensa dell’onniscienza posticcia che ci dona la rete? E della plastificazione mummificante di queste foto? E del potere ipnotico e immaginifico che ci dona dirigere l’occhio mobile dello street view in luoghi mai visti così come, soprattutto, nei luoghi che meglio e più conosciamo? Chi non ha guardato almeno una volta la propria macchina parcheggiata, la propria casa in vetrina dentro il diorama tridimensionale di queste visione? Uno sguardo pietrificante sul passato. Ma il passato non è mai materiale pietrificato.

Improduttività

Esistono forme di scrittura non pianificata, spontanea, rapsodica, la rete ne è piena; il rapporto tra quanto vado ancora scrivendo qui, un “qui” che negli anni passati era tema di concettualizzazione forte, e quanto viene assorbito dagli status delle reti sociali (pulviscolari, di necessità) è lo stesso che passa tra gli sms e la posta elettronica, forse. Alla fine mi accorgo di quanto sia stata improduttiva la mia scrittura di questi anni, proprio come cifra mia, specifica. Io tendo verso una scrittura improduttiva, frammentaria, dispersiva. Se a volte il progetto, la cornice, così mi è stato fatto notare, ha avuto una funzione rassicurante e sovrabbondante rispetto ai singoli risultati che andavo scrivendo (poesie, frammenti, progetti abbandonati, autopromozione di sé sempre fuori scala, fuori obiettivo, fuori-fuoco), l’attendere da me stesso il salto (di qualità, di quantità?) è una specie di alibi che permanentemente sposta in avanti, nel futuro, una qualche forma di “realizzazione di me”.

Dispersivo e divagante, inconcludente, le cose “migliori” che ho scritto (forse) stanno sparse, regalate, dedicate, inedite, in monologhi e poesiole. Nei progetti incompiuti, quindi. In corso. Dissestàti. Nel “dissesto”, nel “gratuito”, nella “inconcludenza” riconosco la mia cifra più autentica e sincera. Allora ritrovo quello che vorrei dire in un mio “status” di Facebook del 24 aprile scorso: A volte pensa, ma solo quando è molto stanco, che tutto questo sia solo l’eterna rincorsa a uno stare ulteriore, che è anche uno scrivere ulteriore, e che però il salto non arrivi mai, eterna rincorsa di un salto che non arriva e al quale si potrebbero dare molti nomi diversi, come il diventare chi si è e non chi si potrebbe essere, o il trovare la parola che ti fa smettere di pensare. L’incompiutezza come forma di compiutezza paradossale.

La casa-corpo

HOME SLICE by Scott CVisito case da abitare come si provano giacche usate, cercando la misura dei movimenti, provando il tessuto, tentando d’indovinare la vita e le energie lasciate lì dentro da chi l’ha indossate prima di me. Ecco che ritorna, in questo breve appunto destinato a svanire nel flusso dei messaggi di status, la metafora della casa-corpo. Le case sono corpi, esoscheletri aggiuntivi, non tane o ripari, ma organismi viventi e autonomi – o simbiotici – che rivestono, come derma supplementare, i loro abitanti. Abitante e abitato diventano simultanei l’uno per l’altro e biunivoci (abito una casa che mi abita, come un “abito”, appunto).

In letteratura si potrebbero rintracciare tutti gli usi espliciti e impliciti di questa metafora della casa-corpo, e il primo nome che farei è sempre quello di Kafka, per certe soffitte de Il processo, per La Tana, per tutta una sua “poetica abitativa” angosciante e fortemente simbolica (la casa dello zio d’America in “America” e molte altre occorrenze di case che sarebbe bello mettere insieme in una tesi di letteratura/architettura).  E mi viene in mente, in piccolo, che nella narrativa dell’amico Luca Ricci la figura della casa-corpo è pure ricorrente, vedi ad esempio la sua prova drammaturgica del 2007 “Piccola certezza“, ma è presente spesso anche nella sua raccolta “L’amore e altre forme d’odio”.

Nel gennaio del 2005 avevo realizzato una serie di foto di case proprio a partire dall’idea di casa-corpo (Progetto Via Garibaldi). All’origine di questa metafora, che nel linguaggio comune conserva usi piani  (“il corpo di una costruzione”) sta, io credo, l’immagine contraria. Vale a dire l’idea platonica (nel Cratilo) del corpo come “prigione” dell’anima, attraverso il gioco linguistico tra “sóma” (corpo) e “séma” (segno ma anche tomba). All’origine vi è questa immagine, quindi, del corpo come “abitazione”. E non sto a citare qui tutti i passi in cui San Paolo parla del corpo come “tempio”, quindi usando altra metafora “edilizia” che attraverserà in modo significativo tutto il cristianesimo. Perciò, penso, vale anche l’inverso: le case sono corpi. Non so avventurarmi nei principi della bio-edilizia né del Feng-shui (che mi sembra contenga comunque elementi suggestivi e sensati), ma coltivo l’idea delle case-corpo, vive.

Così, visitando recentemente alcune case, so benissimo che dovrei concentrarmi nell’analizzare elementi unicamente razionali e visibili (umidità, caldaia, sanitari, difetti nascosti, esposizione alla luce, costi…etc.) e invece finisce sempre che mi distraggo a cercare l’invisibile, le energie “buone” o “negative”, le sensazioni di futuro o di passato, “l’indossabilità” delle stanze rispetto all’umore e alle situazioni, cercando di “decifrare” la casa come organismo senziente, struttura animata; sono sensazioni sfuggenti e di difficile verbalizzazione ma, credo, comprensibili per tutti, sensazioni “irrazionali” che fanno la differenza, in molti casi, e ci accompagnano guidandoci nello scegliere dove andare ad abitare.

(l’immagine “Body House” è tratta dalla galleria “Home Slice” di Scott. C )

Gas Station Night

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Perché ci attirano tanto, come lampade per falene o per anime in pena, queste isole di luce bianca piantate in mezzo alle ore più primitive della notte, tra l’una e le quattro, scintille di fosforo delle tangenziali, dell’extra-urbane, delle provinciali, di ogni strada che si faccia carico, per noi, di attraversare il nulla? Perché quelle luci che mettono a giorno piazzali deserti, “gas station night”, hanno il potere di funzionare, come raggi-x, da lampade rivelatrici della felicità e dell’infelicità di chi vi si sottopone o soltanto vi si avvicina?

Nel progetto di scrivere una poesia che condensasse in parole l’atmosfera ipnotica e rarefatta delle luci dei distributori che si incontrano in auto di notte, atmosfera “hopperiana” per certi aspetti (vedi la luce del suo celebre bar; singolare, poi, che un amico mi abbia citato proprio una “gas station” di Hopper per commentare su Facebook la mia foto notturna, senza aver letto questa mia riflessione) e prima di fotografare autonomamente qualche reperto significativo (proposito abbandonato dopo il primo scatto, qui sopra, poiché occorrerebbe attrezzatura fotografica apposita), ho iniziato la mia solita e propedeutica ricerchina in rete, partendo da una stringa testuale su flickr, “gas station night”. I risultati sono già molto buoni, e perfettamente centrati su quello che vorrei, poi, riuscire a rendere a parole.

L’atmosfera iper-realista che caratterizza queste luci notturne di distributori è stata resa perfettamente, e non a caso, da alcune sequenze, vado a memoria, del primo Toys Story: quindi realtà virtuale, digitalizzata, più vera del vero. Vale a dire, la finzione patinata e plastica dell’animazione digitale rende con perfezione fotografica una qualità di luce (plastificata e irreale, perché troppo reale) quale quella delle illuminazioni notturne dei distributori. La foto di un distributore notturno dal vero e di una sua eventuale modelizzazione 3D sono, per me, indistinguibili

Per un “mantra” dei diritti

…la collettività (il coro) deve riappropriarsi dei concetti che la retorica ufficiale gli propone, e ricordarglieli, ripeterglieli, come una specie di mantra, che disturbi l’ufficialità, interrompa i discorsi di rito, gli ricordi che quelle parole (diritto, salute, responsabilità, sicurezza, formazione) sono valori fondamentali che contribuiscono a dare senso al tema “sicurezza sul lavoro”. Non c’è diritto senza salute, non c’è salute senza sicurezza, non c’è sicurezza senza responsabilità e formazione. Le voci sole sono come “fantasmi” che raccontano di sé, una o più testimonianze da inserire, come stacco drammatico che richiama alla realtà, cruda, fattuale, concreta, sia la retorica del conferenziere sia  la presa di coscienza civile della collettività  rappresentata dal coro…

Bolle

presentazione antologia BolleLa presentazione dell’antologia Bolle, ieri, nella biblioteca del Monastero di San Giovanni a Parma, è stata una bellissima esperienza. Inaspettatamente arrivato tra i nove finalisti del concorso annuale di Tapirulan, mi sono goduto la lettura delle poesie selezionate per l’antologia, voci, persone, vissuti e stili diversi tra loro ma tutti molto interessanti, appassionati. Parma era accogliente, gaudente e iperaffettata (nel senso gastronomico del termine) come nel migliore stereotipo che ne coltivavo, ed è bello quando uno stereotipo semplificatorio di una realtà complessa ti viene confermato e amplificato dalla realtà stessa (vedi foto). Ma il pomeriggio di ieri sta, soprattutto, nell’entusiasmo autentico degli organizzatori e di tutti i componenti della Giuria (per tutti, un grazie particolare al prof. Paolo Briganti, che ha letto magistralmente la mia “Ode all’ago magnetico”, e a Mirella Cenni che ha letto “L’estate come grammatica”) e dell’Associazione Tapirulan, capaci di portare avanti iniziative, idee, progetti originali e di qualità. Qui l’elenco dei vincitori e dei finalisti. Qui l’elenco dei fotografi presenti nell’antologia. E un grazie a chi ha condiviso il suo tempo con me ieri.

Sul guardare

Il punto di contatto tra osservatore e osservato, nelle esplorazioni antropologiche urbane di chi abbia ancora il gusto di osservare per capire la realtà che lo circonda, si riduce sempre più. Per paradosso, nella società sovraesposta delle reti sociali, degli autoscatti, di un sempre-in-posa-di-ripresa, permanente set finzionale che ci circonda, sempre più è patito lo sguardo estraneo che si posa su di noi: ‘azzo guardi!? Ecco, in questa espressione condensativa di ogni intolleranza allo sguardo estraneo e altrui (quante volte la cronaca ha proposto come “futile motivo”, di un pestaggio, di una lite, di un’aggressione, proprio lo “sguardo estraneo” incautamente lanciato, posato, rivolto) sta, a mio modo di vedere, uno dei paradossi del guardare moderno: guardami!/*azzo c’hai da guardare!?. E’ la schizofrenia dell’immagine, tipica del nostro tempo. Da un lato, il “lanciare lo sguardo” come una delle tecniche tipiche della se-duzione (cfr. La Cecla, Saperci fare, Elèuthera 2009) non più intesa come pratica maschile e “dongiovannesca”, ma come habitus diffuso; dall’altro l’intolleranza  – epidermica?- allo sguardo altrui (reggere lo sguardo, ricambiare uno sguardo nei luoghi pubblici della sperzonalizzazione come atteggiamento perturbante) è cresciuta esponenzialmente, proprio al crescere della sovraespozione di sé, in rete e non, dove pure vige un “essere è essere percepiti”, quindi “guardàti” (non “visti”, ma “guardàti”, quindi con un problema di intenzionalità di visione).

Poiché esercito la mia personale antropologia, per strada, attraverso lo sguardo mi sono reso conto di questa riduzione del punto di contatto, di resa, di possibilità temporale del “posare lo sguardo” osservante sulla vita estranea. (appunti mentali presi durante l’osservazione di alcune signore che stendevano i panni sulla facciata di un palazzo. Il tempo di permanenza dello sguardo diventa elemento invasivo della privacy. Abbiamo rinunciato quasi completamente alla privacy, ma non sopportiamo che un estraneo ci osservi. Ancora vige il formalismo educativo, “non si fissano le persone”? E come si fa ad educare alla comprensione della realtà?)
‘Azzo c’hai da guardare!?

Devio in video

In diretta dal carcare di Turi, da una prigionia autoinflitta, col numero di matricola 7.047, proseguono con cadenza quasi quotidiana, quando l’urgenza comunicativa e, soprattutto, recitativa lo detta, le trasmissioni di Colti Sbagli Video, il nuovo formato 2011 di “scrittura verbale monologante” di questo blog.

I’m a writer

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Sempre mi ritrovo tra i piedi delle scarpe, abbandonate. Chi mi conosce da tempo forse lo ricorda. Fotografo questi rifiuti urbani (come un tempo salvavo biciclette dall’oblio), perché dietro ogni scarto sta una storia non raccontata. Sconosciuta intercapedine tra realtà e possibilità. La parola interstiziale, la storia incuneata tra le vite. Ogni scarpa che ho incontrato è sempre stata punto di domanda, per me. Ecco, una punteggiatura misteriosa fatta di scarpe, stivali, polacchine abbandonate sta iscritta sulla mia strada, di osservatore e di scrittore. A dirla tutta, io sono uno scrittore proprio perché, o solo perché, mi fermo sempre a osservare le scarpe abbandonate, non per altro. Sì, io sono uno scrittore.

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