La retorica ricattatoria (cripto-fascista) di una comunicazione pubblicitaria

Lo spot Fiat della Nuova Panda è orribile. Da molti punti di vista. Da quello linguistico, da quello politico, da quello comunicativo-pubblicitario. Questo post si aggiunge all’insofferenza che da più parti, nei social net come nei blog più o meno tematici come nei quotidiani on line, è emersa nei confronti di questo tipo di comunicazione commerciale proposta da Fiat. In realtà prosegue una tendenza, o strategia (per me di sapore cripto-fascista) già introdotta in uno spot per la 500, di  alcuni anni fa (e su cui avevo scritto  “La neomitologia della 5oo Fiat”).  Anche allora si legava la demercificazione di un prodotto ad una questione identitaria, nazionale. L’italietta pittoresca che si oppone a quella dello sviluppo (possibilmente desindacalizzata) è il nuovo leitmotiv.

Lo spot che ne viene fuori è grottesco e ha tutti gli ingredienti necessari per impedire che una sola Panda in più, che uscirà dagli stabilimenti di Pomigliano, venga venduta. Non è questo, infatti, il suo scopo. Un po’ come già avviene per le auto di super-lusso, i cui spot televisivi sono indirizzati solo a rassicurare i già proprietari di quelle auto della bontà e aderenza del proprio stile di vita al brand acquistato, lo spot della Nuova Panda non ha a che fare con le qualità (si spera) vendibili dell’auto ma con una (ancora?) “scelta di campo identitaria”. Lo spot diventa in sé non parodiabile. Tono dello speaker, lessico utilizzato, concetti espressi sono essi stessi la parodia di una retorica faziosa (o con Marchionne o contro di lui) che fintamente fa leva su uno spirito nazionale (nazionalistico?). Abbiamo già accettato, nella nostra modernità, che l’auto possa essere panificata anche di notte, che il lavoro modifichi fin nel profondo la biologia del vivere delle persone e i loro diritti. Che qualcuno possa credere che da qui  – dalla Nuova Panda – possa passare il concetto di “identità nazionale” mi pare davvero troppo.

Su “Miracolo a Le Havre”

Appunti sparsi su “Miracolo a Le Havre” (titolo originale: Le Havre) di Aki Kaurismaki. Non conoscevo questo autore (denso e originalissimo) e quindi ringrazio davvero molto la persona che mi ha portato al cinema a vedere il suo ultimo film. Appunti di visione: citazioni neo-neorealistiche (non a caso uno “sciuscià”, inquadrature fisse che indugiano su dettagli – il gradino del bus, un radiatore, il ciliegio…) ruvidezza espressiva ed essenzialità. Nessun compiacimento patinato. L’espressione dei sentimenti trattenuta e come “implosa” dentro la recitazione stessa (scoprirò poi, leggendo un’intervista a Kaurismaki, le sue indicazioni fisse di “recitazione”: non sorridere!); la scrittura molto “scritta”, un dialogato molto testuale, scolpito. La grana fuori tempo della pellicola, anni ’50 come nel guisto del regista quanto ad ambientazioni, e i colori saturi. La città di Le Havre (la visitai per caso quando avevo 12 anni, e ricordo un monumento/edificio con un’enorme mano di bronzo, forse era lì, sì era lì…a quel tempo fotografavo con una reflex ed ero appassionato di fotografia, proprio come forma di scrittura); la solidarietà come favola meta-temporale; il commissario che restituisce un ordine alle cose, un ordine “al di là della legge”, o “Davanti alla legge”, per usare parole kafkiane; la citazione da un racconto di Kafka (poche parole tratte da “Bimbi sulla via maestra” da “Meditazione”) è fuorviante rispetto al racconto, Kaurismaki ritaglia poche parole sui matti che “non si stancano”, tratti dal finale di quel breve racconto (che parla del vitalismo violento dell’età infantile).

Allora, ne ricavo l’apologo della “follia della solidarietà” nella società contemporanea. Il miracolo: la guarigione miracolosa della moglie del protagonista come “correlativo oggettivo” della “guarigione” di una società che si fa solidaristica per un istante solo, per una breve catena di scelte, per la forza energetica e caparbia del protagonista (di nome Marcel Marx) nel voler far partire il piccolo clandestino di colore. La città portuale di Le Havre rimane sullo sfondo, come struttura urbanistica, ma viene usata come metafora del viaggiare stesso, nel senso di apertura-scambio-mescolamento di destini che ogni approdo portuale rappresenta. In breve: un film ruvido, essenziale, anti-retorico, un film “morale”, una bellissima “favola” nel senso più letterario del termine. Consigliato a chi cerca, ancora, nell’arte cinematografica un po’ di Arte-Artigianato.

Mater semper certa est

Vado, giorni fa, alla segreteria didattica della scuola di Sara. Devo ritirare un certificato, che mi serve per i giorni di permesso presi durante il primo periodo d’inserimento di Sara nella nuova scuola. Gli orari della segreteria non coincidono mai con quelli della mia uscita dal lavoro. Accordi telefonici vari e troviamo un pomeriggio in cui posso passare a ritirare questo agognato certificato. Le segretarie rientrano da una pausa, è primo pomeriggio e prima di passare a prendere Sara a scuola riesco ad andare alla sede della segreteria. “Mi dice il cognome?”, chiede una delle segretarie. “Ci siamo sentiti al telefono, PELLITI”, scandisco io come di solito si fa col proprio cognome, il mio poi in particolare, martoriato com’è  da varianti di doppie elle e doppie ti, a seconda delle anagrafi e dell’orecchie dell’ascoltatore. “Ah, ecco, sì, è pronto. Se vuole controlli che sia tutto a posto…”. “Ma no, sicuramente va bene. Comunque, per sicurezza, già che me lo dice…” replico io vincendo anche la naturale educazione che tratterrebbe il gesto come indice di una qualche mancanza di fiducia, e strappo le graffette che tengono cucito il certificato:

“Il Dirigente scolastico, VISTA la richiesta del sig PELLITI etc.etc. SENTITE le insegnanti della scuola etc. etc.  nella quale risulta iscritta la bambina OLIVIA ****   Dichiara che etc. etc.”.  Ecco, per un secondo mi sono sentito padre anche di Olivia, e non solo di Sara. Olivia che non conosco e non ho mai visto, ma verso la quale, in quella frazione di secondo, ho subito provato simpatia e affetto. “No, guardi, c’è scritto un altro nome, vede?”, dico io tra il divertito, lo scocciato (già pensando di dover tornare una seconda volta alla segreteria) e il perplesso per la minorità mentale della segreteria tutta. “Mi scusiiii, è che ho fatto il copiaincolla di diversi certificati stamani, e allora, sa…”. “Non si preoccupi, so quali danni fa il copiaincolla”, replico io bonario, paterno (padre di Sara e di Olivia anche un po’, ormai). “Senta gliela ripreparo subito e la mando via mail, ma senza firma della Dirigente, va bene?”. “Ecco, grazie, così evito di tornare e spero la accettino al mio ufficio”. La vicenda è buffa, per me, e minima. E mi ha ricordato quel passo della Repubblica di Platone, che qui sotto vi ripropongo, in cui si teorizza la comunanza di donne e figli.  Sulla prima ho alcune perplessità, che mi pare inutile  esplicitare; sui figli, invece, qualche ragionevolezza forse rimane.

[457 d] – Queste donne di questi nostri uomini siano tutte comuni a tutti e nessuna abiti privatamente con alcuno; e comuni siano poi i figli, e il genitore non conosca la propria prole, né il figlio il genitore. – Questa norma, disse, assai piú dell’altra susciterà diffidenza, per la sua possibilità come per la sua utilità. – Non credo, risposi, che, almeno per quanto concerne l’utile, si contesterà che non sia massimo bene avere comuni le donne e i figli, sempre che la cosa sia possibile; ma credo che ci sarà una grandissima contestazione se sia o no possibile. [e] – Ambedue i punti, fece, si potranno contestare molto. [...] (Repubblica, 457d-e)

Ciao Olivia, mi mancherai.

Ansia da richiesta di fermata


E’ la tua fermata. Allora ti alzi, ti avvicini alla porta di uscita. Ti aggrappi come puoi ai corrimano, a seconda della quantità di persone che affollano il bus. Lei si alza. E’ la signora che scende alla tua fermata. E’ la sua fermata. Allora lei vuole premere il pulsante, rosso o blu a seconda degli autobus, della “fermata prenotata”, perché è la sua fermata. Il campanellino che suona, il display che s’illumina, “fermata prenotata”. Una piccola soddisfazione, fermare l’autobus con un pulsante, un ideale freno di emergenza autorizzato, quindi gesto allegorico e contratto di un potere che mai si avrà (“Fermate il mondo, voglio scendere!”).

Tu sposti la mano lungo il corrimano, e l’avvicini al pulsante. Anche la signora si avvicina al pulsante, mentre ti guarda con aria di sfida. E’ il mezzogiornodifuoco della richiesta di fermata. Quei duelli nei quali, alla fine, non si saprà mai chi ha premuto per primo il pulsante. Quei duelli in cui gli sguardi s’incrociano, e le labbra sibilano sottovoce “ho già premuto io” ma senza dirlo davvero, come a mimare i suoni con le labbra senza che esca suono. Ci sono persone che entrano in uno stato d’ansia quando devono scendere dal bus e pigiare il pulsante della richiesta di fermata. E’ un fenomeno che ho studiato a lungo negli anni, si chiama Sindrome da Ansia da Richiesta di Fermata, (SARF), e non è ancora stato codificato nei prontuari psichiatrici. Di solito questa sindrome colpisce arcigne signore anziane: sono quelle che, quando tu sei in ritardo per entrare al lavoro, al mattino, richiedono la fermata del bus anche due o tre volte per sbaglio: “Mi scusi, pensavo fosse già la mia”, dicono con voce fintamente flautata al conducente mentre, a bus fermo, le porte si aprono e richiudono inutilmente, senza che salga o scenda nessuno. E tu sei in ritardo per entrare al lavoro. In realtà la SARF  fa premere loro il pulsante, una-due-tre fermate prima di quella in cui dovrebbero scendere. Sono le stesse, poi, che ti guardano con occhi di sfida quando cerchi di pigiare il pulsante della loro fermata che, essendo la “loro” fermata, il pulsante lo devono pigiare loro. E tu, mascalzone, avvicini cautamente la mano al pulsante, nel mezzogiornodifuoco della richiesta di fermata, per bruciarle sul tempo e poi sussurare, ma senza emettere suono e solo con un cenno del viso e movimento muto delle labbra: “Ho già premuto io”. E non si saprà mai chi ha premuto davvero per primo in quelle richieste di fermata.

Partiti, partecipazione e partecipate

La mia modesta proposta “rivoluzionaria”, appena  inviata qui:

La proposta è tanto semplice quanto rivoluzionaria, anche per il nostro partito, per la nostra tradizione culturale e politica: via i partiti dalle partecipate! E’ già scarsamente sopportabile che siano saltati tutti i meccanismi di selezione della classe politica, della classe dirigente, e che anche all’interno della semplice militanza non vi siano più percorsi che diversificano l’impegno politico come servizio, come servizio civile e che spesso siano semplici approdi di una nomenclatura che, anche a livello locale, fatica a rinnovarsi.

Abbiamo tanti buoni amministratori appartenenti al PD, ma abbiamo anche tanti amministratori che lo sono come componenti di complesse scacchiere di equilibri di potere più che di rappresentanza di idee e opzioni politiche. Amministratori che vivono, in virtù del loro posizionamento partitico, una seconda o terza stagione di “impegno” all’interno della galassia delle “partecipate”, società di servizi (rifiuti!, trasporto pubblico locale!, sanità!) che dovrebbero funzionare in un’ottica di efficienza di servizio, e non di gestione di potere, perché interagiscono fortemente con la vita dei cittadini.

Per quale motivo un ex sindaco, un ex assessore (comunale o provinciale) un presidente di Provincia  deve essere “riciclato” come amministratore, presidente, consigliere di una partecipata locale, in maniera – spesso – totalmente indipendente dalle sue competenze e conoscenze? Usciamo dalle partecipate!! Non partecipiamo più  a uno scacchiere spartitorio che non tenga conto delle conoscenze, dell’esperienze, del merito.

Facciamo nei nostri territori, nei Comuni, nelle Province, questa rivoluzione interna. Rivoluzione copernicana nella visione del ruolo del partito nei territori!! Il PD può assumere questo impegno.

Sul sipario


E così ho debuttato. Come “attore”, e come co-autore. Allora trascrivo alcune impressioni, in breve. Perché il momento più emozionante non è stato tanto il fatto performativo in sé, forse perché non credo di aver recitato davvero. Non ne ho la tecnica, o l’attitudine.  Sì, c’erano le luci, il buio davanti e il non vedere le facce di chi ti guarda ma avvertire la presenza forte di un’attenzione, di un ascolto, il vuoto senza rete sotto al trapezio appeso. C’era l’essere “in scena”, quindi in un altrove. C’era l’interazione bella con gli altri compagni di viaggio, ascoltarli, osservarne le azioni. C’era da ricordare – per me – le poche parole da dire, ripetute tante volte, cercando un’intonazione credibile col senso drammatico che contenevano. Dicevo, appunto, che non ho sentito tanto l’emozione “nel” recitare, quanto nel “prima”, dietro al sipario chiuso. Avvertivo tutto il potere magico – e per me inedito – del sipario chiuso, sul palco.

Vero confine, diaframma, intercapedine tra il mondo così come è, fattuale, e i miliardi di mondi possibili che il Teatro consente, genera, fa vivere. Per questo ho scattato un po’ di foto alla nostra attesa, dietro il sipario, perché mi sembrava un momento di grande intensità e densità anche quell’attesa.  L’azione, il recitare, il play, non è più propriamente in sé uno spazio di immaginazione perché è uno svolgersi, uno scorrere nel quale l’immaginazione si fa, appunto, azione: gesti, parole, espressioni. L’attesa, invece, è lo spazio dell’immaginario possibile, è il “prima che tutto si svolga”, è la rincorsa prima del salto, lo spazio che rende possibile l’attuarsi dell’immaginato. Il potere del sipario è questo nascondere, proteggere, rimandare l’attuarsi dell’immaginato. Questa è l’emozione che ho percepito nel mio debutto da non-attore, e da co-autore: il sipario chiuso che attende il dischiudersi dell’immaginato, della parola, del gesto.

Futurum esse

…mi ricordo un testo bellissimo: era un racconto, era un saggio, era una poesia, era una lettera di scuse, era una lettera d’addio, era un monologo teatrale, era un concertato per voci sole, era uno scherzo o una fantasia, era un musical, era un libretto d’operetta, era una fiaba, era una filastrocca, era una lista dei desideri; sì, mi ricordo un testo bellissimo che parlava a tutti e a pochi, che commuoveva e faceva ridere e pensare, ricordo che era un testo fantastico. Ma devo ancora scriverlo.

A rovescio

Esiste un contrario possibile per ogni modo di dire (esiste un contrario possibile per ogni modo di vivere?), così per vedere che senso viene fuori, perché è sempre possibile un senso alternativo alla realtà, alla realtà che si vive, e quando si rinuncia a vedere come possibile l’impossibile si rinuncia, forse, (ci metto molti forse, ma lo credo davvero) un po’ anche a vivere. “Molti, benedetti e tardi”, a cosa potrebbe riferirsi dunque questo modo di dire inedito e rovesciato rispetto al detto di partenza? Ma ai sogni! Che sono il contrario, appunto e in un certo qual modo, dei “soldi”; per quanto siano troppo spesso proprio i soldi il mezzo per realizzare sogni, e preferibili quindi saranno quei sogni che si realizzano senza necessità di soldi. Ecco che subito la pratica di rovesciare le parole ci ha aperto un mondo possibile e alternativo. Questo è il soccorso della fantasia.

Sullo streetviewing


Visualizzazione ingrandita della mappa

Prima o poi dovrò scriverla una piccola riflessione “filosofica” sulla street view di google, e gli interessanti riflessi sulla “privacy”. Per il momento mi accontento della posa di questa signora, con le scarpe da ginnastica per camminare comoda nelle strade del suo paesino, una mattina assolata, col viso rivolto verso l’alto, alla macchina fotografica telescopica sopra il tetto di un’auto, cristallizzata per sempre dall’obiettivo della google-car.

Come si chiama quella signora? Dove abita? Cosa pensa dell’onniscienza posticcia che ci dona la rete? E della plastificazione mummificante di queste foto? E del potere ipnotico e immaginifico che ci dona dirigere l’occhio mobile dello street view in luoghi mai visti così come, soprattutto, nei luoghi che meglio e più conosciamo? Chi non ha guardato almeno una volta la propria macchina parcheggiata, la propria casa in vetrina dentro il diorama tridimensionale di queste visione? Uno sguardo pietrificante sul passato. Ma il passato non è mai materiale pietrificato.

Come rompere una cornice Ikea

Ieri sera ho rotto una cornice dell’Ikea. Già un minuto dopo averla pagata non mi piaceva più. Ne avevo prese due, con il bordo argentato e invece avrei dovuto prenderle di altra forma e col bordo nero. Avevo preso quelle due perché costavano meno di quelle che avrei dovuto prendere, e ieri ne ho rotto una. Mi ci sono appoggiato sopra bene bene con tutto il peso, sul vetro, poggiato per terra, dopo aver accuratamente messo la foto che volevo appendere. Forse volevo rompere quel vetro, ieri sera. Volevo rompere quella cornice, o qualcosa. Penso che, in fin dei conti, vorrei rompere pure l’altra cornice che ho comprato. Poi, per sbollire un po’ dall’aver rotto il vetro della cornice, mi sono messo a tarda sera a montare due scatole di cartone, con piccole viti di metallo. 12 viti per scatola. Ho fatto una sudata, e avevo già fatto la doccia prima di cena, e non avevo voglia di fare una seconda doccia prima di dormire. E così ho iniziato, ieri sera, a odiare dopo le due cornici pure le due scatole che avevo acquistato, e che montavo meccanicamente per sbollire dall’aver rotto il vetro di una delle due cornici, che forse volevo rompere, perché volevo rompere qualcosa ieri sera, e sono stato pure bravo a non farmi male coi vetri o a non lasciarne sul pavimento o sul tappeto. (piano piano ritrovo la forma di scrittura rasoterra, rispetto al punto di osservazione sulla vita, che è quella che ha fatto, per molti anni, la ragione d’essere dello specifico scritturale di molti blog. La scrittura che io definivo un tempo “abrasiva”). Ieri sera volevo rompere qualcosa. Poi ho guardato i due reggilibro a forma di X che ho messo nella libreria e, improvvisamente, stamani, mi sono sembrati due piccole svastiche potenziali. Basterebbe montarci delle minuscole appendici, in betulla.

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