In questa tempesta di passato remoto in corso, la cena di classe, i ricordi, i flashback, coltivo un rammarico profondo: non riesco a ricordare, tra altre mille cose nebulosissime di allora, i miei risultati in atletica leggera. Non so cosa darei per avere il registro del professore Mereu, con segnati i nostri risultati, le nostre misure anno per anno. La corsa, il salto in lungo, il salto in alto, il lancio del peso: misure. Quelle misure, quei numeri, tempi, distanze, mi sono cari più di qualunque altro voto abbia preso a scuola nell’intero corso della mia vita, e purtroppo non li ricordo. Ma ricordo esattamente la soddisfazione nel migliorare, da un anno a un altro, anche di un decimo di secondo, o di qualche centimetro, quelle prestazioni olimpiche in miniatura.
C’era chi correva più velocemente, chi saltava più in alto, chi più in lungo, chi gettava il peso più lontano. Ricordo vagamente delle soglie, gli 8 secondi nei sessanta metri, i 4 metri nel salto in lungo. Punti di riferimento medi, ma non saprei dire quanto mi discostassi, in meglio o in peggio, da quei valori. Correvo mediamente veloce, non velocissimo. Ero leggero e correvo. 8,2 sec.? 8,3? Boh. E chi correva i 7,9, i 7,8? Piccoli Powell, Bolt ante litteram, ante anabolizzanti (ricordo nell’88, ma ero già al liceo, la finale del dopatissimo Ben Johnson videoregistrata di notte e rivista al mattino). Le Olimpiadi di Los Angeles del 1984 sono le prime che ricordo di aver vissuto con partecipazione ed entusiasmo. Mi feci comprare pure una specie di costume rosso d’atletica, che era quello usato da Carl Lewis. Per noi dodicenni Lewis fu un’epifania assoluta. Ricordo che Cristiano Bertolucci, mio vicino di casa e compagno di giochi in cortile, alunno della classe C, correva molto veloce. Un piccolo Lewis. E poi c’era un bambino esangue, quasi gobbetto, tale Brizzi, con una peluria di baffetti su un volto tristissimo, anemico, che correva più veloce di tutti, e andò ai giochi della gioventù regionali, o nazionali, forse. Un personaggio sul quale avrei sempre voluto scrivere un racconto. L’altra sera ho pure chiesto a Fabrizio Pennucci se ricordasse questo bambino, e lui non lo ricorda. Una velocità eccezionale in un fisico fragilissimo, un Mennea anemico in miniatura. Chissà se l’ho solo immaginato o se è esistito davvero.
Ricordo di non essere quasi mai riuscito a fare un salto in stile Fosbury degno di questo nome, per mancanza di coordinamento psicomotorio evidente. Mi arrangiavo con semi-ventrali d’epoca, sfruttando il fatto d’essere abbastanza alto e leggero, ma i risultati erano scadenti. Ricordo che il salto in lungo, invece, mi piaceva moltissimo, e una volta sola andai ai giochi della gioventù al campo scuola di Marina di Carrara, ma non ricordo più se per correre gli 80 metri o per il lungo. Nicola Landucci era bravo nel salto in lungo. Marco Garfagnini (futuro chef di fama internazionale) nel lancio del peso. Magari loro ricordano le loro misure. 4 e 40 nel lungo? Di più, di meno? Chissà. In quel campo scuola avrei poi passato molte ore delle estati tra i 14 e i 16 anni, rovinandomi la schiena in estenuanti partite a basket tutti contro tutti, senza limiti di età e rudezza. Meravigliose partite.
Il registro di ginnastica delle medie, con le nostre misure raggiunte anno per anno, ha nel mio ricordo un alone quasi magico: in quei numeri stanno i corpi dei bimbi che crescono, sta la bellezza dello sport allo stato puro e dell’atletica, dell’agonismo con se stessi. Non a caso il motto olimpico
, in latino, incita semplicemente ad andare più veloce, più in alto, più forti. Ecco, il registro di quelle misure sarebbe per me un cimelio e un monumento, un po’ come quei segni sul muro che i genitori fanno per ricordare la crescita dei figli. Chissà se esiste ancora in qualche cassetto della Scuola Leopardi, o se è stato distrutto dal tempo.
E in quanti minuti farei adesso gli 80 metri piani?