1 Settembre 2010

Un mio amico fine letterato, che mi ha chiesto di mantenere l’anonimato avendogli preannunciato questa mia riflessione scritta e che, per comodità, chiamerò “il Sebastiano Timpanaro di San Vincenzo” (per le comuni iniziali S.T.), qualche anno fa mi raccontò di una sua passione insana, da me subitamente condivisa e apprezzata: i manifesti delle orchestrine di provincia, da dancing e balere, affissi lungo le strade della campagna toscana, nei nostri piccoli borghi, lungo le comunali e le provinciali dimenticate. I nomi improbabili, le foto ridicole, una patina di passato, di fame, di ridicola melanconia ammantano quelle locandine che, agli occhi di S.T e miei, comunicano l’esatto contrario di quanto vorrebbero comunicare, collocandosi ipso facto nella grande, e un po’ indistinta, categoria del “trash“. Leggi il resto » L’orchestra è andata avanti, nessuno ha visto…
Salva in PDF
15 Agosto 2010

Il giorno di Ferragosto è il luogo ideale dove esercitare lo sguardo. Il giorno più vuoto del mese più vuoto dell’anno, è assimilabile a una “ucronìa”: il suo tempo è realmente alternativo al normale scorrere del tempo, è un non-giorno antonomastico il ferragosto, chiodo ferroso piantato sul calendario (così dicevo una volta). Ogni ferragosto mi mescolo ai turisti, con una maglia colorata, e faccio foto alla città in cui vivo, soprattutto alla piccola porzione di vicoli che circonda i monumenti, vicino casa, cercando di esercitare lo sguardo sul vuoto. Faccio foto col cellulare, senza nessuna abilità tecnica o velleità artistica, ma con una posizione teorica ormai piuttosto definita e consolidata negli anni: nel vuoto lo sguardo sovrappone meglio alcuni concetti alla realtà “percepita” e ne evidenzia altri, nascosti, astraendoli da particolari minimi e inosservati. E’ anche questo uno “scrivere l’essenziale”, perché la giornata del 15 agosto è realmente quintessenziale rispetto alla percezione del “Vuoto” e del Tempo che lo attraversano. E’ la giornata più inconsapevolmente “taoista” che abbiamo in Italia. Ed è in questo vuoto generatore e ascensionale che, non a caso, Maria viene “assunta” in cielo. E’ un vuoto che spinge, pneumaticamente, verso l’Oltremondano. L’urbanità, inoltre, diventa quinta scenica, bidimensionale (vedi anche l’episodio “In vespa” di Caro Diario, che è un paradigma efficace dell’attravesamento nel Vuoto ferragostano), schermo sul quale proiettare paure e desideri.
Salva in PDF
13 Luglio 2010

Ormai so tutto dell’happy meal. Anni fa ci avevo scritto sopra una poesia*, una poesia anti-mcdonald che parlava proprio del cestino per bimbi, col giochino incorporato. E’ sempre stato troppo facile parlare male dei mcdonald. Esiste una letteratura sociologica, semiologica e antropologica cospicua intorno all’emmona gialla bovinocentrica. Senza citare quel film-documentario, “Supersize me“. Se cerchi mcdonald su wikipedia ci trovi pure citate le polemiche per l’apertura recente di una filiale a pochi passi dalla torre di Pisa. Ecco, io vado lì, da solo. Una volta a settimana. A volte due. E’ uno dei luoghi più tristi che abbia mai frequentato. Anche se so che è tutta una tristezza proiettiva, simbolica: sovrappongo al luogo la tristezza del motivo per il quale frequento quel luogo. Ormai so tutto dell’happy meal. E so molte cose anche sui frequentatori dei mcdonald. Almeno di quelli che incontro io lì la sera. Una sera c’era una ragazza obesa, in coda davanti a me. Ha preso un cheesburger, 1 euro. Poi l’ho osservata stazionare nella piazza fuori dal locale, inquieta, imbarazzata. E rientrare, per rimettersi in coda, dopo circa un quarto d’ora. Mi ha dato una forte sensazione di tristezza, e solitudine. Una volta avrei scritto la categorizzazione di tutti i tipi di clienti che ho studiato nel corso del tempo, ma ora sono molto stanco, mentalmente, e anche la scrittura ne risente. La tipizzazione mi rimane in testa e non finisce nella tastiera. Un domani, forse. Leggi il resto » Unhappy meal
Salva in PDF
26 Giugno 2010

Non è la prima volta che fotografo un paio di scarpe abbandonate. Continuano a sembrarmi una tipologia di scarto, di “rifiuto urbano”, del tutto atipica, simbolica e altamente narrativa. Il prima, il dopo e i perché di un paio di mocassini seminuovi abbandonati (come quelli che ho incontrato questo pomeriggio, nella foto qui sopra) intrecciano una storia,un giallo?, o forse la semplice tristezza di un barbone distratto, o la tristezza implicita data dall’allusione nascosta nell’immagine (un suicida nel fiume, lascia le scarpe, inutili), o la dimenticanza di un turista ubriaco, o il furto notturno tra abitanti di strada.
Le scarpe, ordinatamente allineate accanto al cestino dei rifiuti, sono un’incongruenza che attira l’attenzione (e la fantasia) in modo irresistibile. E ancor più come incongruente si afferma, catalizzando quindi lo sguardo, il buono stato di conservazione dei mocassini stessi rispetto alla sorte di dispersi, di “ri-gettati”, naufraghi di strada. Occorrerebbe forse pensare all’espressione “in someone’s shoes” (dentro le scarpe di qualcuno) che è un equivalente del nostro “mettersi nei panni di qualcun’un altro” per capire le radici di questa attrazione? E come si fa a mettersi “nelle scarpe” di qualcuno che quelle scarpe le ha perdute?
Rimane al fondo di ogni spiegazione
l’angoscia gialla d’una sparizione:
la traccia che ha lasciato l’assassino
sta forse nel perduto mocassino?
E’ Cinderella a darci cognizione:
per una scarpa avviene l’agnizione.
Salva in PDF
28 Dicembre 2009

Non ho mai compreso il sarcasmo o il biasimo che si sono attirati addosso, nel corso degli anni, i plastici delle varie “scena criminis” proposti nella sua trasmissione da Bruno Vespa. Ho sempre trovato quei diorama, accuratissimi, la parte più riuscita e convincente dell’intera trasmissione. Forse l’unica. Tempo fa ne avevano discusso (dopo l’ultimo e controverso plastico in scena sul “caso Brenda”), con la consueta competenza semiologica, a TV Talk (trasmissione che seguo da sempre e che consiglio a tutti). I plastici di Vespa, mi pare dicesse il prof. Simonelli, sono una “messa in scena” al quadrato, essendo già la rappresentazione televisiva di per sé una sorta di “diorama” vivente della realtà, un duplicato verosimile e realistico del “reale”. Immagino che tra qualche anno tutti i plastici delle trasmissioni di Vespa potrebbero dare pure luogo ad una piccola attrazione turistica, una “Italia in miniatura degli orrori”, da visitare osservandola dall’alto. I diorama hanno per me, evidentemente, un grande fascino filosofico. La volontà di riprodurre, in scala ridotta, porzioni e rappresentazioni della realtà evoca, inconsciamente, la percezione della finitudine umana, noi “creature” in scala (a sua immagine?) rispetto a un “Creatore”. L’idea del “Grande Architetto” non è, in fondo, quella di una ferromodellista della domenica che, per passare il tempo e sconfiggere la noia, squaderna appunto il “Creato”? Tutti i diorama alludono, a mio parere, a questa dimensione incolmabile: facciamo modellini per esorcizzare la paura di essere, noi stessi, modellini, giocattoli, figurine. In un tripudio di presepi, ferrovie, bamboline, case di bambole, costruzioni lego et similia, riproduciamo la vertigine di creare e, soprattutto, controllare Mondi. Governiamo l’oscurità del Caos ricalibrando in scala, ridotta, il Reale. E la letteratura come diorama? Un’altra volta, prego. Torniamo ai plastici. Leggi il resto » Il diorama di Dio
Salva in PDF
25 Dicembre 2009
Il meteorite de “La Nona Ora”
prese la forma di una povera crista
in felpa rossa, che io ne ho una uguale,
lanciata a capofitto sul più alto in grado,
placcata dal gendarme ma tenacemente
fedele al suo intento, riuscito,
birillo tra birilli, stunt-woman,
tramite uno slancio ipertelico
altrimenti indistinguibile
dal comune fervore devozionale.
Lui cade a velocità doppia,
come trascinato da ingranaggio e inciampo,
e le mie orecchie drogate
da decenni di veleni sottocutanei,
ultra-liminali, quotidiane e settimanali
paperissime preserali e serali,
sentono ormai risate precotte
come mancanti pure
sul Presule abbattuto.
Poco dopo un automa perfettissimo,
estraneo il volto a qualsiasi forma
di emozione, rossore, patimento umani,
celebra, concelebra, benedice.
Salva in PDF
13 Dicembre 2009
Chi si occupa di comunicazione farà a lungo i conti con la maschera insanguinata di Silvio B. che da questo tardo pomeriggio affolla le edizioni straordinarie e ordinarie dei tg. Chi si occupa di politica, molto meno. La smorfia di dolore era autentica, e il sangue pure. Il darsi di un’espressione autentica in una maschera è un problema filosofico, semiologico. Sulle prime ho dubitato fosse sangue vero. Ma il disappunto della maschera ferita appariva realistico. La maschera veniva incisa, e per la prima volta senza anestesie. I molteplici significati simbolici andranno studiati a lungo. Io consiglio fin d’ora agli studenti più accorti delle varie discipline universitarie legate allo studio dei mass-media di non sottovalutare l’idea di una tesi sull’episodio. Qualcosa di eccedente perfino la scarpa contro Bush, e neppure paragonabile a un “buffone” gridato fuori da un aula giudiziaria. Il gesto violento (da parte di uno squilibrato “in cura”) è certamente riprovevole, e auguro al Presidente del Consiglio una pronta guarigione esprimendogli sincera solidarietà cristiana. Ma il significato “estetico” del labbro ferito, del dente scheggiato, del naso rotto (s’inseguono bollettini medici via via più dettagliati col passare delle ore e io stesso, per scrivere queste mie riflessioni “a caldo”, certamente mi sto perdendo qualche speciale televisivo dedicato all’accaduto) procura un altro genere di sensazioni e riflessioni. La “maschera offesa” come realtà complementare della “maschera edificata”. Molto si è scritto sull’immagine di Berlusconi (e non mi stancherò mai di rimandare al saggio fondamentale di Belpoliti) e la mia impressione è che la smorfia di dolore sulla bocca insanguinata del Premier di stasera entrerà negli annali iconografici dedicati a inquadrare questo fenomeno estetico che ha, ahimè, dominato la scena politica degli ultimi 15 anni. Come reagiranno gli italiani all’immagine della maschera che sanguina? Quali foto verranno pubblicate dalla rivista Chi? E da Il Giornale? Ci sarà un colpo di Stato la notte di Natale, con un videomessaggio del Premier ancora incerottato? I quotidiani di domattina offriranno, di necessità, tutti, la maschera insanguinata come piatto forte del giorno. Ragionando in puri termini letterari e meta-letterari, come resistere alla sovrapposizione mnemo-retinica di certi fermi immagine di quel volto-maschera ferito e sanguinante (vedo lo statico dei filmati sul Corriere on line e Repubblica on line) con quelli cinematografici di un Hannibal Lecter?
L’episodio di questo pomeriggio non racconta niente della società italiana attuale (al massimo ci dice che la scorta di Berlusconi è scarsa, che i souvenirs del duomo di Milano sono pericolosi, che la rappresentazione della politica attraverso il sistema dei media fa molto male a chi ha già di suo problemi psichiatrici…). Le reazioni all’episodio, invece, e gli usi politici delle emozioni collettive, quelle sì, ci diranno nelle prossime settimane qualcosa di noi, della nostra maturità, della nostra debolezza.
Salva in PDF
10 Novembre 2009
Alla fine ho capito che, da vecchio, ma da molto vecchio, riuscirò a scrivere un saggio di filosofia dal titolo indicativo di “De anima”, cercando di fare caso il meno possibile ai colleghi che in passato (Aristotele, Agostino, Tommaso tra gli altri…) si sono confrontati sul tema. Ora, il mio saggio dovrebbe comporsi di una serie di metafore descrittive dell’anima raccolte nel corso dell’arco dell’intera vita e, nel caso dovessi essere impedito nell’impresa per qualche imprevisto sopraggiunto, lascerò precise volonta testamentarie affinché Sara prosegua, se lo vorrà, la raccolta di immagini descrittive della sua anima. Questo proposito mi è venuto in mente stanotte, in uno stato di semi-coscienza, tra le 2 e le 3 di notte, mentre cercavo di riaddormentarla, riportandola dentro al sonno e al tepore delle sue coperte da grida semisonnambule attraverso le quali lei affermava di voler uscire dal lettino. Nelle fasi di intersonno tra il mio periodico tornare a letto e il reiterarle un mantra calmante (”Papà è qui con te, fai la nanna….”) ho avuto l’illuminazione circa quella che in una poesia avevo chiamato sinteticamente la “ginnastica posturale dell’anima”: ci sono stati mentali, emotivi, orientati positivamente di cui è necessario - per vivere bene (eu zein) - semplicemente conservare memoria, così come si impara una posizione corporea. Qui si ripropone un’idea di anima-labirinto, quindi, all’interno della quale districarsi, come con un filo di Arianna, alla ricerca di quegli atteggiamenti spirituali, emotivi, cogitativi che ci portano in una condizione di maggiore felicità e benessere. Conservare memoria di una posizione per riprodurne gli effetti benefici. Capitolo Primo.
Salva in PDF
22 Aprile 2009
Riflessioni sparse sugli usi possibili dei messaggi di status di Facebook. Appunti per un saggio potenziale.
Molto tempo fa, in una fase di esplosione di Twitter, ribattezzai la prassi di comunicare di sé in tempo reale come bio-feed intestinale. Ora, mi pare, le cose si siano complicate, e non riesco più a condurre una riflessione teorica, e nemmeno una parodia di una riflessione teorica (che è la mia specifica abilità, in fondo) sull’uso dei messaggi di status che noi tutti facciamo su Facebook. Mi rendo conto che sarei più portato a fare una semplice elencazione della casistica che pratico o che ho incontrato. Il numero delle varianti, o forse solo una mia certa pigrizia e stanchezza attuali, rendono faticosa l’astrazione dal numero di alcune regole generali. Ci provo. Leggi il resto » Codici e sottocodici nei messaggi di status
Salva in PDF
31 Marzo 2009
No, non scriverò, come il titolo parrebbe alludere, della seduzione delle donne separate. Piuttosto, alla lettera, della deriva para-militare, da regime-soft, che si è affacciata all’interno di un mio sogno di qualche notte fa, proprio dopo aver ascoltato, prima di prendere sonno, un po’ del discorso del premier alla parata fondativa di questo nuovo (?) movimento populista-mediatico che così bene interpreta i desideri, i sogni, le speranze e le paure (metus e spes, spinozianamente) degli italiani. Prima di raccontarvi cosa ho sognato riutilizzo una citazione di Pontiggia che mi è sempre piaciuta molto, proprio perché un tempo, più di adesso, avevo l’abitudine di trascrivermi i sogni in un quaderno (a mia futura memoria e auto-decifrazione) e non inseguivo il prossimo perché li ascoltasse. Anche se mi piace, d’altro canto, ascoltare i sogni altrui e inventarmi spiegazioni da offrire (sul tema poi ci sarebbe da citare tutta la critica di LW all’interpretazione dei sogni di Freud, oppure il ruolo dei sogni e della trascrizione dei sogni nell’opera di Kafka ma è tutta un’altra faccenda….) Leggi il resto » Il fascino della divisa
Salva in PDF
Pagina precedente »