Quattro passi sul tapirulan

Non partecipo quasi mai a concorsi di poesia, per molti motivi diversi. Il primo, la pigrizia. Il secondo, un antiagonismo competitivo (se non partecipo è sicuro che “non perdo”). Il terzo, amor proprio e amore per le mie parole (mi sembrerebbe di portare al cinodromo i miei cuccioli da compagnia). Quarto, ci sono migliaia e migliaia di concorsi di poesia, a volte pieni di candore e onestà ma a volte anche, o soprattutto, onestamente risibili (e farmi premiare, ma anche non-premiare, dall’assessore o dal preside o dalla “poetessa” locale del paesello di turno non rientra tra le soddisfazioni “artistiche” che cerco nella vita, nella scrittura di ricerca). Tra le maglie di questo mio snobismo, però, ogni tanto capita che riescano a filtrare delle realtà interessanti, come è l’Associazione Tapirulan, che ogni anno organizza un bel concorso di poesia, con relativa antologia su carta e on line, testi e foto, selezionate tramite concorso. Nell’edizione di quest’anno alcune mie poesie sono entrate in “finale”. Sabato 5 marzo, quindi, sarò a Parma nella biblioteca del Monastero di San Giovanni per sapere chi ha vinto. I testi che inviai, la scorsa estate, uno dei quali sarà comunque “antologizzato”, erano una specie di campionatura tra i modi in cui scrivo di solito, una media: non il peggio, non il meglio, forse. Ed erano questi tre: Read the rest of this entry »

Da domani, da marzo

Lascio un po’ d’aria nel vuoto
pneumatico dell’auricolare
in modo che la playlist
delle voci del bus possa
mescolarsi al flusso
randomico dei brani,
seicento, in sequenza casuale.

Dismetto il carapace verde
in forma di zaino nel quale
per due anni ho affastellato
fogli e oggetti, frammenti di me,
dimenticabili documenti-nocumenti,
la casamobile clochard,
non rifugio sulle spalle
ma
tantalico macigno di memorie inutili:
carte, scritture, souvenirs dell’eventuale,
lapis, pastiglie, cavi, supporti, device.

Fatico a circorscrivere il tralasciabile.

Appunti su “Se non ora quando”

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Questo pomeriggio ero in strada, qui a Pisa, dentro al corteo della manifestazione “Se non ora quando”. Era molto tempo che non partecipavo ad un corteo, sono pigro e vagamente disincantato, ma questa volta mi pareva realmente necessario esserci, e volevo anche rendermi conto dall’interno sullo stato di salute del senso etico/estetico del paese in cui vivo. Ne ho ricavato sensazioni contrastanti. Da un lato, grande soddisfazione per il gran numero di persone che hanno sfilato insieme, in un’atmosfera di grande civiltà, impegno, bellezza: la gioia concreta di ritrovarsi accanto a persone che hanno in comune un’idea di dignità della donna (o delle persone), dignità della politica, dignità di una nazione; e anche un’idea alternativa dei rapporti uomo/donna, dei rapporti che gli individui coltivano tra loro all’interno di una società sessuofoba e maschilista, ipocrita e fintamente moralista. E l’etica? e l’estetica? Perse. Per molti. Oggi il corteo, un fiume di persone lungo il corso e poi fin sotto la torre, colori, ombrelli rossi a bucare un pomeriggio grigio e piovoso, a tratti era, per me, commovente. Perché la bellezza, ogni bellezza, commuove quando la incontri. E il corteo di oggi era semplicemente bello, come le persone che ci stavano dentro. Conversando con l’amico Simone, però, esercitavo il sempre citato e gramsciano “pessimismo della ragione” e mi dicevo internamente: ci siamo fatti scivolare addosso, “noi” italiani, le leggi razziali, figurati la satiriasi di un vecchio malato che tiene in ostaggio la democrazia. L’altra sensazione che provavo oggi, cioè, era quella di attraversare non un movimento di massa (e chi li hai mai vissuti i movimenti di massa tra i nati negli anni settanta?) ma -PURTROPPO!!- una sensibilità etico/estetica minoritaria ed elitaria. Vedevo la famiglie, sì, riconoscevo pure vecchi parrocchiani, moltissimi professori universitari, pensionate, giovani ragazze e ragazzi, e ritrovavo esatti i volti belli del “noi”, mentre occhieggiava sopra di noi sfilanti, appostato alle sue finestre, il solito arcitaliano di sempre; alla finestra in senso figurato e letterale. Un milione di persone (o quel che sarà, il numero non conta) civili che sfilano in centinaia di città italiane, il “noi”. E’ il noi di sempre? Io spero non sia così, che la mia sensazione “minoritaria” sia sbagliata, che tutto questo davvero sia l’inizio di un cambiamento (e i girotondi? e la “società civile” che nel ’96 fu calamitata dall’Ulivo?). Perché quel “noi” non è un sentimento di massa, ma è una corrente che appartiene alla società, la attraversa e semplicemente – in modo periodico – manifesta il suo disagio, il suo dissenso, la sua alterità. Un’intera visione del mondo sta custodita nelle modalità con cui si vivono i rapporti tra i sessi o, meglio, tra i generi. Così, io spero che quando mia figlia sarà maggiorenne possa vivere in una società dove i valori, le passioni, le idee che animavano i cortei di oggi siano senso comune, sentimento di massa, e non sensibilità etico/estetica minoritaria.

Alcune foto che ho scattato lungo il percorso

Videointerviste realizzate da Pisanotizie.it

Sul guardare

Il punto di contatto tra osservatore e osservato, nelle esplorazioni antropologiche urbane di chi abbia ancora il gusto di osservare per capire la realtà che lo circonda, si riduce sempre più. Per paradosso, nella società sovraesposta delle reti sociali, degli autoscatti, di un sempre-in-posa-di-ripresa, permanente set finzionale che ci circonda, sempre più è patito lo sguardo estraneo che si posa su di noi: ‘azzo guardi!? Ecco, in questa espressione condensativa di ogni intolleranza allo sguardo estraneo e altrui (quante volte la cronaca ha proposto come “futile motivo”, di un pestaggio, di una lite, di un’aggressione, proprio lo “sguardo estraneo” incautamente lanciato, posato, rivolto) sta, a mio modo di vedere, uno dei paradossi del guardare moderno: guardami!/*azzo c’hai da guardare!?. E’ la schizofrenia dell’immagine, tipica del nostro tempo. Da un lato, il “lanciare lo sguardo” come una delle tecniche tipiche della se-duzione (cfr. La Cecla, Saperci fare, Elèuthera 2009) non più intesa come pratica maschile e “dongiovannesca”, ma come habitus diffuso; dall’altro l’intolleranza  – epidermica?- allo sguardo altrui (reggere lo sguardo, ricambiare uno sguardo nei luoghi pubblici della sperzonalizzazione come atteggiamento perturbante) è cresciuta esponenzialmente, proprio al crescere della sovraespozione di sé, in rete e non, dove pure vige un “essere è essere percepiti”, quindi “guardàti” (non “visti”, ma “guardàti”, quindi con un problema di intenzionalità di visione).

Poiché esercito la mia personale antropologia, per strada, attraverso lo sguardo mi sono reso conto di questa riduzione del punto di contatto, di resa, di possibilità temporale del “posare lo sguardo” osservante sulla vita estranea. (appunti mentali presi durante l’osservazione di alcune signore che stendevano i panni sulla facciata di un palazzo. Il tempo di permanenza dello sguardo diventa elemento invasivo della privacy. Abbiamo rinunciato quasi completamente alla privacy, ma non sopportiamo che un estraneo ci osservi. Ancora vige il formalismo educativo, “non si fissano le persone”? E come si fa ad educare alla comprensione della realtà?)
‘Azzo c’hai da guardare!?

Appunti sull’Ikea

Appunti mentali: non ho mai visitato un negozio Ikea quindi ne posso parlare, del resto neppure Kafka era mai stato in America, e ha scritto America, il suo romanzo più romanzo di tutti, di stampo dickensiano addirittura. Allora io vedo l’Ikea come regno moderno del ready-made, ma anche come emblema della modularità, scomponibilità delle relazioni interpersonali. (vedi La Cecla, Lasciami).

La zanzariera venduta come originale tenda per il bagno, annodata in esposizione come se fosse una rete da pesca. La rete da pesca della nostra fantasia. Ecco il tema del vedere-come. il signor Ikea, o chi per lui, ha capito la potenza del “vedere-come”, quindi ci fa vedere pezzi di legno colorati e altri ninnoli non tanto, o non solo, come elementi possibili d’arredo, ma giocando sul loro potere proiettivo-evocativo: non sono oggetti che hanno in sé valore, ma sono scenari di una proiezione: di una vita dinamica, “giovane”, colorata, allegra, eternamente rimodulabile, assemblabile. Non vedo l’ora di visitare un negozio Ikea, sarà come entrare dentro una vera opera d’arte contemporanea. Augé, hai torto marcio!

Il Capodanno arbitrario

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Quattro anni fa scrivevo la mia teoria sul “Capodanno, capi d’anno“, e ancora mi ritrovo in quelle mie posizioni. Tra l’altro, leggevo di recente qualcosa di simile in Francesco Piccolo il quale sostiene, in uno dei flash contenuti in “Momenti di trascurabile felicità“, che il lunedì inizi già in una certa ora della domenica pomeriggio. Così, da sempre io credo che l’anno nuovo inizi quando uno vuole farlo iniziare, e non ho mai sopportato l’odiosa tirrania dei “31dicembre”, dei “veglionissimi”, della “festadifineanno”, di un divertimento tragico e coatto/coartato che celebri l’iniziofine come momento condensativo di sé (delle amicizie, dell’amore, delle scelte di vita, dei propositi, dei cambiamenti…). Dal punto di vista cinematografico valgano, come testimoni di questo senso drammatico/grottesco del “Capo-danno”, il film/racconto “L’ultimo Capodanno“, il Capodanno anticipato dall’orchestrina nei freddi cenoni di Fantozzi, e anche alcune atmosfere raccontate ne “La meglio Gioventù“.

Detto questo, il mio nuovo anno è iniziato ieri pomeriggio, nel vento gelato di Peccioli, all’interno di Fiabesque. La bellezza del fiabesco, del massimamente inutile, della magia infantile capace di avvolgere e mutare il corso del tempo, ecco in quella bellezza inattesa e sospesa – in parte solitaria e in parte socievole, amicale – ho eletto il mio personalissimo capodanno 2010/2011. Buon anno a tutti.

La cena delle medie

Tramite Facebook, che in questo caso funziona secondo il suo specifico originario, si sta organizzando una prossima cena con la classe delle scuole medie. Inaspettatamente, un intreccio fitto di messaggi e ricordi ha preso a circolare tra un piccolo nucleo di componenti della classe, contagiando via via un certo entusiasmo nella riscoperta di persone dimenticate, conosciute e riposte nell’archivio del vissuto, del passato. Ma vi è sempre, nelle nostre vite, una quantita di passato “che non passa”, che poi è il motivo del fascino esercitato dalle narrazioni che propongono mondi possibili e salti temporali (“Ritorno al futuro”, “Sliding doors” etc.) così come da quelle che si chiamano “ucronie“, invenzioni che, detto sommariamente, ipotizzano svolgimenti alternativi dei fatti storici. Incontrarsi dopo 25 anni espone certo al rischio di non riconoscersi, non riconoscere gli altri ma anche se stessi nel ricordo degli altri. Un po’ come accade al protagonista di quel film che cito sempre, soprattutto in questi giorni, dove Bruce Willis non riconosce il sé bambino che lo viene a trovare dal passato (film che già citavo parlando un giorno del matteo del liceo). Read the rest of this entry »

L’orchestra è andata avanti, nessuno ha visto…

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Un mio amico fine letterato, che mi ha chiesto di mantenere l’anonimato avendogli preannunciato questa mia riflessione scritta e che, per comodità, chiamerò “il Sebastiano Timpanaro di San Vincenzo” (per le comuni iniziali S.T.), qualche anno fa mi raccontò di una sua passione insana, da me subitamente condivisa e apprezzata: i manifesti delle orchestrine di provincia, da dancing e balere, affissi lungo le strade della campagna toscana, nei nostri piccoli borghi, lungo le comunali e le provinciali dimenticate. I nomi improbabili, le foto ridicole, una patina di passato, di fame, di ridicola melanconia ammantano quelle locandine che, agli occhi di S.T e miei, comunicano l’esatto contrario di quanto vorrebbero comunicare, collocandosi ipso facto nella grande, e un po’ indistinta, categoria del “trash“. Read the rest of this entry »

Amatevi negli etimi

Amatevi. Abbiate il coraggio di essere felici, di essere amore.  Ma ti pare che il Natale sia solo un compleanno, per quanto Santo? Ma ce lo vedi Lui ad avere la presunzione di un festeggiamento globale e personalissimo per la Sua Propria Nascita? No, quello è un fatto. Per molti è IL fatto. Ma quel fatto è solo un riverbero d’Amore, energia che da sempre precede e che segue per sempre quel punto inventato sul calendario. Lo Zenith dell’Amore, il Sole trionfante recuperato come simbolo comodo, lo straniero al freddo, la comunità di pastori, gli ultimi che accolgono e accorrono.

Amatevi negli etimi. Abbiate sempre la curiosità di entrare nell’etimologia delle parole che usate come nell’etimologia delle emozioni che provate. C’è la “Messa di Cristo”, e c’è il Natale, giorno di nascita per eccellenza. Amatevi nel Natale, perché appartiene al vivente che spera, soffre, ama, trovare riparo in un amore incondizionato e improvviso.

Questo il mio piccolo contributo al PslA 2009 (il Post sotto l’Albero), la bella antologia di alto artigianato che Sir Squonk imbandisce dal 2004, puntualmente, ogni Natale. Il pdf è scaricabile qui, mentre nelle parole di Squonk si ritrovano tutti i moventi dell’operazione alla quale mi onoro di partecipare per la terza volta, camminando volentieri insieme a molti altri sulla “corda che fa da confine sottile tra divertimento cialtrone e molestia ridicola“.

De anima – Capitolo Primo

Alla fine ho capito che, da vecchio, ma da molto vecchio, riuscirò a scrivere un saggio di filosofia dal titolo indicativo di “De anima”, cercando di fare caso il meno possibile ai colleghi che in passato (Aristotele, Agostino, Tommaso tra gli altri…) si sono confrontati sul tema. Ora, il mio saggio dovrebbe comporsi di una serie di metafore descrittive dell’anima raccolte nel corso dell’arco dell’intera vita e, nel caso dovessi essere impedito nell’impresa per qualche imprevisto sopraggiunto, lascerò precise volonta testamentarie affinché Sara prosegua, se lo vorrà, la raccolta di immagini descrittive della sua anima. Questo proposito mi è venuto in mente stanotte, in uno stato di semi-coscienza, tra le 2 e le 3 di notte, mentre cercavo di riaddormentarla, riportandola dentro al sonno e al tepore delle sue coperte da grida semisonnambule attraverso le quali lei affermava di voler uscire dal lettino. Nelle fasi di intersonno tra il mio periodico tornare a letto e il reiterarle un mantra calmante (“Papà è qui con te, fai la nanna….”) ho avuto l’illuminazione circa quella che in una poesia avevo chiamato sinteticamente la “ginnastica posturale dell’anima”:  ci sono stati mentali, emotivi, orientati positivamente di cui è necessario – per vivere bene  (eu zein) – semplicemente conservare memoria, così come si impara una posizione corporea. Qui si ripropone un’idea di anima-labirinto, quindi, all’interno della quale districarsi, come con un filo di Arianna, alla ricerca di quegli atteggiamenti spirituali, emotivi, cogitativi che ci portano in una condizione di maggiore felicità e benessere. Conservare memoria di una posizione per riprodurne gli effetti benefici. Capitolo Primo.

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