La retorica ricattatoria (cripto-fascista) di una comunicazione pubblicitaria

Lo spot Fiat della Nuova Panda è orribile. Da molti punti di vista. Da quello linguistico, da quello politico, da quello comunicativo-pubblicitario. Questo post si aggiunge all’insofferenza che da più parti, nei social net come nei blog più o meno tematici come nei quotidiani on line, è emersa nei confronti di questo tipo di comunicazione commerciale proposta da Fiat. In realtà prosegue una tendenza, o strategia (per me di sapore cripto-fascista) già introdotta in uno spot per la 500, di  alcuni anni fa (e su cui avevo scritto  “La neomitologia della 5oo Fiat”).  Anche allora si legava la demercificazione di un prodotto ad una questione identitaria, nazionale. L’italietta pittoresca che si oppone a quella dello sviluppo (possibilmente desindacalizzata) è il nuovo leitmotiv.

Lo spot che ne viene fuori è grottesco e ha tutti gli ingredienti necessari per impedire che una sola Panda in più, che uscirà dagli stabilimenti di Pomigliano, venga venduta. Non è questo, infatti, il suo scopo. Un po’ come già avviene per le auto di super-lusso, i cui spot televisivi sono indirizzati solo a rassicurare i già proprietari di quelle auto della bontà e aderenza del proprio stile di vita al brand acquistato, lo spot della Nuova Panda non ha a che fare con le qualità (si spera) vendibili dell’auto ma con una (ancora?) “scelta di campo identitaria”. Lo spot diventa in sé non parodiabile. Tono dello speaker, lessico utilizzato, concetti espressi sono essi stessi la parodia di una retorica faziosa (o con Marchionne o contro di lui) che fintamente fa leva su uno spirito nazionale (nazionalistico?). Abbiamo già accettato, nella nostra modernità, che l’auto possa essere panificata anche di notte, che il lavoro modifichi fin nel profondo la biologia del vivere delle persone e i loro diritti. Che qualcuno possa credere che da qui  – dalla Nuova Panda – possa passare il concetto di “identità nazionale” mi pare davvero troppo.

Procrastinando pandori

Propaggine delle feste, i pandori in saldo. I saldi dei pandori iniziano molto prima dell’Epifania e si prolungano per tutto il mese di gennaio. I dolci di Carnevale hanno iniziato già ad occhieggiare negli scaffali degli ipermercati quando i pandori, ultime copie rimaste invendute, ancora ingombrano i corridoi centrali, quelli delle merci in offerta, in superofferta, scontatissimi. Il costo al kilo crollato, ogni nobilità artigiana o pseudoartigiana (gli spot mostrano sempre la lievitazione naturale accelerata, il forno accogliente, i focolari domestici illuminati, le consegne celeri di pacchi profumati…) andata scemando nell’accumulo del 3X2, i pandori dopo le feste sono avamposti bellici, residuali, carriarmati glicemici arenati sul campo dopo che la grande battaglia dei cenoni e dei pranzoni si è conclusa.

Allora, tu, come un collezionista di rottami, ti fai ammaliare dal peso/prezzo (un paio di euro per più di un kilo di soffice impasto burroso) e riempi la tua dispensa di uno, due, mille pandori in saldo. Fai scorte, scorte di guerra. Progetti abbondanti colazioni, caffellatti inondanti immense fettone di pandoro zuccherato, da qui all’eternità. Inviti ospiti a cena, compulsi ogni libro scritto da elisabettaparodi sul tema del riciclo del pandoro dopo le feste, sogni vastità di tiramisù e zuppe inglese che occultino il loro materiale da costruzione, la malta burrosa riciclata.  Una volta che il pandoro a saldo entra nella tua dispensa (nella foto) si crea un vincolo di affetto, ma oserei dire di  “amoreodio”, molto complesso. Da un lato sei tutto orgoglioso dell’affare che hai fatto, del rapporto peso/prezzo, della disponibilità zuccherina extra-feste, tu formica che ha fatto scorte, e così finisce che procrastini continuamente il consumo della scorta che hai accaparrato: la contempli, ma non la consumi (in quel meccanismo estetico per il quale si  “rimanda il godimento di qualcosa di piacevole”, in una eterna “cadenza di aspetto” del pandoro).

Dall’altro lato, però, esiste una quantità di pandoro, scientificamente determinata, che ogni essere umano può consumare in un intervallo di tempo dato senza che il pandoro gli risulti irrimediabilmente nauseante. L’Università di Austin, in Texas, ha deteterminato nel 2009 che un uomo di media corporatura può ingerire al massimo 3,9 kg di pandoro nel periodo compreso tra dicembre e febbraio. Oltre tale quantità, hanno verificato alcuni ricercatori italiani (ah, la fuga dei cervelli…) il pandoro viene rigettato dal corpo umano. Per questo in molte confezioni di pandoro oggi potete trovare la dicitura: “Mangiatene consapevolmente”.

Non è il gigantismo fragile della modernità

Più passano le ore, dal naufragio della nave Costa Concordia, e più articoli leggo dei tanti che se ne scrivono, più  drammatico  si fa il passaggio probabile delle persone dal novero dei dispersi a quello degli affogati, più impraticabile e banali si mostrano – o almeno così paiono a me – le forme di racconto e narrativa spiccia da quotidiano (Sofri, Serra..senza link) per trarre “morali” dall’accaduto, più antonomasia di codardia e viltà ammanta il cognome (Schettino) del comandante che lascia la nave al suo destino, più si contornano – per naturale deuteragonismo – figure eroiche (il capo commissario ferito che resta a bordo e salva, il parroco a terra che presta aiuti…), più si scolorano nell’uso le metafore dell’Italia naufragante nel catino del Tirreno (Serra, mi pare), più si analizzano la distanza tra le versione dei fatti, le lamentazioni dei passeggeri sul salvataggio, i precedenti segnali di cattivo auspicio per lo scafo squarciato (sul web superstizione e leggenda trovano un terreno di cultura incredibilmente fertile, nel paradossale clima che fa dei luoghi “reali/virtuali” del presente tecnologico l’ambiente più anti-illuminista che si dia attualmente).

Nel 2003 feci una bellissima crociera (viaggio di nozze) su una nave Costa, la Victoria (i due naufragi non sono collegati). Era più piccola della Concordia, e mi pareva comunque immensa. Un gigantismo capace di alterare la percezione stessa del viaggio, dell’accostarsi alle città, una città sull’acqua, viaggiante, che impedisce qualsiasi contaminazione/comprensione reali con e dei luoghi nei quali approda. Un ventre ipernutriente e protettivo sul quale non vedi l’ora di risalire ad ogni sbarco, militarescamente organizzato. Nei resoconti e nelle analisi del turismo da crociera, e della psicologia dei crocieristi, di questi giorni ho ritrovato spunti che mi ero appuntato nel mio diario dell’epoca.

Le foto della cattedrale rovesciata sono impressionanti, e quindi belle. Il disastro affascina come il sublime, da sempre. Ci impressiona, perché la nostra immaginazione è nutrita da un “disastrismo” filmico,  più che storico, dal Titanic di celluloide. La nave, in più, è simbolo filmicamente caricato, e non più neutro in nessun immaginario. Almeno per me, nel mio immaginario (su tutto “E la nave va”  di Fellini, così come la scena del saluto notturno al Rex in “Amarcord”, immagini che conservano nello sguardo, nel tratto grafico, un’estetica futurista sull’idea stessa del transatlantico come emblema di tecnica, potenza, vastità). Oggi la sovrabbondanza di immagini “spettacolari” (non riesco a non dire “bella” la cartolina della costa del Giglio con lo scafo della Concordia inclinato e ancora illuminato di notte) appanna la sensazione di tragedia e di morte che le immagini in realtà custodiscono (molti morti!) e l’insensatezza (tutta umana, troppo umana) delle scelte che hanno portato a quella tragedia. Più s’indaga, più la mistura d’insensatezza, rito, sfida, ignavia si addensa. Salutare l’isola, dimostrare potere e controllo sul mare. No, non è il gigantismo fragile della modernità e della tecnica ad avere ucciso: è, ancora una volta, come da millenni, come da sempre, la Hybris di questo piccolo animale “intelligente”  che siamo. Vi è, come sovrappiù, qualcosa di tremendamente arcitaliano nella fuga del Comandante, dello “Schettino in noi” (Gramellini), quasi a ricordarci ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, il “tipo umano” che non vorremmo mai essere e che invece appartiene, in potenza, a noi tutti.

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