Esco a cena, in pizzeria, con una coppia di cari amici, Tiziana e Simone. Parcheggiamo a qualche passo dal locale, camminiamo conversando lungo il marciapiede, in via Cattaneo, a Pisa. E’ una sera di agosto, non troppo calda, non troppo umida. Una sera dove si cammina bene per strada, e si conversa bene camminando per strada, che la strada non ti sembra mai troppo lunga per quanto si sta bene a conversare camminando per strada. Di fronte a noi, in lontananza lungo il marciapiede, si avvicina a grandi passi un folle: un giovane folle, alterato. Alterato di sé, da sé, monologante ad alta voce. Giovane, pelato, vestito con una maglia chiara, sportiva, scarpe da ginnastica, jeans corti al ginocchio. Arrossato dal sole e ancor di più dall’essere folle, auto-alterato dal monologare concitato ad alta voce, quasi rabbioso nel suo itinerario, spedito lungo il marciapiede come un proiettile, folle, contro noi tre che procediamo lentamente, conversando, verso la pizzeria. Simone lo nota prima di me e Tiziana, si allerta. Il folle ci fa sempre allertare, per strada. Sono riflessi condizionati che abbiamo tutti quanti, meccanismi difensivi che si attivano spontaneamente; da un lato per istinto di sopravvivenza (valutare il più rapidamente possibile se una persona, un folle che ci si fa incontro, è potenzialmente portatore di pericolo per la nostra incolumità); dall’altro per esorcizzare il folle che sta dentro ognuno di noi, e rispetto al quale non sapremo mai sondare completamente lo spessore dell’intercapedine interna che ce ne separa, che separa noi stessi dal noi stessi-folle. Proseguiamo a conversare mentre il meteorite rosso e monologante si avvicina alzando la voce. In questi casi ognuno di noi aggiunge sempre un surplus di indifferenza a quella che abitualmente impieghiamo nello sfiorare gli estranei sui marciapiedi, ignorare un folle implica sempre quella specie di atteggiamento che si riserva ai randagi feroci: li si ignora con massimo impegno nella speranza di essere, a nostra volta, ignorati. Leggi il resto » Perché a noi delle poesie…
1. Perché a noi delle poesie…
14 Agosto 2010
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2. Moderno Hotel
7 Luglio 2010
Il diplomatico svizzero scende da una berlina nera di lusso, nel sedile del passeggero una donna, di lusso, che ripartirà poco dopo al volante lasciandolo a prenotarsi una camera, che lui sperava per due fino a qualche istante prima. Ha un volo il mattino presto, forse dall’aeroporto militare. Vuol pagare con una banconota da duecento euro. E’ notte piena. Non c’è il resto.
La ragazza portoricana ha troppa cipria, fianchi molto ampi e un bel sorriso a denti bianchi. Un gruppo di famiglia, vacanze in europa. Chiede la connessione wi-fi, un’ora 3 euro. E’ notte sempre più piena, fa molto caldo. Sale le scale, le ridiscende. Forse inciampa. Il suo sovrappeso è suadente, comunque. Come i fianchi e pure la troppa cipria sull’incarnato ambra. Ma i denti le fanno un bellissimo sorriso bianco.
Un gruppo, forse sudamericano e dotato di un esotismo già troppo sudato e geograficamente non identificabile, entra caracollando, con bottiglie di liquori a forme strane. Chiedono ghiaccio. Non ce n’è. Sorry.
Il tipo pelato e atletico, allampanato (slavo? inglese?) scende da un SUV giapponese. Chiede una stanza. La vuole vedere. “Many train?” “Cosa?” Forse vuol sapere se di notte passano molti train. No, non molti. Torna al SUV. La camera non deve averlo convinto. Parte a razzo, quasi sgommando.
Un’esile tardo-adolescente bruttina, naso semitico?, sgattaiola in minigonna e maglia corta turchese su per le scale senza passare dalla portineria, alla quale dedica solo un’occhiata traversa e colpevole. Non si saprà mai la sua destinazione né la sua determinazione a delinquere.
Nel mentre, tre amici occasionali osservavano tale viavai con compiaciuto disincanto.
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3. Disincanto, con passione
10 Giugno 2010

Ci sono libri che generano incontri, e incontri che generano libri. E libri che generano altri libri. Così, questo libro, una conversazione/intervista, condotta tra il novembre 2009 e il febbraio 2010, è nato a partire dalla lettura della “quasi autobiografia” del Prof. De Sio Lazzari, “L’impossibile indifferenza”. Con Francesco, che ringrazio per l’opportunità che mi ha dato di “sostare nella domanda”, abbiamo fatto un tratto di strada insieme toccando una pluralità di temi cruciali (le religioni, la poesia, la letteratura, la scrittura, la vita, la morte, l’estetica, la memoria…) tenuti insieme da un clima, una “atmosfera” di ricerca e di cammino, e di sguardo, per così dire, che è, appunto, il “disincanto, con passione”.
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4. Giocattoli
9 Febbraio 2010
Sabato 20 febbraio alle 17, presso la saletta Momus nella libreria della Felici Editore a Pisa, presenterò Giocattoli, la mia prima, e verosimilmente ultima, raccolta di racconti. Le storie che la compongono hanno una lunga storia. Mi fa piacere raccontarla adesso. Fortemente suggestionato dall’opera multimediale Razmataz di Paolo Conte, uscita nel 2000, in quegli anni avevo preso a interessarmi di iconografia e fotografia anni Venti, i cosiddetti “Roaring Twenties“. Osservando alcune foto contenute nel libro “1920s. Decades of XX Century“, avevo scritto prove di raccontini che, a mia fantasia, uscivano fuori quasi spontaneamente da quelle immagini. In quel periodo, inoltre, collezionavo antiche cartoline raffiguranti stazioni ferroviarie. Avevo, poi, tentato alcuni disegni a matita, molto infantili e primitivi: un omino in bicicletta, una nave ancorata alla banchina, una stazione ferroviaria coperta, per commentare altri racconti; avevo scelto una colonna sonora jazz “filologicamente” coerente con l’epoca; assemblato il tutto in un file di testi-musiche-immagini (sul modello, appunto, di Razmataz) lo avevo inviato a una casa editrice pisana (non la Felici…) che proprio in quel periodo (2002-2003) inaugurava una piccola collana di narrativa per esordienti. Quello strambo collage multimediale, dal titolo bisenso di “Venti Correnti”, ancorché goffo e naif, non passò inosservato. Selezionato per la pubblicazione nella nascente collana, si mise in coda in attesa della sua trasposizione su carta. Passarono le settimane, i mesi, poi gli anni. Non se ne fece più nulla. Succede, nella piccola e media editoria. Non in tutta, fortunatamente. Leggi il resto » Giocattoli
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5. Perché le bestie non parlano idioma
20 Gennaio 2010
Inizio a leggerlo, e so già qualcosa. Perché conosco l’editora, perché conversiamo ogni tanto, perché leggo le cose che scrive da anni. Poi so qualcosa dell’autore, o degli autori, insomma di queste voci che hanno scritto Animanti, che prende il titolo dal pre-testo di Leon Battista Alberti (un ampio frammento estratto dal Theogenius che apre il libro e nel quale l’Alberti, citando Plauto e anticipando Hobbes, esprime il disagio dell‘homo homini lupus). Allora inizio a leggerlo random, non sequenziale, come si leggono le enciclopedie, gli alfabeti, gli elenchi, i bestiari, i bestiari fantastici. Ma questo non è un bestiario fantastico, non è il manuale di zoologia immaginaria di Borges. Qui le bestie dicono degli uomini, e gli uomini dicono delle bestie. Gli uomini hanno una malattia che le bestie non hanno: la parola. Io penso che questi (questo, questa, queste…) che hanno scritto Animanti siano più malati di parola degli altri uomini, perché scrivono. E chi scrive è malato di parola due volte. Allora le bestie, penso, un po’ li salvano da questa malattia. Penso queste cose e intanto arrivo a leggere una specie di sentenza: “perché le bestie non parlano idioma“. Decido, testardamente, per partito preso, che faccio di quella frase la mia chiave interpretativa del libro. Leggi il resto » Perché le bestie non parlano idioma
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6. Amatevi negli etimi
13 Dicembre 2009
Amatevi. Abbiate il coraggio di essere felici, di essere amore. Ma ti pare che il Natale sia solo un compleanno, per quanto Santo? Ma ce lo vedi Lui ad avere la presunzione di un festeggiamento globale e personalissimo per la Sua Propria Nascita? No, quello è un fatto. Per molti è IL fatto. Ma quel fatto è solo un riverbero d’Amore, energia che da sempre precede e che segue per sempre quel punto inventato sul calendario. Lo Zenith dell’Amore, il Sole trionfante recuperato come simbolo comodo, lo straniero al freddo, la comunità di pastori, gli ultimi che accolgono e accorrono.Amatevi negli etimi. Abbiate sempre la curiosità di entrare nell’etimologia delle parole che usate come nell’etimologia delle emozioni che provate. C’è la “Messa di Cristo”, e c’è il Natale, giorno di nascita per eccellenza. Amatevi nel Natale, perché appartiene al vivente che spera, soffre, ama, trovare riparo in un amore incondizionato e improvviso.
Questo il mio piccolo contributo al PslA 2009 (il Post sotto l’Albero), la bella antologia di alto artigianato che Sir Squonk imbandisce dal 2004, puntualmente, ogni Natale. Il pdf è scaricabile qui, mentre nelle parole di Squonk si ritrovano tutti i moventi dell’operazione alla quale mi onoro di partecipare per la terza volta, camminando volentieri insieme a molti altri sulla “corda che fa da confine sottile tra divertimento cialtrone e molestia ridicola“.
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7. L’impossibile indifferenza
26 Novembre 2009
Inizio a scrivere di getto, dopo la lettura delle prime pagine, e proseguirò così, per frammenti e illuminazioni via via che procedo, nel tentativo di raccontare gli effetti che su di me produce e produrrà la lettura della “quasi autobiografia” del prof. Francesco De Sio Lazzari, “L’impossibile indifferenza“, appena uscita presso Dante&Descartes. Non posso scriverne una recensione ma solo una “cronaca emotiva di lettura”, per il legame d’affetto, stima e amicizia che mi lega a Francesco. L’elemento del libro che per primo emerge è la mancanza di qualsiasi forma di messa in scena, o “in pagina”, di se stesso da parte dell’autore; al contrario si manifesta plasticamente, nelle sue parole, e potentemente tutta la “testualità” della vita in sé, il suo essere letteralmente “tessuto”, textus, (di libri, relazioni umane, incontri, telefonate, abbracci, sorrisi, allontanamenti e riscoperte, amori, dolori, ferite, ricordi personali e altrui, casualità, fortune, sfortune, frammenti, viaggi, sensazioni, sogni, associazioni, condensazioni…). Leggi il resto » L’impossibile indifferenza
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8. La foto primaria
21 Ottobre 2009
La tesi è che esista per ognuno una foto, scattata nell’infanzia, che sia in grado di rivelare i tratti completi, psicologici, esistenziali, del “carattere” della persona raffigurata in relazione alla sua vita futura, ad ogni sua possibile vita futura. Una sorta di “DNA per immagine” che traduca e tradisca la natura più intima della persona che quel bambino, quella bambina, raffigurato/a (in un giorno dato e in una circostanza casuale) diventeranno. Ovviamente questa è una mitologia, e come tutte le mitologie è molto suggestiva. Ma è anche un genere molto consolidato di indagine semiologica: analizzare, “leggere” una fotografia, e in particolar modo un ritratto (a partire da “La camera chiara” di Roland Barthes su tutti, nel quale si trova appunto l’analisi paradigmatica di una foto d’infanzia della madre di Barthes stesso. Per una ricostruzione delle riflessioni teoriche recenti sulla fotografia vedi “Le idee della fotografia” di Claudio Marra). Qui io penso anche ad una famosa foto di Kafka da bambino (vedi Wagenbach), e poi anche a una di Nanni Moretti (mi pare con un’espressione tristissima, in un vestito da Carnevale…ma non riesco a ricordare in quale film, forse Palombella Rossa o uno successivo…). Queste riflessioni mi sono state suggerite ieri da un breve scambio di battute con Anna, a partire dall’analisi di una foto di lei bambina in analogia/contrasto con una sua immagine recente. Leggi il resto » La foto primaria
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9. Un meta-racconto eticamente pop
15 Ottobre 2009

Una lettura su “Come scrivere un best seller in 57 giorni” di Luca Ricci. (L’ascensore del palazzo porta su e giù personaggi pulviscolari e stra-secondari, abbozzi, figurine di plot potenziali. Il palazzo parigino, già meta-letterario (Perec), dentro a una Parigi di cartapesta, collage di cartoline e citazioni, ospita la caricatura iperrealista dello scrittore Briac e dei suoi inquilini, le blatte/Beatles, che per lui impareranno a scrivere un best seller, al fine di salvarlo da uno sfratto incombente. Dentro al palazzo, intanto, ci aggiriamo pure noi blatte, noi lettori-blatta che divoriamo la spazzatura della narrativa di consumo su scala mondiale.)
L’ultimo libro di Luca Ricci è un meta-racconto, un saggio di sociologia dell’editoria (ammesso che esista questo campo d’indagine), una fiaba pop (la copertina da B-movie riassume da sola buona parte del senso “meta” del libro), una struttura narrativa che mostra se stessa e racconta il punto di vista di un gruppo di quattro scarafaggi alle prese con la stesura di un best-seller. Ricci non appartiene alla famiglia degli oulipiani, così il racconto che le blatte riusciranno a completare, per lo scrittore Ricci/Briac, non è coincidente con lo stesso libro che il lettore si trova in mano. “Come scrivere un best seller in 57 giorni” mette in scena la dicotomia tra letteratura come impegno etico e letteratura come prodotto tecnico, riproducibile, di consumo. Presentato come un “Controromanzo”, il libro di Ricci è un saggio travestito da meta-narrazione (che interpreta perfettamente l’originalità della sovrapposizioni di stili che ha fatto della collana “Contromano” una zona riconoscibile e originale all’interno della narrazione contemporanea) e si diverte, sarcasticamente, a sbeffeggiare tic, manie, nevrosi di certi ambiente letterari e para-letterari.
Ricci costruisce dei quadretti/topos (il critico letterario, il premio per il miglior inedito “Contro romanzo dell’anno”, il regista teatrale sperimentale, il caffè letterario…) per denunciare l’impotenza di un atteggiamento autoreferenziale, inconcludente e vacuo (velleitarismo delle belle lettere) di fronte ai meccanismi oliatissimi, scientifici, algoritmici, che regolano la costruzione di un best seller (o meglio di un “best to sell”, cioè di una scrittura che preliminarmente e in modo programmato si pone il compito di vendere). Le due “voci” che si fronteggiano nella favola sono quella pragmatica, feroce, disincantata del narrante John (capo-blatte beatlesiano) e quella del mondo di Briac, pseudo letterario e un po’ naïf. Negli aspetti più comici e parodistici del libro si possono ritrovare alcune suggestioni che già Ermanno Cavazzoni aveva esplorato nel suo “Gli scrittori inutili” (Feltrinelli, 2002) – che proprio sul tema del mondo letterario e dello scrivere ha recentemente pubblicato presso Quodlibet Il limbo delle fantasticazioni.
Il libro di Ricci, come riflessione interna all’atto stesso di scrivere, sta per me in una terna ideale insieme all’ultimo titolo di Cavazzoni e al “Tentativi di scoraggiamento (a darsi alla scrittura)” di Erri De Luca (Dante&Descartes, 2009) Leggi il resto » Un meta-racconto eticamente pop
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10. Il male ontologico e manicheo di Demetrio Paolin
24 Settembre 2009
Non sono capace di scrivere una recensione, un saggio, una lettura critica de “Il mio nome è legione” di Demetrio Paolin. Ne potete trovare di bellissime e ponderosissime nella rassegna stampa cartacea e on line del libro. Quindi posso solo provare a spiegare perché non ne sarò capace e, spiegandolo, dire qualcosa del libro. La prima cosa che mi viene in mente è che io non so niente di “Demetrio Paolin”, e non so niente del protagonista del libro, Demetrio; allo stesso tempo so molte cose, o alcune cose, di Demetrio Paolin, perché ci conosciamo e ci raccontiamo le rispettive visioni del mondo da anni. Ma il libro in questione non è autobiografico, non è nemmeno un “oggetto narrativo urgente”. Il tema del confine biografico è però presente e l’autore, in un’intervista, lo risolve così: “Ovviamente molte delle esperienze che Demetrio vive sono le mie, alcune vissute direttamente altre vissute indirettamente. Credo che il nodo stia e nella scelta di quale delle esperienze vissute raccontare e quale no e nel tipo di linguaggio che ho deciso di usare.” (intervista a cura di Barbara Gozzi tratta qui - intervista nella quale, ahimé, l’autore spiega davvero troppo del libro, e del suo processo compositivo, togliendomi tutto il gusto di esercitare, qui, le mie abilità esegetiche più proprie…). Leggi il resto » Il male ontologico e manicheo di Demetrio Paolin