1980

Che anno strano, il 1980. Ricordo che quella cifra tonda, paffuta, mi dava già un’idea di futuro. La mia prima idea di futuro. Un’idea di Fine del Novecento, qualcosa di simile. Gli Anni Ottanta, sì, come anni di inizio modernità, o post-modernità. Ma io mica sapevo, allora, cosa sarebbero stati gli anni Ottanta, socialmente e politicamente, culturalmente. E poi i miei anni Ottanta mica iniziano nel 1980. Io so che i miei anni Ottanta (secondo il principio di datazione variabile di cui già dicevo…e di cui ho parlato altre volte, in altro modo, circa il rapporto personale col tempo e coi capidanno, ad esempio…) iniziarono solo nel 1984, con le Olimpiadi di Los Angeles. Ma di quelle dirò nel 1984. Nel 1980, invece, uccidono Walter Tobagi, e non me lo ricordo, abbattono l’I-TIGI, sopra Ustica, e non lo ricordo,  fanno saltare in aria la Stazione di Bologna, e me lo ricordo bene. Io ero in vacanza coi miei, a San Vincenzo. Eravamo a casa di una cugina di mia madre, faceva caldo, il 2 agosto. Ricordo le prime notizie al telegiornale, lo sconcerto nell’ascoltarle. La sensazione di pericolo, di angoscia. Niente è più sicuro, non c’era più niente per quelle persone, bambini, famiglie, là a Bologna. Ricordo che capivo bene la gravità dell’accaduto e percepivo l’angoscia che era in grado di generare. Quella sensazione è, ancora, il mio 1980.

1979

Cosa successe nel 1979 non lo ricordo. Anno di passaggio, seconda elementare. Ma concordo sul fatto che gli anni Settanta non finirono col capodanno del ’79, bensì il 2 agosto del 1980. In effetti, gli anni Settanta iniziano in anticipo, esattamente un mese prima, nel dicembre del 1969 (Piazza Fontana), e finiscono in ritardo, nell’agosto del 1980 (Stazione di Bologna), secondo la felice intuizione di Demetrio (vedi p.33 di “Una tragedia negata“). Pure il ’79, però, ha avuto i suoi bravi martiri, Guido Rossa o Giorgio Ambrosoli, per fare due nomi. Ma allora io non lo sapevo. Notizie che mi arrivarono, come ho già scritto, solo in via epidermica, atmosferica. Eppure, era la stessa aria che respiravo io, in seconda elementare. Il capodanno del ’79 non lo ricordo. Ho in mente una foto, ma non so se è di quel capodanno lì o del successivo. Mentre ricordo benissimo dove ero il 2 agosto del 1980. Ma questo va nel post sul 1980.

1978

In quell’anno sono successe troppe cose. Eppure è un anno, il 1978, che non è entrato nei modi di dire. Mica si dice “è successo un ’78″. Io facevo la prima elementare, quell’anno lì. Un anno con tre Papi, mica uno. E poi Moro. E poi c’era Pertini. Io disegnavo spesso Pertini e il Papa, quello polacco. Facevo delle specie di vignette. Ma non c’era satira vera e propria. Avevo pur sempre sei anni. Erano, piuttosto, figurine di un presepe social-politico, a fumetti. Le pubblicarono pure su un giornale locale. Non so dove le conservo in casa, quelle vignette pubblicate. Io, un bambino di destra, istigato a fare satira politica da genitori di sinistra, ma vi rendete conto! In quell’anno lì ci siamo trasferiti, siamo andati via da Sarzana. Arrivavo a scuola al mattino presto, prima degli altri. Il trasloco, la novità della prima elementare, elementi di cambiamento forte e di precarietà che a me, bambino d’ordine e di destra, non piacevano. Ricordo che nella casa nuova, ma forse era l’anno dopo, non c’era il telefono. E intorno alla casa nuova non c’era ancora un vero quartiere, coi lampioni e l’asfalto. E la sera, dopo cena, si faceva un bel tratto di strada, al buio, per andare a telefonare, in un bar. Non so se era ancora il 1978, ma per me il 1978 è una sera senza lampioni per andare a telefonare in un bar.

1977

Quell’anno lì, è un anno corto. Se c’è il “secolo breve” ci può pure essere l’anno corto, no? Ora pare lo celebrino, il trentennale di un anno, il 1977. Poi dicono pure il Movimento del ’77. Io penso a Guerre Stellari, o a Lo Squalo. Ma Lo squalo è del ’75, ed io ho passato parecchio tempo dopo il ’75 a disegnare barche e squali, dopo aver visto quel film. Io nel ’77 stavo ancora disegnando barche e squali, squali e barche. Ma ti pare un film da far vedere a un bambino? Vedi la crudeltà degli anni Settanta? Il settantasette è un anno di gambizzazioni. Anche lo squalo era un brigatista, allora. Chissà se era del settantasette pure il cadavere che mio padre estrasse dal bagagliaio della sua auto, un giorno. Era un cadavere di bicicletta. Su quel cadavere ho scritto una volta una poesiola, per una raccolta inedita titolata “Ciclo/p(oe)sie”:

Ti rimproverai il rottame,
l’inganno-sorpresa del cadaverino
mezzo-ragalo estratto
dal bagagliaio,
perché in sé rivelava già
troppa della natura mortale
dell’uomo-cosa,
ferrovecchio riverniciabile.

Tu pedalerai con dolore,
fu l’anatema nascosto.

1976

Del colpo di stato di Videla, nel 1976, non ricordo niente. Eppure interseca il mio ’76, perché da lì a poco un piccolo gruppo di cittadini argentini si rifugiò a Sarzana. E i miei genitori familiarizzarono con loro. E così, ogni tanto, li andavamo a trovare. Ricordo che non avevo voglia di familiarizzare. Cioé, un bambino di quattro anni mica comprende l’impegno solidaristico-politico-di-sinistra-da-compagni di familiarizzare con dei rifugiati politici, no? O anche solo il valore umano/sociale di un incontro di quel tipo. Sono quasi certo, però, di non essere stato un bambino di sinistra (anche se si conservano, in casa dei miei, alcune audiocassette nelle quali, a 3/4 anni, componevo alla chitarra ballate di esaltazione della guerra partigiana….). No, mi sa che io ero un bimbo di destra. Molto attaccato alla proprietà privata dei miei giocattoli, ad esempio. Non è stato facile essere un bambino di destra negli anni Settanta. Il 1976 lo ricordo poco. Ho una foto con quattro candeline, sbiadita. In un’altra dormivo. O era l’anno prima? Sì, forse dormivo. I bambini di destra dormono sempre bene.

1975

Nel 1975 uccidono Pasolini. Nel piazzale della mia scuola materna ci stava un autobus abbandonato, ma non so se c’era già in quell’anno, o in quello dopo. Scuola Materna “Lidia Lalli“. Non so se era proprio in quell’anno che c’entrai. Poco importa. La scuola materna aveva una sua “ricreazione”, un’uscita in cortile. I miei genitori raccontano che già allora mi lamentavo perché in quel luogo “si deve giocare ad obbligo”. Per me già allora “giocare” non reggeva l’imperativo, quindi. Il gioco più bello tra tutti quelli della scuola materna era proprio l’autobus abbandonato in cortile. Mi chiedo ancora come ci permettessero di usarlo. C’era una corsa per arrivare ad occupare il posto di guida, perché giocare a fare il passeggero non è la stessa cosa che giocare a fare l’autista del bus. L’autobus era una cosa gigantesca, in proporzione a bambini di 3, 4, 5 anni. La scuola materna rimane condensata in un ricordo triplice: l’autobus, una fetta di mela che annerisce, le brandine per dormire. Ed anche il 1975 è una fetta di mela che annerisce.

1974

Forse basta dire “Italicus” e “Piazza Della Loggia” e pure il 1974 l’avremmo coperto, quanto a terrore.  Ma nel ’74 io camminavo già bene, e capivo già qualcosa. Almeno quel che basta per recepire l’ansia che un viaggio in treno poteva generare, al tempo, nei miei genitori. Anni ansiosi. Anni di treni ansiosi. Ora non mi spiace viaggiare in treno, ma allora…qualcosa capivo. Il clima di un tempo arriva benissimo ai bambini, anche piccoli. I genitori comunicano ansie, felicità e tristezze, paure e timori, spesso in modo inconsapevole. Ma non so se fu quell’anno che mio nonno materno, Gino, dipinse la mia cameretta di celeste. Le pareti della mia camera, per tutti gli “anni di piombo” a venire, sono state celesti. E certamente nel ’74 ero già molto appassionato della trasmissione “Il poeta e il contadino”, (di cui avevo il disco a 33 giri…) tanto che poi identificavo ogni sidecar, ed ogni moto, in strada come appartenente a Cochi e Renato.

1973

Che poi, io mica ricordo niente del 1973. Il colpo di stato in Cile non lo ricordo. Presumo, però, di aver conquistato la posizione eretta in quell’anno. Come dire: un piccolo passo per l’umanità, ma uno grande per me. E non so se la ragazza alla pari altoatesina mi babysitterò già quell’anno. Forse l’anno dopo, o quello dopo ancora. Ma il ricordo va piuttosto ad un poster di una donna con un bambino in braccio. Era molto somigliante a mia madre. Ma non era mia madre. Ma era lei, pur non essendola. Una foto grande, color seppia. E poi il corridoio di casa, mi sembra di intravedermi in un “girello” lungo il corridoio. Ma il concerto degli Inti-illimani in piazza era qualche anno dopo? Sì, era dopo. Stavo in piedi, o in braccio, o sulle spalle di mio padre, ero piccolo: mai piaciuta la folla. E anche degli “argentini” rifugiati a Sarzana ne parlerò più avanti, che Videla arriva nel 1976.

1972

Se penso alla mia maestra delle elementari mi viene in mente come era truccata, la polvere di gesso ed il profumo che usava. E per me le tre cose, sinesteticamente, fanno un tutt’uno nel ricordo. Volevo raccontare di questo tutt’uno fatto di polvere di gesso profumata e viso truccato. Ma questo viene più avanti. Inizio invece dal ’72. Io sono nato il giorno di venerdì santo del ’72. Che poi, quando dici o scrivi “1972” magari ti viene in mente Monaco e i palestinesi. Qui a Pisa, invece, viene in mente Serantini, forse. Oppure Calabresi, ad altri. Insomma, vai a toccare gli anni Settanta, e ti vengono in mente cose poco “piacevoli”. Io nel ’72, intanto, mi dedicavo a funzioni vitali essenziali e di conoscenza del Mondo. Ma il solo fatto di “esserci” mi dà sempre una sensazione particolare di vicinanza e compresenza, familiarità, chiamata in causa, per tutto quello che è accaduto allora, nel bene e nel male. E poi, certo, ho anche i ricordi e i racconti dei miei genitori. Oppure i filmini in super-8. Ma i loro anni Settanta non sono i miei. Io non posso raccontare i loro, né per loro. Posso provare a ricordare i miei con loro, con i miei genitori. Parto dal 1972, per arrivare al 2007. A puntate.

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