Appunti sull’Ikea

Appunti mentali: non ho mai visitato un negozio Ikea quindi ne posso parlare, del resto neppure Kafka era mai stato in America, e ha scritto America, il suo romanzo più romanzo di tutti, di stampo dickensiano addirittura. Allora io vedo l’Ikea come regno moderno del ready-made, ma anche come emblema della modularità, scomponibilità delle relazioni interpersonali. (vedi La Cecla, Lasciami).

La zanzariera venduta come originale tenda per il bagno, annodata in esposizione come se fosse una rete da pesca. La rete da pesca della nostra fantasia. Ecco il tema del vedere-come. il signor Ikea, o chi per lui, ha capito la potenza del “vedere-come”, quindi ci fa vedere pezzi di legno colorati e altri ninnoli non tanto, o non solo, come elementi possibili d’arredo, ma giocando sul loro potere proiettivo-evocativo: non sono oggetti che hanno in sé valore, ma sono scenari di una proiezione: di una vita dinamica, “giovane”, colorata, allegra, eternamente rimodulabile, assemblabile. Non vedo l’ora di visitare un negozio Ikea, sarà come entrare dentro una vera opera d’arte contemporanea. Augé, hai torto marcio!

Devio in video

In diretta dal carcare di Turi, da una prigionia autoinflitta, col numero di matricola 7.047, proseguono con cadenza quasi quotidiana, quando l’urgenza comunicativa e, soprattutto, recitativa lo detta, le trasmissioni di Colti Sbagli Video, il nuovo formato 2011 di “scrittura verbale monologante” di questo blog.

Emet

Bastasse davvero scrivere una parola per far esistere un mondo, interno ed esterno. Una parola-talismano da scriversi in fronte, come il Golem, per essere davvero ciò che si vorrebbe essere, che non si è ancora, che non si è più. Tra “verità” (in ebraico אמת [emet]) e “morte” (in ebraico מת [met]), una sola piccola lettera, da cancellare o aggiungere. Ma fuori dalle leggende e dal mito, credimi, certi cambiamenti sono molto più faticosi, e lenti, da raggiungere.

Il condominio multiculturale

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Dato che “etnia”, “razza”, sono concetti spuri, artificiali, scatole vuote senza fondamento, equivoci concettuali depositati nel linguaggio comune, pericolose trappole verbali capaci di far inciampare, facendolo sentire a proprio agio, il piccolo razzista spontaneo che è in tutti noi, ebbene come è possibile educare alla “diversità”, alla “alterità” di colore, religione, cultura, tradizioni? Me lo chiedevo stamani giocando con Sara, mentre componevamo una specie di condominio di cartone, a metà strada tra i moduli abitativi di Le Corbusier e le…istruzioni per l’uso di Perec.

Mentre disponevamo i vari personaggi, in buona parte provenienti dai miei un-happy meal estivi, riflettevo su come Sara interagisce con le figure di questi pupazzetti, cioè su come i bambini piccoli hanno in sé soluzioni spontanee di multiculturalismo realizzato. Se è vero che Sara riconosce parentele concettuali, “somiglianze di famiglia” (di forma, genere, dimensione, cartone animato di appartenenza, gemellarità, duplicazione) tra pupazzi, quando non parentele propriamente dette tra personaggi narrativi (Fiona e Shrek, ad esempio) o replica modelli, ruoli di genere (cavalla-mamma/cavallo-papà/cavallino-figlio/a, Barbapapà papà, Barbamamma e figliolanza barba-qualcosa) anche su base di scala (uno stesso personaggio identico in due dimensioni diverse rappresenterà sempre una coppia madre&figliolino/a, padre&figliolino/a) o applica meccanismi presenti nello “schema di Propp” (che tutti i bambini conoscono senza bisogno di avere letto) Sara fa interagire tutte queste specie diverse anche all’interno di un unico contesto. Tradizioni diverse (storie di appartenenza, da Snoopy ai pinguini di Madagascar, da animaletti gommosi che caricaturano insetti a cavalli plastici e realistici…) e aspetti esteriori alternativi (scala, materiali, colori) convivono in un unico flusso narrativo (una società?). Qui vorrei scrivere, con un buonismo quasi più che ultra-veltroniano, che questa capacità fantastica dei bambini è l’unica nostra salvezza per la costruzione di una società capace di andare addirittura oltre il multiculturalismo (termine che uso senza connotazioni negative), oltre l’inclusione, oltre l’integrazione.

Non lo scriverò, perché il condominio che assemblo per Sara solitamente non regge più di venti minuti alle tensioni interne (decreto flussi, truffa delle regolarizzazioni, sanatorie fittizie) ed esterne, rappresentate da un catartico terremoto che Sara stessa produce gettando in aria tutti i moduli abitativi e i suoi abitanti, per rimettere sempre in discussione questo modello di società così complesso e anche così fragile. Continuo a sperare che la società nella quale vivrà da grande e che contribuirà a costruire Sara stessa, sia comunque migliore di quella che leggo sui quotidiani ogni giorno. 

Slittamenti etico-estetici nell’uso di un’espressione corrente

Siamo infetti. La lingua è malata, e il vincolo etico/estetico si fa cogente nella pubblicistica che si è esercitata negli scorsi giorni su quella specie di onomatopea reiterativa, che inizia per “B”, e che il nostro Primo Ministro avrebbe utilizzato, mutuandola da barzellette o compagni di merende di Stato, per indicare i suoi svaghi serali di gruppo di natura sessuale. No, io non lo scrivo. Io sono indifeso, come tutti, nei confronti dell’indecenza. Ma voglio salvare almeno la mia lingua (è il modo che mi sono scelto di essere Patriota, Democratico e Repubblicano), e non voglio scherzarci sopra, né sorridere, né ammiccare rispetto alla buffa espressione duplicata che inizia per “B”. Resisto. Nel frattempo, l’Italia sorride. In questo riso generale, tragico, sfumeranno i titoli di coda del ventennio berlusconiano senza che questo sia stato sconfitto politicamente. Quindi culturalmente. Quindi esteticamente. Quindi eticamente.

Mi concentro, allora, su alcuni usi significativi del termine duplicativo (e che mi ricorda, foneticamente, la gloriosa genia degli Oompa-Loompa i quali, a loro volta, mi suggeriscono che vi è stata una “pigmeizzazione morale” del Paese, noi simili-complici del Oompa-Silvio-Loompa prototipico e noi cloni, e “altanianamente” proni…). Vincenzo Cerami, Massimo Gramellini e Silvia Ballestra hanno scritto, a caldo, sulla nota vicenda. Vorrei sottolineare gli approcci e gli usi del termine. Cerami (su L’Unità) ha giocato prevalentemente sull’iterazione (Tuca Tuca, Bora Bora…) per descrivere questa  nuova “liturgia amorosa”, ha cercato, cioè, di salvarsi immergendosi totalmente nell’onomatopea. Silvia Ballestra (sempre su L’Unità) compie, invece, l’interessante passaggio da sostantivo ad aggettivo: l’espressione viene utilizzata per ironizzare sulla concezione della carità espressa dal Premier:  – quando c’è da far bene non mi tiro indietro”, che ha evidentemente una concezione del bene un po’, come dire, B***B*** – dice la scrittrice nel suo efficace articolo. Il passaggio di stato grammaticale più interessante e fecondo, però, è per me quello che per primo ha fatto Massimo Gramellini (su La Stampa e nel corso della trasmissione “Che tempo che fa“): da sostantivo a interiezione esclamativa (con un calco implicito su “urca”, penso io, per analogia vocalica “U-A”) parlando delle sregolatezze esistenziali del genio calcistico di Maradona come fenomeno irripetibile: “Quando infine si ritirò, tutti fummo concordi nel dire che un fenomeno mediatico come lui non ci sarebbe più stato. E invece ci sbagliavamo. B**** b**** se ci sbagliavamo.” Quest’ultimo uso ottiene la sua massima consacrazione nelle parole di Gerry Scotti, sulla stessa televisione di proprietà del Premier. Nella trasmissione Chi vuol essere milionario? (Canale 5), alla frase detta da un concorrente, “Queste cene nel Peloponneso poi finivano con atteggiamenti collettivi promiscui”, Gerry Scotti risponde: “B*** B****!!” (citato da Antonio Dipollina nella sua rubrica Dekoder). Il cerchio linguistico, dal dopocena speziato di Arcore al pre-cena del quiz televisivo, si chiude definitavamente. E la Nazione è in pace con se stessa.

Perché, in fondo, Silvio è una sineddoche, così come il termine esotico che ha portato in auge – per alcune settimane – nel degradato nostro lessico quotidiano. Quell’espressione diventa la parte (un fine serata “alternativo”) per il tutto (un fine “impero” grottesco). Che la parola passe-partout, quella in particolare, che è entrata in circolo  nel linguaggio comune e nel meta-circolo dei media (quella che sostituisce molti usi differenti, quella che allude, ammicca, che ingloba escludendo ed esclude inglobando, che si fa largo, sgomitando, nelle conversazioni, negli usi comuni, nelle battute…) sia un’infezione del linguaggio è un sintomo chiaro del disagio più generale che viviamo. I dizionari, in questo senso, possono essere anche grandi cimiteri e non solo corpi vivi: registrano ferite mortali, vittime del senso perso, usi passeggeri che testimoniano, a volte, lo “spirito del tempo”.

Emersione

Sarà dunque in prima serata
l’emersione della capsula?
Parola che leggo sempre un po’ dislessico
e vedo dentro lì una “casupola”,
l’attesa della supposta stagna
che salva, ossigena, mummifica,
in una claustrofobia necessaria
e rigenerativa.

In effetti si tratta di un parto,
restitutivo, da madre Gea “a riveder le stelle”,
per quegli inghiottiti laggiù in Cile,
trentratrè “alfredini” con famiglie,
viaggio all’incontrario dagli inferi al reale,
infernale a modo suo esso stesso
e spesso.

Accade che la vicenda diventi planetaria,
filmica, simbolica, perché intercetta il sogno
e la paura, primitiva, inumati-inumani,
ma non sbigottisce mai ancora a sufficienza
che ancora la vita venga spesa come lume,
un gioco che non vale la candela,
e spenta nel lavoro che alla terra
troppe volte la vita ha resa.

Lo spostalibri

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In libreria, ogni tanto, mi dedico al “bookshifting“, riposizionando negli scaffali i titoli che preferisco a una migliore portata d’occhio e mano per i lettori. E’ un’antica pratica di resistenza civile e culturale alle regole dell’industria e del commercio editoriale, in un’epoca di “supermarketizzazione” delle librerie, con spazi sempre più risicati rispetto alla “biodiversità” editoriale. Far emergere dalle polveri degli scaffali rasoterra, dalle nicchie buie e angolari, qualche bel saggio, qualche poeta originale, qualche narratore non pubblicizzato, è un’opera di condivisione e disseminazione di gusti. Certo, si ritarderà un poco per quei libri il loro destino naturale, “la via della resa, e dal magazzino di poi precipiti felicemente nei gorghi imperscrutabili del remainder, acciocché finalmente io mi possa accattare il libro sulla bancarella (materiale o virtuale) ad un prezzo ragionevole e congruo, lontano dalle bassezze del commercio venale e immerso nella poesia della trouvaille…“, come afferma ironicamente l’amico Sebastiano Timpanaro da San Vincenzo.

Eppure, è un modo di far interagire lettore e libreria, dove il libro crea suoi nuovi percorsi preferenziali al di là delle logiche promozionali e commerciali. Ogni lettore si fa libraio per un altro lettore. Qualcosa del genere esiste già, in forma più o meno organizzata, a volte in bacheche di suggerimento/gradimento di alcuni titoli (segnalati dai lettori, segnalati dalla libreria…) ma lo “spostar libri” (bookshifting) ha una componente anarchica e antisistemica costitutiva. In rete ho trovato diversi casi di “auto-bookshifting”, dove l’autore racconta la piccola operazione di pirateria attuata in una grande libreria per portare il proprio titolo a un livello di visibilità maggiore. Non sorprenda poi il gusto, diffuso vedo, di fotografare il proprio prodotto sugli scaffali (motivato dalla difficoltà che, solitamente, incontra la distribuzione e l’ospitalità da parte delle catene librarie di titoli “fuori mercato”). Così, per un autore dilettante come me (cioè che si diletta nello scrivere quel che scrive) e che pubblica all’interno dell’editoria indipendente, è sempre gratificante (e straniante) potersi “spostare” negli scaffali accanto, alfabeticamente o analfabeticamente, a qualche grande autore.

(nella foto, ho spostato di uno scaffale più in su, rispetto al sottosuolo, i Giocattoli, tra due bei libri che consiglio, quello di Claudio Piersanti e Il fu Mattia Pascal del promettente collega Luigi Pirandello – Libreria Feltrinelli, Pisa -5 ottobre 2010)

Metaletture quotidiane

Riprendo qui alcune riflessioni condotte nei giorni scorsi via mail con un’amica, Tiziana, con la quale si cercava di mettere a tema la questione se sia possibile o meno leggere un prodotto narrativo di largo consumo (i famosi “fenomeni letterari” o best seller) senza attuare involontariamente un sistema di analisi del testo di tipo pregiudicante, o comunque un tipo di lettura analitica che prende distanza dal testo per scoprirne, continuamente, meccanismi, astuzie, debolezze. E’ possibile essere semplicemente “lettori” di quesi testi e non i loro anatomopatologi? La domanda dimostra delle analogie con un altro tema ricorrente nella mia riflessione (“C’è un modo di “vivere” e basta, senza voler capire?”) La mia risposta è: sì, c’è un modo, ma non è detto che sia concesso a tutti lo sperimentarlo, e sempre. Il rapporto coi testi “fenomeno” (i libri in classifica, i best seller della narrativa) può richiamare in alcuni di noi l’atteggiamento del vivisezionista: vuoi capire come e perché funzionano, e stabilirlo passa necessariamente attraverso una quantità di variabili che in gran parte esulano da una valutazione del “valore artistico” dell’opera (l’attenzione sui titoli, sulle copertina, cioè su strategie, messaggi, richiami a tradizioni inconsapevoli che poi fanno reagire il pubblico, il mercato, in una certa direzione a volte in maniera totalmente indipendente dal valore artistico/letterario del libro….e qui si aprirebbe un capitolo a parte su quali siano i criteri storico/critici per stabilire il valore artistico/letterario di un libro, quindi sul rapporto tra ruolo della critica e pubblico, e tra pubblico e mercato…). Questo atteggiamento, di fatto, impedisce di “fruire” di quell’opera, di “usare” quell’opera per le sue finalità perché la stai “studiando” nel suo funzionamento. Un po’ come se il piacere di guidare un’auto ti fosse impedito dall’analizzare, ad ogni chilometro, le risposte del motore, i consumi, il sottosterzo, il sovrasterzo etc. etc. E magari è proprio quello che capita a un collaudatore di auto, che si chiede, scrivendo mail ai suoi amici: “C’è un modo per guidare e basta, senza voler capire?”. Read the rest of this entry »

Lo spartito delle ragioni altrui

Ascolto musica ormai prevalentemente in macchina, con gli svantaggi e i vantaggi che comporta. Un tipo di ascolto al quale mi sono sempre allenato è quello selettivo. Nel brano che sto ascoltando, sia jazz, o musica pop, o classica o qualsiasi altro genere, cerco di “dividere l’orecchio” in modo da seguire una sola linea dell’arrangiamento, o della partitura. Allora, che so, ad esempio e per citare un brano dalla costruzione molto semplice e circolare, ascoltando in auto la bellissima “Little Brown Bear” cantata da Malika Ayane e Paolo Conte (scritta dal Maestro) prima mi concentro sul basso e per tutto il pezzo faccio sì che l’orecchio presti più attenzione solo a quello, alla linea di basso, piuttosto che all’insieme. In un altro ascolto successivo (in auto ascolto sempre 3-4 volte di seguito lo stesso brano), invece, seguo i tromboni che si armonizzano tra loro; poi passo a cercare le tastiere, quindi ritrovo la batteria e la ritmica; e così, da capo, ad libitum. Dopo un po’ di esercizio si riesce ad ascoltare la musica a pezzi, in una specie di “lettura della partitura sonora”, se lo si vuole; non sempre certo, perché c’è un ascolto “sintetico”, d’insieme, che è l’ascolto naturale e proprio del godimento musicale, della Musica e non della sua analisi. Perché dico questo? Perché ho pensato che capire le ragioni dell’Altro richieda un tipo di ascolto di questo tipo qui. I motivi che stanno dentro/dietro alle vite che ci circondano sono partiture complesse, e capire i motivi degli altri (non i motivi musicali, ma i moventi che determinano comportamenti, stati d’animo, scelte e idee degli altri, o dell’Altro) richiede di ascoltare in sequenza tutte le parti che quei motivi compongono. La metafora dello spartito, e della lettura della partitura sonora, rende bene, per me, la complessità che ci si presenta ogni volta in cui tentiamo di capire qualcuno.

Constatazione amichevole d’incidente comunicativo

L’idea è che, sempre più spesso, al proliferare degli scambi di comunicazione sintetica e breve (sms, mail, twitter, status di Fb, commenti etc.) si vada incontro ad un aumento di “incidenti” comunicativi: ci parliamo di più, è vero, ma ci fraintendiamo con più frequenza e probabilità. Ecco allora l’idea di un modulo di constatazione amichevole: ci si ferma, un momento, sul bordo della strada conversazionale (immersi come siamo permanentemente in autostrade conversazionali, digitali e non) e ci si spiega nelle rispettive ragioni: io venivo da destra, tu forse avevi la visuale semicoperta, e non potevi vedere e così via. Fermiamoci un attimo e spieghiamoci. Non sempre accadono incidenti, per fortuna, e il senso viaggia spedito tra un emittente e l’altro nei multicanali che il presente ci offre. Ma cosa genera questi incidenti, scarti di comprensione, misunderstanding, fraintendimenti inattesi, equivoci (aequi-vocus, le voci uguali nei bit)? In genere, io credo, siano dovuti a una mancata conoscenza/comunicazione degli elementi di contesto. Concentrati – o spinti – nella produzione/ricezione di significati, ci dimentichiamo a volte di specificare il contesto nel quale quel significato è collocato. Con contesto intendo sia un “ambiente semantico”, o un codice (sto facendo una parodia, sto usando un linguaggio tecnico, sto giocando, sto scherzando, sto citando qualcuno…) sia un “ambiente fisico” (sono al cesso, sono in autostrada e scrivo sms mentre vado a 150 orari, sono in coda alle poste e controllo fb sul palmare, rispondo al telefono facendo acrobazie…).

Se ci pensate, la forte spinta all’uso dei social network “in mobilità” (spinta di mercato, di media, strumenti/stili di vita, bisogno indotto ma anche gadget sottocutaneo) è esattamente una totale rimozione del contesto: tu puoi (devi) comunicare ovunque ti trovi e qualunque cosa tu stia facendo. Il contesto non conta, non conta comunicarlo né allegarlo ai significati in alcun modo. Facebook segnala quali messaggi, elementi, provengano da un “caricamento” tramite “Facebook mobile” (o facebook per Iphone) ma anche quella specifica, alla fine, funziona da spot permanente, allusivo, suadente, verso un preciso utilizzo del mezzo, estensivo. La mia tesi, detto in breve, è questa: possiamo dirci tutto, sempre, in ogni istante e da qualsiasi contesto. Ma le possibilità di “capirci”, di “com-prenderci”, mi pare, diminuiscono drammaticamente, col passare del tempo. Da qui l’idea del modulo per gli incidenti comunicativi. Ci fermiamo un momento a parlare e ci spieghiamo: dunque, io venivo da destra, avevo la precedenza, ma forse tu in quel momento avevi la visuale coperta, o forse eri tu che avevi la precedenza e io non me ne sono accorto…

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