
Ho incontrato LR la prima volta a Roma nel dicembre del 2006. Facevamo parte entrambi di una specie di talk-show surreale dedicato ai blog e alla scrittura, all’interno degli incontri dell’area blog del salone PiùLibri. Ero curioso di conoscerlo, perché abitavamo tutti e due a Pisa e perché siamo quasi coetanei. Come è noto, non essendo io a quel tempo “diventato” ancora uno scrittore, odiavo sinceramente tutti gli scrittori nati negli anni Settanta. Così, mi pare, già alla presentazione gli dissi qualcosa tipo una battuta o una punzecchiatura, biliosa, che non ricordo. Poi mi colpì la sua camicia a quadrettoni, una camicia a quadrettoni troppo grossi per quell’occasione pubblica (troppo grossi per qualsiasi occasione pubblica, fatta forse eccezione per un festival di boscaioli tirolesi, o canadesi). Scoprii solo anni dopo che quella camicia doveva avere per lui valori scaramantico-affettivi. Tanto che gliela rividi addosso, in foto, in occasioni pubbliche ancora più importanti di quella del nostro incontro. Read the rest of this entry »
Un regalo dal carissimo Max, che ha dato vera energia inventiva alle mie “Curve”.
Ho visto il bel documentario “Sono incinta” di Fabiana Sargentini, regalatomi da Nicoletta pochi giorni fa (che ringrazio nuovamente), documentario che consiglio vivamente a tutti (futuri padri/madri e non). Il film è un’interessante panoramica di reazioni, racconti, ricordi, emozioni espresse da diversi uomini di fronte all’evento di ascoltare la frase “sono incinta”. Le reazioni sono davvero molteplici, e raccontare il punto di vista maschile rispetto alla potenza di tale annuncio risulta un modo, mi pare, di raccontare il “maschile” stesso. Gli intervistati che mi apparivano più simpatici erano sempre quelli più anziani, più commossi, meno cervellotici e cerebrali rispetto all’idea di paternità. Come quel signore che, in un misto di italiano e dialetto, racconta di quanto si sia “aggioiato” alla notizia che sarebbe diventato padre. Ecco, siccome credo di riconoscermi pienamente in quel verbo, “aggioiarsi”, e in quella reazione voglio provare anch’io a raccontare cosa ho pensato quando la con-sorte mi ha detto “sono incinta”.
I primi freddi richiamano in servizio, ogni anno, un berrettino inglese in tweed, di cui io vado fiero, acquistato alcuni anni fa a caro prezzo in un negozino specializzato del centro.
- Mica vorrai uscire anche quest’anno con quel coso in testa? -
- Perché no? -
- Perché non hai ancora settantanni. E’ decisamente presto -
- Guarda che è bellissimo. E poi non mi curo delle apparenze e delle mode -
- Contento te. Ma ti sei visto? Credi ti faccia un’espressione intelligente? -
- Non ho bisogno che il berrettino dica alcunché. A me piace…così -
- Un giorno te lo brucio -
- Guarda che faccio un sondaggio di gradimento tra i lettori e, soprattutto, le lettrici del blog! -
- Ci vuole un bel coraggio… -
Ho sempre avuto la fissa dei musical americani. Soprattutto di quelli con dentro il jazz. E un mio sogno segreto sarebbe quello di scrivere un musical cinematografico che ripeschi i suoi brani all’interno della tradizione delle canzoni italiane, dagli anni Venti ad oggi. Ieri pomeriggio, stirando, riguardavo in tv “Everyone says I love you” e mi tornavano in mente riflessioni sul musical di qualche tempo fa.
Ad esempio, il concetto di musical come struttura sostanzialmente non-parodiabile:
“Imitarne la forma, infatti, significa ipso facto attualizzarla: la parodia di un musical diventa un musical, è un musical” dicevo.
Tra l’altro questa è una caratteristica condivisa anche dal trash (una parodia di un programma trash, presa per buona la definizione di “trash” come “imitazione malriuscita”, diventa il programma stesso. Esempio: la parodia del programma “Uomini e Donne” fatta a Zelig – e in passato l’aveva fatta anche Gene Gnocchi con esiti differenti e più tendenti al surreale, ecco forse il surreale riesce a parodiare il trash – ebbene la parodia di Zelig è una riproposizione di alcuni moduli ricorrenti del programma ma già in sé comici. Parodia e originale coincidono.)
Dicevo del musical come struttura non-parodiabile ma, semmai, citabile: la citazione ammiccante ad un genere, come nel film di Allen o come nelle citazioni simpsoniane, dà esito ad un musical piacevole più o quanto un musical allo stato, diciamo, ingenuo o “puro” (come lo sono “Un americano a Parigi”, ma anche lo stesso “The Blues Brothers”…)
Ecco, io sogno una via italiana al musical cinematografico (perché teatralmente il discorso è diverso e la nostra storia, Garinei e Giovannini docet, gloriosa e antica mentre i “musicarelli” degli anni Sessanta non sono assimilabili al genere) puro o citazionista che sia: con tutti i miei musicisti preferiti, i ritmi nostri, le canzoni e le melodie di 80 anni di musica italiana. Prima o poi lo scrivo. Intanto inizio coi consigli natalizi: procuratevi la colonna sonora di Everyone Says I love you
Postilla
Anche Nanni Moretti talvolta ha citato il musical come sottogenere in un certo senso affascinante, evocandolo proprio come alternativa drastica al suo fare cinema: ricordate quando in “Caro Diario” utilizza come scusa per visitare l’interno di case che gli piacciono la ricerca di una location per un fantomatico musical su un pasticcere trotskista nell’Italia degli anni ’5o? Musical che poi ricompare come “film nel film” in “Aprile“, dove il pasticcere prenderà le sembianze di Silvio Orlando e la realizzazione del musical, nel finale, segna una sorta di riappacificazione di Nanni con il gusto stesso di fare cinema, quindi di inventare liberamente in una dimensione totalmente irrealistica.

Oltre al già conosciuto “marito da riporto“, esiste anche la specie del “marito pigro”, una razza in balia degli incauti acquisti di ogni moglie. Il cartello qui sopra riportato stava davanti ai camerini di un negozio Oviesse, dentro ad un grande ipermercato fuori Livorno. Ora, nel testo non è chiaro se la merce da riconsegnare siano proprio i mariti o gli abiti dei mariti. Per quanto, un marito dovrebbe rappresentare un “intimo”, e quindi non riconsegnabile. Chi si riprenderebbe, infatti, un marito intimo già usato?
Occorre berla
davvero fino in fondo,
a testa indietro,
questa scarsa tazzina
(dolce, amara, così e così)
che è la vita.
Sono un giocatore di tennistavolo piuttosto scarso. Sono stato battuto dalla con-sorte per intere estati della nostra giovinezza, estati durante le quali lei arrivava persino a sfidarmi con la mano sinistra (e non è mancina, lei…) e a battermi egualmente. Ricordo che queste umiliazioni venivano consumate, nei primi anni Novanta, in un parco pubblico – ex Olivetti – a Marina di Massa. Ancora oggi, quando è disponibile un tavolo da ping pong, cedo alla tentazione di una rivalsa postuma, anche se ogni sporadica mia vittoria non riesce a cancellare le ferite che lei mi inflisse allora, e che ancora riesce a procurarmi. Ora, penso che non giocherò più a pingpong, dopo aver sentito un noto senatore siciliano amico di Berlusconi sostenere che il tennistavolo è un ottimo viatico all’addestramento politico della gioventù forzaitaliota (voi capirete la totale assenza di legami ipertestuali per la notizia in oggetto e i personaggi coinvolti)
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