Visito case da abitare come si provano giacche usate, cercando la misura dei movimenti, provando il tessuto, tentando d’indovinare la vita e le energie lasciate lì dentro da chi l’ha indossate prima di me. Ecco che ritorna, in questo breve appunto destinato a svanire nel flusso dei messaggi di status, la metafora della casa-corpo. Le case sono corpi, esoscheletri aggiuntivi, non tane o ripari, ma organismi viventi e autonomi – o simbiotici – che rivestono, come derma supplementare, i loro abitanti. Abitante e abitato diventano simultanei l’uno per l’altro e biunivoci (abito una casa che mi abita, come un “abito”, appunto).
In letteratura si potrebbero rintracciare tutti gli usi espliciti e impliciti di questa metafora della casa-corpo, e il primo nome che farei è sempre quello di Kafka, per certe soffitte de Il processo, per La Tana, per tutta una sua “poetica abitativa” angosciante e fortemente simbolica (la casa dello zio d’America in “America” e molte altre occorrenze di case che sarebbe bello mettere insieme in una tesi di letteratura/architettura). E mi viene in mente, in piccolo, che nella narrativa dell’amico Luca Ricci la figura della casa-corpo è pure ricorrente, vedi ad esempio la sua prova drammaturgica del 2007 “Piccola certezza“, ma è presente spesso anche nella sua raccolta “L’amore e altre forme d’odio”.
Nel gennaio del 2005 avevo realizzato una serie di foto di case proprio a partire dall’idea di casa-corpo (Progetto Via Garibaldi). All’origine di questa metafora, che nel linguaggio comune conserva usi piani (“il corpo di una costruzione”) sta, io credo, l’immagine contraria. Vale a dire l’idea platonica (nel Cratilo) del corpo come “prigione” dell’anima, attraverso il gioco linguistico tra “sóma” (corpo) e “séma” (segno ma anche tomba). All’origine vi è questa immagine, quindi, del corpo come “abitazione”. E non sto a citare qui tutti i passi in cui San Paolo parla del corpo come “tempio”, quindi usando altra metafora “edilizia” che attraverserà in modo significativo tutto il cristianesimo. Perciò, penso, vale anche l’inverso: le case sono corpi. Non so avventurarmi nei principi della bio-edilizia né del Feng-shui (che mi sembra contenga comunque elementi suggestivi e sensati), ma coltivo l’idea delle case-corpo, vive.
Così, visitando recentemente alcune case, so benissimo che dovrei concentrarmi nell’analizzare elementi unicamente razionali e visibili (umidità, caldaia, sanitari, difetti nascosti, esposizione alla luce, costi…etc.) e invece finisce sempre che mi distraggo a cercare l’invisibile, le energie “buone” o “negative”, le sensazioni di futuro o di passato, “l’indossabilità” delle stanze rispetto all’umore e alle situazioni, cercando di “decifrare” la casa come organismo senziente, struttura animata; sono sensazioni sfuggenti e di difficile verbalizzazione ma, credo, comprensibili per tutti, sensazioni “irrazionali” che fanno la differenza, in molti casi, e ci accompagnano guidandoci nello scegliere dove andare ad abitare.
(l’immagine “Body House” è tratta dalla galleria “Home Slice” di Scott. C )