Premessa per un addio

Il nuovo libro di Gian Luca Favetto, Premessa per un addio (NN Editore, 2016) è un racconto sulla libertà di perdersi e ricostruire la propria vita a partire da quel mistero insondabile e necessario che sono gli altri, con la profondità delle loro storie, radici, bio-grafie. Tommaso, il protagonista, è un geografo in fuga da se stesso. Bisnipote, mi viene in mente leggendo, di un altro personaggio letterario “agrimensore” (il K. de Il Castello di Kafka) Tommaso Techel atterra a New York, foresta di case verticali, per iniziare una nuova vita e far pace con quella che lascia in Italia, un matrimonio finito, una figlia alle soglie dell’adolescenza con la quale imparare a comunicare.

Ritrovare il proprio peso (“Techel” il suo cognome, è forse il “pesare”, “l’essere pesato” che si trova nell’enigma delle tre parole “Mene, Tekel, Peres” risolto dal profeta Daniele nella Bibbia? Daniele, 5) è il compito che dà a se stesso. Viaggiare, quindi perdersi, per potersi ritrovare. Una costellazione di donne, di figure della femminilità, lo accompagneranno in questa ricerca di un nuovo sé: Alma, l’anziana e saggia poetessa incontrata sull’areo diretto a New York; Gladys, l’amica di Alma e, soprattutte, Cora: la donna che sarà capace di aprire il mondo possibile di un nuovo Tommaso.

Nel viaggio attraverso New York, tra musei e jazz club, Tommaso è accompagnato da una guida speciale, un romanzo che porta con sé trovato per caso nell’appartamento che lo ospita: Foreword for a Farewell . Il gioco del libro nel libro (osservate il gioco di prestigio metanarrativo di “pagina 91″ a pagina 91…) che pedina, duplica, aumenta la realtà narrativa, è un manifesto del potere salvifico della Letteratura. Tommaso legge il libro ed è “letto” dal libro stesso, che riproduce – a volte in forma di giallo – la vicenda di due libertà, un uomo e una donna, che si incontrano, che cercano di darsi tempo “perdendo tempo”, ancora dentro una fuga. Ecco, la Letteratura fa questo: ci concede più tempo, allarga le nostre esistenze, aumenta la realtà delle nostre vite portandoci in un ritmo “altro”. Per questo abbiamo bisogno di “a capo”, cioè di un ritmo diverso dell’esistenza, come antidoto alla umanità “convalescente” che siamo diventati.

Gian Luca Favetto affida a un prosa nitida, e con momenti di vera intensità poetica, e a un racconto sempre coinvolgente, dalla prima all’ultima riga, l’atto di fiducia nel potere generativo e rigenerativo della Letteratura per le nostre vite, libere e plurali.

Funziona così. Tommaso formula domande, una due tre, quasi mai di circostanza. Comincia a parlare con l’idea di comunicare un’osservazione, poi succede che la voce scarti, svolti all’improvviso, scenda o salga scalini e, dopo molti corridoi e porticati, arrivi in un salone pieno di punti interrogativi, messi lì come mobili e arredi, ne sceglie uno e lo sistema alla fine dell’ultima frase prima di tacere. E aspetta. L’attesa non è mai ferma . È come se fosse mare, come se fosse fuoco. Le persone, davanti al mare e al fuoco, finiscono per raccontare. Loro si aprono e lui si protegge, in ascolto.

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