Non è il gigantismo fragile della modernità

Più passano le ore, dal naufragio della nave Costa Concordia, e più articoli leggo dei tanti che se ne scrivono, più  drammatico  si fa il passaggio probabile delle persone dal novero dei dispersi a quello degli affogati, più impraticabile e banali si mostrano – o almeno così paiono a me – le forme di racconto e narrativa spiccia da quotidiano (Sofri, Serra..senza link) per trarre “morali” dall’accaduto, più antonomasia di codardia e viltà ammanta il cognome (Schettino) del comandante che lascia la nave al suo destino, più si contornano – per naturale deuteragonismo – figure eroiche (il capo commissario ferito che resta a bordo e salva, il parroco a terra che presta aiuti…), più si scolorano nell’uso le metafore dell’Italia naufragante nel catino del Tirreno (Serra, mi pare), più si analizzano la distanza tra le versione dei fatti, le lamentazioni dei passeggeri sul salvataggio, i precedenti segnali di cattivo auspicio per lo scafo squarciato (sul web superstizione e leggenda trovano un terreno di cultura incredibilmente fertile, nel paradossale clima che fa dei luoghi “reali/virtuali” del presente tecnologico l’ambiente più anti-illuminista che si dia attualmente).

Nel 2003 feci una bellissima crociera (viaggio di nozze) su una nave Costa, la Victoria (i due naufragi non sono collegati). Era più piccola della Concordia, e mi pareva comunque immensa. Un gigantismo capace di alterare la percezione stessa del viaggio, dell’accostarsi alle città, una città sull’acqua, viaggiante, che impedisce qualsiasi contaminazione/comprensione reali con e dei luoghi nei quali approda. Un ventre ipernutriente e protettivo sul quale non vedi l’ora di risalire ad ogni sbarco, militarescamente organizzato. Nei resoconti e nelle analisi del turismo da crociera, e della psicologia dei crocieristi, di questi giorni ho ritrovato spunti che mi ero appuntato nel mio diario dell’epoca.

Le foto della cattedrale rovesciata sono impressionanti, e quindi belle. Il disastro affascina come il sublime, da sempre. Ci impressiona, perché la nostra immaginazione è nutrita da un “disastrismo” filmico,  più che storico, dal Titanic di celluloide. La nave, in più, è simbolo filmicamente caricato, e non più neutro in nessun immaginario. Almeno per me, nel mio immaginario (su tutto “E la nave va”  di Fellini, così come la scena del saluto notturno al Rex in “Amarcord”, immagini che conservano nello sguardo, nel tratto grafico, un’estetica futurista sull’idea stessa del transatlantico come emblema di tecnica, potenza, vastità). Oggi la sovrabbondanza di immagini “spettacolari” (non riesco a non dire “bella” la cartolina della costa del Giglio con lo scafo della Concordia inclinato e ancora illuminato di notte) appanna la sensazione di tragedia e di morte che le immagini in realtà custodiscono (molti morti!) e l’insensatezza (tutta umana, troppo umana) delle scelte che hanno portato a quella tragedia. Più s’indaga, più la mistura d’insensatezza, rito, sfida, ignavia si addensa. Salutare l’isola, dimostrare potere e controllo sul mare. No, non è il gigantismo fragile della modernità e della tecnica ad avere ucciso: è, ancora una volta, come da millenni, come da sempre, la Hybris di questo piccolo animale “intelligente”  che siamo. Vi è, come sovrappiù, qualcosa di tremendamente arcitaliano nella fuga del Comandante, dello “Schettino in noi” (Gramellini), quasi a ricordarci ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, il “tipo umano” che non vorremmo mai essere e che invece appartiene, in potenza, a noi tutti.

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