Su “Miracolo a Le Havre”

Appunti sparsi su “Miracolo a Le Havre” (titolo originale: Le Havre) di Aki Kaurismaki. Non conoscevo questo autore (denso e originalissimo) e quindi ringrazio davvero molto la persona che mi ha portato al cinema a vedere il suo ultimo film. Appunti di visione: citazioni neo-neorealistiche (non a caso uno “sciuscià”, inquadrature fisse che indugiano su dettagli – il gradino del bus, un radiatore, il ciliegio…) ruvidezza espressiva ed essenzialità. Nessun compiacimento patinato. L’espressione dei sentimenti trattenuta e come “implosa” dentro la recitazione stessa (scoprirò poi, leggendo un’intervista a Kaurismaki, le sue indicazioni fisse di “recitazione”: non sorridere!); la scrittura molto “scritta”, un dialogato molto testuale, scolpito. La grana fuori tempo della pellicola, anni ’50 come nel guisto del regista quanto ad ambientazioni, e i colori saturi. La città di Le Havre (la visitai per caso quando avevo 12 anni, e ricordo un monumento/edificio con un’enorme mano di bronzo, forse era lì, sì era lì…a quel tempo fotografavo con una reflex ed ero appassionato di fotografia, proprio come forma di scrittura); la solidarietà come favola meta-temporale; il commissario che restituisce un ordine alle cose, un ordine “al di là della legge”, o “Davanti alla legge”, per usare parole kafkiane; la citazione da un racconto di Kafka (poche parole tratte da “Bimbi sulla via maestra” da “Meditazione”) è fuorviante rispetto al racconto, Kaurismaki ritaglia poche parole sui matti che “non si stancano”, tratti dal finale di quel breve racconto (che parla del vitalismo violento dell’età infantile).

Allora, ne ricavo l’apologo della “follia della solidarietà” nella società contemporanea. Il miracolo: la guarigione miracolosa della moglie del protagonista come “correlativo oggettivo” della “guarigione” di una società che si fa solidaristica per un istante solo, per una breve catena di scelte, per la forza energetica e caparbia del protagonista (di nome Marcel Marx) nel voler far partire il piccolo clandestino di colore. La città portuale di Le Havre rimane sullo sfondo, come struttura urbanistica, ma viene usata come metafora del viaggiare stesso, nel senso di apertura-scambio-mescolamento di destini che ogni approdo portuale rappresenta. In breve: un film ruvido, essenziale, anti-retorico, un film “morale”, una bellissima “favola” nel senso più letterario del termine. Consigliato a chi cerca, ancora, nell’arte cinematografica un po’ di Arte-Artigianato.

A rovescio

Esiste un contrario possibile per ogni modo di dire (esiste un contrario possibile per ogni modo di vivere?), così per vedere che senso viene fuori, perché è sempre possibile un senso alternativo alla realtà, alla realtà che si vive, e quando si rinuncia a vedere come possibile l’impossibile si rinuncia, forse, (ci metto molti forse, ma lo credo davvero) un po’ anche a vivere. “Molti, benedetti e tardi”, a cosa potrebbe riferirsi dunque questo modo di dire inedito e rovesciato rispetto al detto di partenza? Ma ai sogni! Che sono il contrario, appunto e in un certo qual modo, dei “soldi”; per quanto siano troppo spesso proprio i soldi il mezzo per realizzare sogni, e preferibili quindi saranno quei sogni che si realizzano senza necessità di soldi. Ecco che subito la pratica di rovesciare le parole ci ha aperto un mondo possibile e alternativo. Questo è il soccorso della fantasia.

Improduttività

Esistono forme di scrittura non pianificata, spontanea, rapsodica, la rete ne è piena; il rapporto tra quanto vado ancora scrivendo qui, un “qui” che negli anni passati era tema di concettualizzazione forte, e quanto viene assorbito dagli status delle reti sociali (pulviscolari, di necessità) è lo stesso che passa tra gli sms e la posta elettronica, forse. Alla fine mi accorgo di quanto sia stata improduttiva la mia scrittura di questi anni, proprio come cifra mia, specifica. Io tendo verso una scrittura improduttiva, frammentaria, dispersiva. Se a volte il progetto, la cornice, così mi è stato fatto notare, ha avuto una funzione rassicurante e sovrabbondante rispetto ai singoli risultati che andavo scrivendo (poesie, frammenti, progetti abbandonati, autopromozione di sé sempre fuori scala, fuori obiettivo, fuori-fuoco), l’attendere da me stesso il salto (di qualità, di quantità?) è una specie di alibi che permanentemente sposta in avanti, nel futuro, una qualche forma di “realizzazione di me”.

Dispersivo e divagante, inconcludente, le cose “migliori” che ho scritto (forse) stanno sparse, regalate, dedicate, inedite, in monologhi e poesiole. Nei progetti incompiuti, quindi. In corso. Dissestàti. Nel “dissesto”, nel “gratuito”, nella “inconcludenza” riconosco la mia cifra più autentica e sincera. Allora ritrovo quello che vorrei dire in un mio “status” di Facebook del 24 aprile scorso: A volte pensa, ma solo quando è molto stanco, che tutto questo sia solo l’eterna rincorsa a uno stare ulteriore, che è anche uno scrivere ulteriore, e che però il salto non arrivi mai, eterna rincorsa di un salto che non arriva e al quale si potrebbero dare molti nomi diversi, come il diventare chi si è e non chi si potrebbe essere, o il trovare la parola che ti fa smettere di pensare. L’incompiutezza come forma di compiutezza paradossale.

Per un “mantra” dei diritti

…la collettività (il coro) deve riappropriarsi dei concetti che la retorica ufficiale gli propone, e ricordarglieli, ripeterglieli, come una specie di mantra, che disturbi l’ufficialità, interrompa i discorsi di rito, gli ricordi che quelle parole (diritto, salute, responsabilità, sicurezza, formazione) sono valori fondamentali che contribuiscono a dare senso al tema “sicurezza sul lavoro”. Non c’è diritto senza salute, non c’è salute senza sicurezza, non c’è sicurezza senza responsabilità e formazione. Le voci sole sono come “fantasmi” che raccontano di sé, una o più testimonianze da inserire, come stacco drammatico che richiama alla realtà, cruda, fattuale, concreta, sia la retorica del conferenziere sia  la presa di coscienza civile della collettività  rappresentata dal coro…

Don Celzani è Mr. Hyde

Stevenson mentre scrive a De AmicisCarissimo Edmondo,
non posso che complimentarmi con voi per il brillante nascondimento di uno dei temi letterari a me più cari e miei propri, il doppio, all’interno di questo vostro romanzetto traballante. E se ve lo dico io, credetemi, potete fidarvi: il mio nome, infatti, e il vostro risuoneranno un giorno in modo alquanto differente nella storia della letteratura mondiale, quindi conservate gelosamente questa mia missiva, ché è di gran valore.

Orbene, il vostro Don Celzani è certo un Hyde in sessantaquattresimo, cioè non si “cela” tanto bene quanto il mio “nasconda”: questo pretino, intimidito e goffo, che serba in sé il doppio dell’amante appassionato, suvvia, l’omuncolo che nasconde e occulta, per usare le vostre parole un “temperamento fisico vivacissimo, una forte sensualità contenuta” è sicuramente parente degli istinti primordiali repressi che ho voluto incarnare, certo con ben altri risultati artistici, nel mio Hyde. Il mio nanetto violento e irascibile è forse per segrete vie parente del vostro curato invaghito dell’amazzone, ma le distanze tra noi due, collega, rimangono siderali. Una sola cosa vi concedo: il mio dottore Jekyll, per liberare la sua natura propria, deve drogarsi a più riprese e con un intruglio sempre a rischio di riproducibilità e di ritorno dagli inferi del subconscio (che ho scoperto io, sia chiaro, mica quell‘austriaco cocainomane), mentre a voi italiani, doncelzani tutti invero un po’, mammoni, ipocriti e baciapile, per scoprire chi davvero siate può bastare a volte solo l’innamorarvi. Quando ne abbiate, nella vita e almeno una volta, la fortuna.

Vostro
Robert Louis Stevenson

Voci dal sottoscala

Divertimento per tre voci femminili (per Marlene, Lisa, Rosa), variazioni pop-up su “Amore e Ginnastica” di De Amici

M. Guardala, guardala, come è impettita…. (quasi sibilando, e strizzando gli occhi, acida)

L. …e quei vestitoni neri neri…una badessa, ecco la sacerdotessa delle ginnastiche moderne… (sarcastica)

R.  zitte, per carità, zitte (sottovoce)…che non ci senta il suo spasimante, Dio abbia compassione del suo povero cuore… (quasi ridendo)

M. (cantando) …Vorrei baciar i tuoi capelli neri, o mia Pedani dagli avambracci alteri…

L.   E’ una spartana senza cuore, col cuore di uomo…

R.   L’ho sentita io con le mie orecchie dire queste stesse parole: “Ho il cuore di un uomo…” (precipitosamente, si sovrappone alla voce precedente)

M.   Difatti: vive con una donna…(sdegnata)

L.  Quella Zibelli, che damina…

R. Scrive poesie, fa l’innamorata…ora poi, che s’è riappacificata con l’amica…

M. Ferme, ferme!! Passa il pretino! S’è rotto la testa il poverello! (con crudeltà, quasi cinica)

L.  (sempre sulle note di “Vorrei baciar i tuoi capelli neri…) Se Don Celza-ni la tes-ta s’è ro-tta, da com-pa-ssio-ne la Pe-da-ni è mo-ssa…

(tutte e tre ridono) hihihihihihiihihihihihihihhihihiih

M. IRREMOVIBILE, ma l’avete sentita come gli aveva risposto!?

R. Sì, del resto si sa: le statue sono I-R-R-E-MO-VI-BI-LI… (scandendo molto, marzialmente ginnica)

(Tutte e tre all’unisono, sulle prime note de “La donna è mobile”)
I-rre-mo-vi-bile, qual piu-ma al ve-e-nto…hahahahahahahahahahahahaa

La sicurezza sul lavoro non è una favola

  • Se il grillo parlante, nell’esercizio delle sue funzioni, avesse portato un casco protettivo, Pinocchio forse non l’avrebbe stecchito…
  • E siamo sicuri che i topini della carrozza di Cenerentola fossero assicurati INAIL? E se s’infortunavano nella corsa verso il ballo sarebbe stato considerato incidente in itinere?
  • E le sorellastre avevano assicurato Cenerentola contro gli infortuni domestici?
  • Inutile sottolineare i problemi di sicurezza nel campo dell’edilizia denunciati dalla nota vicenda dei tre porcellini…
  • E inutile parlare dei seri problemi respiratori dei setti nani in miniera…
  • Il direttore del circo licenziò Pinocchio/ciuchino con o senza “giusta causa”? Non si azzoppò forse durante lo spettacolo? Che disse l’ENPALS?
  • La strega di Biancaneve, preparando la mela, era in regola con il REACH (“Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction of CHemicals) Regolamento Europeo n.1907 del 2006, che ha apportato numerosi cambiamenti nella legislazione comunitaria riguardo la produzione, la commercializzazione e l’utilizzo degli agenti chimici?
  •  Chi, tra i molti Oompa Loompa, era il loro rappresentante aziendale dei lavoratori per la sicurezza?
  • La mamma di Cappuccetto Rosso, quando le dà la focaccia e il vino da portare alla nonna, era in regola con l’HACCP?

continua…

Dialoghetti pop-up

- Sigmund Freud – Caro Edmondo, ho letto con attenzione la bozza di quel racconto scolastico sulla maestra di ginnastica, che mi ha inviato. Mi pare, debbo dirlo in massima onestà, che Ella vi abbia messo dentro molti, troppi simboli fallici sostitutivi, quel “nasino non finito…”. Cosa è, dunque, questa maestra Pedani? È davvero un essere così castrante! Odiava forse sua madre, Edmondo? Vorrei osare dirLe che la dinamica feticistica e voyeuristica del suo Don Celzani è un po’ troppo scoperta per i miei gusti di lettore. Il legame tra impulso libidico, spinta epistemofila e scopofilia è davvero molto palese in lui! -

- Edmondo De Amicis – Dio Grande! Ella è un demonio dottor Sigmund!! E ci porterà questa peste in casa, spacciandoci questo veleno per farmaco!?? Non ci salveremo più, nessuno sarà più salvoooooo…- (con le mani nei capelli, gridando)

Per una poetica birraria

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Avviandomi sulla strada del bere (specifico, per non allarmare i lettori: del “buon bere”) vino e birra, ho preso a seguire i consigli e le serate di degustazione dell’amico Simone Cantoni, eletto a mio Virgilio in una discesa e risalita alcolica, in cerca di sapori, euforie necessarie e consapevolezze organolettico-esistenziali. Così, mentre lo ascoltavo spiegarci dottamente le qualità di alcune “superluppolate” americane (sul tema del lessico proprio di ogni descrizione organolettica tornerò con altro post, perché è un argomento troppo complesso per risolverlo qui ed ora ed è davvero degno della filosofia del linguaggio: come si traduce in parole un sapore? quale “gioco linguistico” è quello aperto dalla traduzione/descrizione delle caratteristiche di un vino, di una birra? Metafore, similitudini, analogie, sinestesie in campo? Esiste una “poetica” enologico-birraria? etc. etc.) mentre lo ascoltavo, dicevo, degustando le birre, ho preso brevi appunti “poetici”: ho salvato alcuni frammenti sonori, tracce di concetti/immagine tratti dalle descrizioni usate da Simone (nei testi che seguono indicati tra virgolette) nel tentativo di comporre una piccola memoria verbale della birra mentre questa si trovava ancora in circolo, tra palato e stomaco. Questo il risultato stenografico di una bella serata (al Tagomago, a Massa):

Sierra Nevada Pale Ale, America PAle ale, ambrata 5.6°
Tu mi dici “resinosa”,
e poi renetta, aggiungerei io:
“di mela grattugiata, da bambini…”
è il tuo personale, Simone,
richiamo proustiano,
madeleine superluppolata.

Un amaro elegante,
che rimane senza prepotenze
nei bordi del mio palato.

Snake Dog, American Ipa, ambrata, 7.1°
Tu, caneserpente,
hai “il naso molto pronunciato”
e m’inganni i sensi,
dolce nelle narici
e agrumata per la lingua:
“l’artiglio dell’amaro
graffia, assertiva” sei tu,
così sei.

Scopro con te l’IBU,
l’indice internazionale dell’amarezza,
il tuo è 60.
E certe vite, che IBU avranno?

Raging Bitch – Belgian Ipa, ambrata, 8.3°
Preso dal tuo colore ambrato,
mi perdo a cercare la speziatura,
il chiodo di garofano, mentre
mi metti nella bocca
“una mano vegetale”,
cresce il geranio senza che io
l’abbia mai coltivato.

Bella birra sferica,
la corsa del tuo gusto scivola,
scivola via silenziosamente:
“Chi dice banana non mente”.

Hercules, Double Ipa, ambrata, 10°
Doppia in tutto,
in luppolo, in gradi…
mascherata la tua amarezza
forte e io, assonnato
dall’alcool, non riesco più
a scrivere, e descriverti.

E’ “l’amaro che si radica
sul palato”, e non va via,
come certi amori
che non passano
anche quando sono passati.

I’m a writer

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Sempre mi ritrovo tra i piedi delle scarpe, abbandonate. Chi mi conosce da tempo forse lo ricorda. Fotografo questi rifiuti urbani (come un tempo salvavo biciclette dall’oblio), perché dietro ogni scarto sta una storia non raccontata. Sconosciuta intercapedine tra realtà e possibilità. La parola interstiziale, la storia incuneata tra le vite. Ogni scarpa che ho incontrato è sempre stata punto di domanda, per me. Ecco, una punteggiatura misteriosa fatta di scarpe, stivali, polacchine abbandonate sta iscritta sulla mia strada, di osservatore e di scrittore. A dirla tutta, io sono uno scrittore proprio perché, o solo perché, mi fermo sempre a osservare le scarpe abbandonate, non per altro. Sì, io sono uno scrittore.

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