La sicurezza sul lavoro non è una favola

  • Se il grillo parlante, nell’esercizio delle sue funzioni, avesse portato un casco protettivo, Pinocchio forse non l’avrebbe stecchito…
  • E siamo sicuri che i topini della carrozza di Cenerentola fossero assicurati INAIL? E se s’infortunavano nella corsa verso il ballo sarebbe stato considerato incidente in itinere?
  • E le sorellastre avevano assicurato Cenerentola contro gli infortuni domestici?
  • Inutile sottolineare i problemi di sicurezza nel campo dell’edilizia denunciati dalla nota vicenda dei tre porcellini…
  • E inutile parlare dei seri problemi respiratori dei setti nani in miniera…
  • Il direttore del circo licenziò Pinocchio/ciuchino con o senza “giusta causa”? Non si azzoppò forse durante lo spettacolo? Che disse l’ENPALS?
  • La strega di Biancaneve, preparando la mela, era in regola con il REACH (“Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction of CHemicals) Regolamento Europeo n.1907 del 2006, che ha apportato numerosi cambiamenti nella legislazione comunitaria riguardo la produzione, la commercializzazione e l’utilizzo degli agenti chimici?
  •  Chi, tra i molti Oompa Loompa, era il loro rappresentante aziendale dei lavoratori per la sicurezza?
  • La mamma di Cappuccetto Rosso, quando le dà la focaccia e il vino da portare alla nonna, era in regola con l’HACCP?

continua…

Dialoghetti pop-up

- Sigmund Freud – Caro Edmondo, ho letto con attenzione la bozza di quel racconto scolastico sulla maestra di ginnastica, che mi ha inviato. Mi pare, debbo dirlo in massima onestà, che Ella vi abbia messo dentro molti, troppi simboli fallici sostitutivi, quel “nasino non finito…”. Cosa è, dunque, questa maestra Pedani? È davvero un essere così castrante! Odiava forse sua madre, Edmondo? Vorrei osare dirLe che la dinamica feticistica e voyeuristica del suo Don Celzani è un po’ troppo scoperta per i miei gusti di lettore. Il legame tra impulso libidico, spinta epistemofila e scopofilia è davvero molto palese in lui! -

- Edmondo De Amicis – Dio Grande! Ella è un demonio dottor Sigmund!! E ci porterà questa peste in casa, spacciandoci questo veleno per farmaco!?? Non ci salveremo più, nessuno sarà più salvoooooo…- (con le mani nei capelli, gridando)

Frammenti imperfetti per OXP

copertina a cura di Aida Maria ZoppettiCon questo volumetto, “Frammenti ludolinguistici imperfetti“, scaricabile gratuitamente in pdf, prende avvio presso OXP una piccola collana di volumi dedicati al mondo di chi gioca con le parole (ma anche alle parole di chi al mondo gioca). La collana si intitola “Colti sbagli”, perché ne sono il curatore, e il suo primo titolo raccoglie alcuni tra i tentativi ludolinguistici con i quali ho tormentato amici e compagni di web dal 2003 ad oggi. Rileggendoli, a distanza di anni, ritrovo il motivo principale per il quale mi divertivo, e mi diverto, con questo tipo di giochi: tenere in allenamento il linguaggio imponendomi vincoli creativi, nella convinzione che “creatività” e “regole” siano termini simili.  

Lotto per mille

Qualche giorno fa ragionavo su una possibile crittografia mnemonica con esposto “Anche l’occhio vuole la sua parte” e soluzione (1, 4, 3, 5) cioè “L’otto per mille”. La stessa soluzione, poi, mi sembrava anche adatta per un tema garibaldino. Bartezzaghi, infatti, mi ha fatto notare che forse è poco comprensibile come mnemonica (io facevo riferimento implicito alla rappresentazione dell’occhio di Dio) e molto più efficace come crittografia a frase proprio con l’esposto “Difendo i garibaldini”.

La parola nell’arte

Quando ho visto questa interpretazione “dadaista” realizzata da Max, mi è venuta subito in mente la mostra “La parola nell’arte“. Max scompone la mia poesiola/battuta titolata Storia dell’estetica (“Non esistono arti inferiori./Fatta eccezione delle gambe”) in un rebus vocale: i numeri enunciano la somma e le parti del testo (composto da 8 parole) che viene presentato non più come un’unità di senso fissata una volta per tutte, ma come una composizione modulare, modulabile. Numeri che stanno per parole, e lettere numerabili. Max smonta e rimonta il testo come fosse una crittografia e lo espropria del senso (di un senso) per farne un puro suono (coro di bimbi, verso di gallo, risata infantile, tromboni e piatti, pieno orchestrale, effetto doppler, acqua new age…) da manipolare come una partitura. Le parole-numero, alla fine, tornano ognuna al loro posto, secondo la loro posizione numerica (la sequenza che genera la battuta) e la voce recita/ricompone la frase.

Il collegamento che vedo con la mostra del Mart è questo: il testo originale (sensato, doppiosensato su “arti”) rappresenta una base, una tela figurativa. I suoni, i rumori, l’enunciazione dei numeri che stanno per la posizione occupata dalle parole, rappresentano, invece, una sovrapposizione grafica. Proprio come le inserzioni grafiche e alfabetiche nella pittura delle avanguardie del Novecento.

In dolce attesa

Quando posteggio la macchina vicino ai binari sento sempre la frase “Annuncio ritardo” dalla voce automatica, femminile, e la ipotizzo come se la voce automatica, femminile, stesse parlando della sua ovulazione, automatica, femminile. Non ci posso fare niente. Poi, di questi tempi, sento l’espressione “In dolce attesa” e mi pare che nessuno possa ancora trovarla attuale, aggiornata ad un parlare corrente. “La mia signora è in dolce attesa ed io sono in attesa del dolce”, ecco mi viene in mente questa scenetta in un ristorante ogni volta che sento quell’espressione. Non ci posso fare niente. Non riesco a leggere la cronaca nei quotidiani. Leggo solo i trafiletti minori, le curiosità inutili, le brevi e brevissime. Soprattutto in questi giorni. Qui il libretto non è ancora arrivato, chissà in quale stazione postale ha passato le feste. Al freddo, senza nemmeno una mangiatoia. Intanto per la schiena della con-sorte (anche lei in attesa del dolce) magari compriamo un cuscino relax

Il post sotto l’albero 2007

Da alcuni anni l’incontinenza scritturale che caratterizza chi tiene un blog viene solleticata, con puntualità natalizia, dal Signor Squonk con una proposta non rifiutabile: scrivere un post di argomento “natalizio” da includere in un’antologia da spacciare in rete. Il mio modesto contributo all’edizione 2007 s’intitola NTL e lo trovate alla pagina 44esima (in medio stat virtus) delle oltre 100 di questa bella raccolta in pdf

Atti linguistici

Conosco filosofi che pur di sperimentare un performativo si sono sposati.

Madam I’m Adam

il mio collega CamuUtilizzo questa famosa frase palindroma inglese (rivolta ad Eva, probabilmente…) come titolo per raccontarvi una piccola curiosità da ufficio. Tra colleghi ci divertiamo a cercare somiglianze cinematografiche: tu sei uguale a Tizio, il capo è identico a Caio e via abbinando facce, modi e fisionomie. Ora, un mio caro amico e collega, Camu, è identico, anzi di più, è proprio Adam Sandler. Questo post è l’ultimo tentativo per convincerlo di questa verità inconfutabile. (nella foto il mio collega)

Sotterfugi nottetempo

Uno dei primi assiomi di chi lavora, o si diletta, con le parole è considerarle un materiale da costruzione prescindendo anche dai loro significati. Allora ci sono parole di cui ci si innamora per forma e significato (vedi “nottetempo“) e vocaboli di cui si subisce un fascino fonetico, formale, iconico, pur non apprezzandone, per così dire, il concetto espresso. E’ il caso, per me, di “sotterfugio”, parola di cui cerco di allontanare da me l’effetto e l’impiego pratico nella vita in 3D, ma che ha una forma, anche etimologica, attraente e di per se stessa molto narrativa: la favola deve avere sotterfugi, doppi e tripli finali, botole nascoste del significato. A dirla tutta, mi pare che il linguaggio stesso sia un sotterfugio.

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