Emet

Bastasse davvero scrivere una parola per far esistere un mondo, interno ed esterno. Una parola-talismano da scriversi in fronte, come il Golem, per essere davvero ciò che si vorrebbe essere, che non si è ancora, che non si è più. Tra “verità” (in ebraico אמת [emet]) e “morte” (in ebraico מת [met]), una sola piccola lettera, da cancellare o aggiungere. Ma fuori dalle leggende e dal mito, credimi, certi cambiamenti sono molto più faticosi, e lenti, da raggiungere.

Pecchè a nnuie

Nel mese di agosto avevo scritto un piccolo pezzo, Perché a noi delle poesie…, nel quale raccontavo un aneddoto buffo capitato una sera per strada, insieme a dei cari amici. Il pezzo era divertente e Tiziana, testimone dell’accaduto, aveva letto a voce alta il testo ai suoi familiari, che avevano apprezzato sia il racconto sia la lettura. Così, un giorno dissi a Tiziana: “Non so cosa darei per sentirti interpretare a voce alta quel racconto. Ti dirò di più, sarebbe impagabile una versione realizzata da te in napoletano, che è una lingua intrinsecamente teatrale, musicale, drammaturgica!”. Sono passati diversi mesi da allora e Tiziana, che è un’amica, ed è un’esperta di teatro napoletano (avendo scritto, tra le altre cose, saggi su Eduardo Scarpetta e Massimo Troisi) nonché dotata di origini partenopee, mi ha fatto l’immenso regalo di Natale di recitare – adattandolo in napoletano! – quel mio vecchio raccontino autobiografico, che ci aveva visto protagonisti involontari in una sera di agosto. Qui il file audio (voce recitante Tiziana Paladini – adattamento del testo in napoletano: Tiziana Paladini & Famiglia Paladini, che ringrazio) e sopra, nel filmato di youtube, con una galleria di amati pazzi-profeti-poeti.

Dialoghi incivili

copertina Dialoghi incivili, Bocchia-CristicchiLe conversazioni con Simone Cristicchi, raccolte da Massimo Bocchia in un lungo itinerario estivo assemblato pedinando le date del tour del cantautore, somigliano a un puzzle concettuale dalle molteplici possibilità di lettura. “Dialoghi incivili”, infatti, è un testo-mappa che non si propone di esaurire il “Cristicchi pensiero”, o tratteggiare un profilo biografico del più originale cantautore italiano della sua generazione. Bocchia ha piena consapevolezza dello scarto tra testo-parlato e testo-scritto, e gioca con ingegno, con approccio quasi dadaista e metalinguistico, a inseguire il suo amico Simone sia letteralmente, nei trasferimenti come negli appuntamenti dei suoi pre e post concerti; sia lateralmente, con un “pensiero laterale” che non suggerisca mai risposte preconfezionate, ma inviti all’apertura, all’imprevisto, al cambio di prospettiva. (dalla postfazione “La cattiveria della creatività. Percorsi d’arte e d’amicizia“)

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Il condominio multiculturale

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Dato che “etnia”, “razza”, sono concetti spuri, artificiali, scatole vuote senza fondamento, equivoci concettuali depositati nel linguaggio comune, pericolose trappole verbali capaci di far inciampare, facendolo sentire a proprio agio, il piccolo razzista spontaneo che è in tutti noi, ebbene come è possibile educare alla “diversità”, alla “alterità” di colore, religione, cultura, tradizioni? Me lo chiedevo stamani giocando con Sara, mentre componevamo una specie di condominio di cartone, a metà strada tra i moduli abitativi di Le Corbusier e le…istruzioni per l’uso di Perec.

Mentre disponevamo i vari personaggi, in buona parte provenienti dai miei un-happy meal estivi, riflettevo su come Sara interagisce con le figure di questi pupazzetti, cioè su come i bambini piccoli hanno in sé soluzioni spontanee di multiculturalismo realizzato. Se è vero che Sara riconosce parentele concettuali, “somiglianze di famiglia” (di forma, genere, dimensione, cartone animato di appartenenza, gemellarità, duplicazione) tra pupazzi, quando non parentele propriamente dette tra personaggi narrativi (Fiona e Shrek, ad esempio) o replica modelli, ruoli di genere (cavalla-mamma/cavallo-papà/cavallino-figlio/a, Barbapapà papà, Barbamamma e figliolanza barba-qualcosa) anche su base di scala (uno stesso personaggio identico in due dimensioni diverse rappresenterà sempre una coppia madre&figliolino/a, padre&figliolino/a) o applica meccanismi presenti nello “schema di Propp” (che tutti i bambini conoscono senza bisogno di avere letto) Sara fa interagire tutte queste specie diverse anche all’interno di un unico contesto. Tradizioni diverse (storie di appartenenza, da Snoopy ai pinguini di Madagascar, da animaletti gommosi che caricaturano insetti a cavalli plastici e realistici…) e aspetti esteriori alternativi (scala, materiali, colori) convivono in un unico flusso narrativo (una società?). Qui vorrei scrivere, con un buonismo quasi più che ultra-veltroniano, che questa capacità fantastica dei bambini è l’unica nostra salvezza per la costruzione di una società capace di andare addirittura oltre il multiculturalismo (termine che uso senza connotazioni negative), oltre l’inclusione, oltre l’integrazione.

Non lo scriverò, perché il condominio che assemblo per Sara solitamente non regge più di venti minuti alle tensioni interne (decreto flussi, truffa delle regolarizzazioni, sanatorie fittizie) ed esterne, rappresentate da un catartico terremoto che Sara stessa produce gettando in aria tutti i moduli abitativi e i suoi abitanti, per rimettere sempre in discussione questo modello di società così complesso e anche così fragile. Continuo a sperare che la società nella quale vivrà da grande e che contribuirà a costruire Sara stessa, sia comunque migliore di quella che leggo sui quotidiani ogni giorno. 

Metaletture quotidiane

Riprendo qui alcune riflessioni condotte nei giorni scorsi via mail con un’amica, Tiziana, con la quale si cercava di mettere a tema la questione se sia possibile o meno leggere un prodotto narrativo di largo consumo (i famosi “fenomeni letterari” o best seller) senza attuare involontariamente un sistema di analisi del testo di tipo pregiudicante, o comunque un tipo di lettura analitica che prende distanza dal testo per scoprirne, continuamente, meccanismi, astuzie, debolezze. E’ possibile essere semplicemente “lettori” di quesi testi e non i loro anatomopatologi? La domanda dimostra delle analogie con un altro tema ricorrente nella mia riflessione (“C’è un modo di “vivere” e basta, senza voler capire?”) La mia risposta è: sì, c’è un modo, ma non è detto che sia concesso a tutti lo sperimentarlo, e sempre. Il rapporto coi testi “fenomeno” (i libri in classifica, i best seller della narrativa) può richiamare in alcuni di noi l’atteggiamento del vivisezionista: vuoi capire come e perché funzionano, e stabilirlo passa necessariamente attraverso una quantità di variabili che in gran parte esulano da una valutazione del “valore artistico” dell’opera (l’attenzione sui titoli, sulle copertina, cioè su strategie, messaggi, richiami a tradizioni inconsapevoli che poi fanno reagire il pubblico, il mercato, in una certa direzione a volte in maniera totalmente indipendente dal valore artistico/letterario del libro….e qui si aprirebbe un capitolo a parte su quali siano i criteri storico/critici per stabilire il valore artistico/letterario di un libro, quindi sul rapporto tra ruolo della critica e pubblico, e tra pubblico e mercato…). Questo atteggiamento, di fatto, impedisce di “fruire” di quell’opera, di “usare” quell’opera per le sue finalità perché la stai “studiando” nel suo funzionamento. Un po’ come se il piacere di guidare un’auto ti fosse impedito dall’analizzare, ad ogni chilometro, le risposte del motore, i consumi, il sottosterzo, il sovrasterzo etc. etc. E magari è proprio quello che capita a un collaudatore di auto, che si chiede, scrivendo mail ai suoi amici: “C’è un modo per guidare e basta, senza voler capire?”. Read the rest of this entry »

Il registro delle misure

In questa tempesta di passato remoto in corso, la cena di classe, i ricordi, i flashback, coltivo un rammarico profondo: non riesco a ricordare, tra altre mille cose nebulosissime di allora, i miei risultati in atletica leggera. Non so cosa darei per avere il registro del professore Mereu, con segnati i nostri risultati, le nostre misure anno per anno. La corsa, il salto in lungo, il salto in alto, il lancio del peso: misure. Quelle misure, quei numeri, tempi, distanze, mi sono cari più di qualunque altro voto abbia preso a scuola nell’intero corso della mia vita, e purtroppo non li ricordo. Ma ricordo esattamente la soddisfazione nel migliorare, da un anno a un altro, anche di un decimo di secondo, o di qualche centimetro, quelle prestazioni olimpiche in miniatura.

C’era chi correva più velocemente, chi saltava più in alto, chi più in lungo, chi gettava il peso più lontano. Ricordo vagamente delle soglie, gli 8 secondi nei sessanta metri, i 4 metri nel salto in lungo. Punti di riferimento medi, ma non saprei dire quanto mi discostassi, in meglio o in peggio, da quei valori. Correvo mediamente veloce, non velocissimo. Ero leggero e correvo. 8,2 sec.? 8,3? Boh. E chi correva i 7,9, i 7,8? Piccoli Powell, Bolt ante litteram, ante anabolizzanti (ricordo nell’88, ma ero già al liceo, la finale del dopatissimo Ben Johnson videoregistrata di notte e rivista al mattino). Le Olimpiadi di Los Angeles del 1984 sono le prime che ricordo di aver vissuto con partecipazione ed entusiasmo. Mi feci comprare pure una specie di costume rosso d’atletica, che era quello usato da Carl Lewis. Per noi dodicenni Lewis fu un’epifania assoluta. Ricordo che Cristiano Bertolucci, mio vicino di casa e compagno di giochi in cortile, alunno della classe C, correva molto veloce. Un piccolo Lewis. E poi c’era un bambino esangue, quasi gobbetto, tale Brizzi, con una peluria di baffetti su un volto tristissimo, anemico, che correva più veloce di tutti, e andò ai giochi della gioventù regionali, o nazionali, forse. Un personaggio sul quale avrei sempre voluto scrivere un racconto. L’altra sera ho pure chiesto a Fabrizio Pennucci se ricordasse questo bambino, e lui non lo ricorda. Una velocità eccezionale in un fisico fragilissimo, un Mennea anemico in miniatura. Chissà se l’ho solo immaginato o se è esistito davvero.

Ricordo di non essere quasi mai riuscito a fare un salto in stile Fosbury degno di questo nome, per mancanza di coordinamento psicomotorio evidente. Mi arrangiavo con semi-ventrali d’epoca, sfruttando il fatto d’essere abbastanza alto e leggero, ma i risultati erano scadenti. Ricordo che il salto in lungo, invece, mi piaceva moltissimo, e una volta sola andai ai giochi della gioventù al campo scuola di Marina di Carrara, ma non ricordo più se per correre gli 80 metri o per il lungo. Nicola Landucci era bravo nel salto in lungo. Marco Garfagnini (futuro chef di fama internazionale) nel lancio del peso. Magari loro ricordano le loro misure. 4 e 40 nel lungo? Di più, di meno? Chissà. In quel campo scuola avrei poi passato molte ore delle estati tra i 14 e i 16 anni, rovinandomi la schiena in estenuanti partite a basket tutti contro tutti, senza limiti di età e rudezza. Meravigliose partite.

Il registro di ginnastica delle medie, con le nostre misure raggiunte anno per anno, ha nel mio ricordo un alone quasi magico: in quei numeri stanno i corpi dei bimbi che crescono, sta la bellezza dello sport allo stato puro e dell’atletica, dell’agonismo con se stessi. Non a caso il motto olimpico, in latino, incita semplicemente ad andare più veloce, più in alto, più forti. Ecco, il registro di quelle misure sarebbe per me un cimelio e un monumento, un po’ come quei segni sul muro che i genitori fanno per ricordare la crescita dei figli. Chissà se esiste ancora in qualche cassetto della Scuola Leopardi, o se è stato distrutto dal tempo.

E in quanti minuti farei adesso gli 80 metri piani?

Constatazione amichevole d’incidente comunicativo

L’idea è che, sempre più spesso, al proliferare degli scambi di comunicazione sintetica e breve (sms, mail, twitter, status di Fb, commenti etc.) si vada incontro ad un aumento di “incidenti” comunicativi: ci parliamo di più, è vero, ma ci fraintendiamo con più frequenza e probabilità. Ecco allora l’idea di un modulo di constatazione amichevole: ci si ferma, un momento, sul bordo della strada conversazionale (immersi come siamo permanentemente in autostrade conversazionali, digitali e non) e ci si spiega nelle rispettive ragioni: io venivo da destra, tu forse avevi la visuale semicoperta, e non potevi vedere e così via. Fermiamoci un attimo e spieghiamoci. Non sempre accadono incidenti, per fortuna, e il senso viaggia spedito tra un emittente e l’altro nei multicanali che il presente ci offre. Ma cosa genera questi incidenti, scarti di comprensione, misunderstanding, fraintendimenti inattesi, equivoci (aequi-vocus, le voci uguali nei bit)? In genere, io credo, siano dovuti a una mancata conoscenza/comunicazione degli elementi di contesto. Concentrati – o spinti – nella produzione/ricezione di significati, ci dimentichiamo a volte di specificare il contesto nel quale quel significato è collocato. Con contesto intendo sia un “ambiente semantico”, o un codice (sto facendo una parodia, sto usando un linguaggio tecnico, sto giocando, sto scherzando, sto citando qualcuno…) sia un “ambiente fisico” (sono al cesso, sono in autostrada e scrivo sms mentre vado a 150 orari, sono in coda alle poste e controllo fb sul palmare, rispondo al telefono facendo acrobazie…).

Se ci pensate, la forte spinta all’uso dei social network “in mobilità” (spinta di mercato, di media, strumenti/stili di vita, bisogno indotto ma anche gadget sottocutaneo) è esattamente una totale rimozione del contesto: tu puoi (devi) comunicare ovunque ti trovi e qualunque cosa tu stia facendo. Il contesto non conta, non conta comunicarlo né allegarlo ai significati in alcun modo. Facebook segnala quali messaggi, elementi, provengano da un “caricamento” tramite “Facebook mobile” (o facebook per Iphone) ma anche quella specifica, alla fine, funziona da spot permanente, allusivo, suadente, verso un preciso utilizzo del mezzo, estensivo. La mia tesi, detto in breve, è questa: possiamo dirci tutto, sempre, in ogni istante e da qualsiasi contesto. Ma le possibilità di “capirci”, di “com-prenderci”, mi pare, diminuiscono drammaticamente, col passare del tempo. Da qui l’idea del modulo per gli incidenti comunicativi. Ci fermiamo un momento a parlare e ci spieghiamo: dunque, io venivo da destra, avevo la precedenza, ma forse tu in quel momento avevi la visuale coperta, o forse eri tu che avevi la precedenza e io non me ne sono accorto…

Smaltimento ingombranti emotivi

La raccolta differenziata sta facendo passi da gigante, e in alcune realtà urbane non ci si accontenta più di separare organico, carta e plastica. Al servizio di recupero a domicilio degli ingombranti, divani consunti, lavatrici scassate, monitor monocromatici, reti senza doghe, materassi bucati, poltrone gialle damascate, cucinotti e tavoli in fòrmica (la fòrmica, come avrete notato, è la regina dei rifiuti ingombranti lasciati per strada a impreziosire sotto l’acqua…), si è aggiunto, in certe città, un innovativo sistema di smaltimento rifiuti: gli ingombranti emotivi.

La sera, così, chi vuole può uscire dal portone di casa e depositarvi lì accanto, sul marciapiede: i sensi di colpa, le remore, le timidezze paralizzanti, le compulsioni, le paure irrazionali, i complessi, le rimozioni consapevoli e quelle inconsapevoli, le rabbie represse, gli egocentrismi, le dipendenze, le immolazioni, le rinunce, i meccanismi di copertura, i falsi ricordi, gli incubi, i Sé divisi e indivisi, i pezzi dei puzzle identitari di cui si è perso il disegno, o di cui non si è mai avuto un disegno di riferimento, le auto-aspettative deluse, le etero-aspettative castranti, i rimorsi, i ricatti morali, quelli affettivi, i postumi da genitori anaffettivi, le manie, le frenesie, le ansie e le angoscie di varie taglie e colori, i “calcoli renali” dell’inconscio, le reti arrugginite del subconscio, i cardini cigolanti del Super-Io…

Sarà poi sua cura, sempre per chi vuole e, soprattutto, riconosca di avere “in casa” degli ingombranti emotivi, appoggiare un cartello, o un pezzo di carta, sopra la massa di cui si è deciso di disfarsi, cartello indirizzato alla Federazione Rifiuti Emotivi Urbani Domiciliari (F.R.E.U.D.) che l’indomani, o nei giorni a seguire, passerà a ritirarli con un apposito camioncino, guidato da abili psiconetturbini, in guanti gialli disneyani, per “conferirli in discarica”. Nessuno, di norma e a ragione, per la famosa regola NIMBY, vuole avere nelle sue vicinanze una discarica di ingombranti emotivi. Non perché siano maleodoranti, no. Gli ingombranti emotivi non emettono odori, se ne possono stare dove stanno, in casa, quieti e silenziosi, mimetici e inerti, per una vita intera, per molte vite intere, traversando alberi genealogici completi, come arazzi appesi al muro che osservino il susseguirsi delle generazioni. Ma sono tossici, altamente tossici. Appartengono, per intenderci, alla categoria dei “rifiuti speciali pericolosi“, come i solventi, gli oli esauriti, gli scarti dei processi chimici o di raffinazione del petrolio. Perché prima di portare fuori dal portone di casa un ingombrante emotivo c’è sempre una qualche forma di “raffinazione chimica”, rinnovamento, di se stessi. E certi ingombranti oppongono pure resistenza, si attaccano agli stipiti delle porte mentre tu cerchi di farli uscire fuori. Poi dalla finestra, una mattina qualsiasi, vedi il camioncino che se li porta via. E inizi a stare meglio.

Aggiornamento:
Brunella/Flounder mi ricorda che anni fa, durante Scritture di Strada, venne realizzato proprio uno “smaltimento rifiuti” simile a quello descritto qui. Doveva essere stato un ricordo inconscio, quindi, quello che mi ha fatto scrivere. Ecco una foto del riciclo di materiali rischiosi, ed un’altra, analoga, realizzata a Torino

Perché a noi delle poesie…

Esco a cena, in pizzeria, con una coppia di cari amici, Tiziana e Simone. Parcheggiamo a qualche passo dal locale, camminiamo conversando lungo il marciapiede, in via Cattaneo, a Pisa. E’ una sera di agosto, non troppo calda, non troppo umida. Una sera dove si cammina bene per strada, e si conversa bene camminando per strada, che la strada non ti sembra mai troppo lunga per quanto si sta bene a conversare camminando per strada. Di fronte a noi, in lontananza lungo il marciapiede, si avvicina a grandi passi un folle: un giovane folle, alterato. Alterato di sé, da sé, monologante ad alta voce. Giovane, pelato, vestito con una maglia chiara, sportiva, scarpe da ginnastica, jeans corti al ginocchio. Arrossato dal sole e ancor di più dall’essere folle, auto-alterato dal monologare concitato ad alta voce, quasi rabbioso nel suo itinerario, spedito lungo il marciapiede come un proiettile, folle, contro noi tre che procediamo lentamente, conversando, verso la pizzeria. Simone lo nota prima di me e Tiziana, si allerta. Il folle ci fa sempre allertare, per strada. Sono riflessi condizionati che abbiamo tutti quanti, meccanismi difensivi che si attivano spontaneamente; da un lato per istinto di sopravvivenza (valutare il più rapidamente possibile se una persona, un folle che ci si fa incontro, è potenzialmente portatore di pericolo per la nostra incolumità); dall’altro per esorcizzare il folle che sta dentro ognuno di noi, e rispetto al quale non sapremo mai sondare completamente lo spessore dell’intercapedine interna che ce ne separa, che separa noi stessi dal noi stessi-folle. Proseguiamo a conversare mentre il meteorite rosso e monologante si avvicina alzando la voce. In questi casi ognuno di noi aggiunge sempre un surplus di indifferenza a quella che abitualmente impieghiamo nello sfiorare gli estranei sui marciapiedi, ignorare un folle implica sempre quella specie di atteggiamento che si riserva ai randagi feroci: li si ignora con massimo impegno nella speranza di essere, a nostra volta, ignorati. Read the rest of this entry »

Moderno Hotel

Il diplomatico svizzero scende da una berlina nera di lusso, nel sedile del passeggero una donna, di lusso, che ripartirà poco dopo al volante lasciandolo a prenotarsi una camera, che lui sperava per due fino a qualche istante prima. Ha un volo il mattino presto, forse dall’aeroporto militare. Vuol pagare con una banconota da duecento euro. E’ notte piena. Non c’è il resto.

La ragazza portoricana ha troppa cipria, fianchi molto ampi e un bel sorriso a denti bianchi. Un gruppo di famiglia, vacanze in europa. Chiede la connessione wi-fi, un’ora 3 euro. E’ notte sempre più piena, fa molto caldo. Sale le scale, le ridiscende. Forse inciampa. Il suo sovrappeso è suadente, comunque. Come i fianchi e pure la troppa cipria sull’incarnato ambra. Ma i denti le fanno un bellissimo sorriso bianco.

Un gruppo, forse sudamericano e dotato di un esotismo già troppo sudato e geograficamente non identificabile, entra caracollando, con bottiglie di liquori a forme strane. Chiedono ghiaccio. Non ce n’è. Sorry.

Il tipo pelato e atletico, allampanato (slavo? inglese?) scende da un SUV giapponese. Chiede una stanza. La vuole vedere. “Many train?” “Cosa?” Forse vuol sapere se di notte passano molti train. No, non molti. Torna al SUV. La camera non deve averlo convinto. Parte a razzo, quasi sgommando.

Un’esile tardo-adolescente bruttina, naso semitico?, sgattaiola in minigonna e maglia corta turchese su per le scale senza passare dalla portineria, alla quale dedica solo un’occhiata traversa e colpevole. Non si saprà mai la sua destinazione né la sua determinazione a delinquere.

Nel mentre, tre amici occasionali osservavano tale viavai con compiaciuto disincanto.

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