Diciamocelo francamente: chi gioca con le parole, come me, alla notizia che la Signora Clio Napolitano è stata investita da un’auto ha pensato che l’auto avrebbe dovuto essere, nel mondo ideale dei giochi di parola, proprio una…Clio e non una Panda. Il ricovero al Celio, poi, è stata una manna quasi anagrammistica. Diciamolo onestamente, e senza celia. Con i migliori auguri di pronta guarigione alla consorte Presidenziale.
La scorsa estate mi ero dato il compito di iniziare a scrivere una raccolta di poesie dedicate alle biciclette senza mai usare la parola “bicicletta”. Ho fatto circolare tra pochi amici, negli scorsi mesi, una prima antologia in cerca di reazioni, pareri, suggerimenti. Ho ricevuto benevola e affettuosa attenzione per le mie poesie ciclistiche, autopsie di telai abbandonati o ciclopsie, e ringrazio qui tutti quelli che mi hanno incoraggiato e consigliato sulla prosecuzione dell’opera. Ora, una prima parte di quel lavoro è pubblicata on line nelle pagine dell’Associazione/Editore
Sento la parola “dattiloscritto” come una specie di fossile, arcaico, uno pterodattilo della scrittura o dello scrivere perso nel tempo, a ritroso… E in questo suo essere fossile – della parola, del concetto, del portatore stesso della parola – sta anche, però, un che d’irriducibile: ingombranti dattiloscritti, dattiloscritti spediti e rispediti, impolverati, fiutati e rifiutati, impilati, annotati, autografati, corretti, stropicciati, strappati, rilegati a spirale, a caldo, a graffetta, pinzettati, ingialliti, inumiditi, inceneribili.
Poiché quest’anno ero a corto di idee per il testo da inserire nel “Post sotto l’albero”, ordito con pazienza come ogni anno da 