Mater semper certa est

Vado, giorni fa, alla segreteria didattica della scuola di Sara. Devo ritirare un certificato, che mi serve per i giorni di permesso presi durante il primo periodo d’inserimento di Sara nella nuova scuola. Gli orari della segreteria non coincidono mai con quelli della mia uscita dal lavoro. Accordi telefonici vari e troviamo un pomeriggio in cui posso passare a ritirare questo agognato certificato. Le segretarie rientrano da una pausa, è primo pomeriggio e prima di passare a prendere Sara a scuola riesco ad andare alla sede della segreteria. “Mi dice il cognome?”, chiede una delle segretarie. “Ci siamo sentiti al telefono, PELLITI”, scandisco io come di solito si fa col proprio cognome, il mio poi in particolare, martoriato com’è  da varianti di doppie elle e doppie ti, a seconda delle anagrafi e dell’orecchie dell’ascoltatore. “Ah, ecco, sì, è pronto. Se vuole controlli che sia tutto a posto…”. “Ma no, sicuramente va bene. Comunque, per sicurezza, già che me lo dice…” replico io vincendo anche la naturale educazione che tratterrebbe il gesto come indice di una qualche mancanza di fiducia, e strappo le graffette che tengono cucito il certificato:

“Il Dirigente scolastico, VISTA la richiesta del sig PELLITI etc.etc. SENTITE le insegnanti della scuola etc. etc.  nella quale risulta iscritta la bambina OLIVIA ****   Dichiara che etc. etc.”.  Ecco, per un secondo mi sono sentito padre anche di Olivia, e non solo di Sara. Olivia che non conosco e non ho mai visto, ma verso la quale, in quella frazione di secondo, ho subito provato simpatia e affetto. “No, guardi, c’è scritto un altro nome, vede?”, dico io tra il divertito, lo scocciato (già pensando di dover tornare una seconda volta alla segreteria) e il perplesso per la minorità mentale della segreteria tutta. “Mi scusiiii, è che ho fatto il copiaincolla di diversi certificati stamani, e allora, sa…”. “Non si preoccupi, so quali danni fa il copiaincolla”, replico io bonario, paterno (padre di Sara e di Olivia anche un po’, ormai). “Senta gliela ripreparo subito e la mando via mail, ma senza firma della Dirigente, va bene?”. “Ecco, grazie, così evito di tornare e spero la accettino al mio ufficio”. La vicenda è buffa, per me, e minima. E mi ha ricordato quel passo della Repubblica di Platone, che qui sotto vi ripropongo, in cui si teorizza la comunanza di donne e figli.  Sulla prima ho alcune perplessità, che mi pare inutile  esplicitare; sui figli, invece, qualche ragionevolezza forse rimane.

[457 d] – Queste donne di questi nostri uomini siano tutte comuni a tutti e nessuna abiti privatamente con alcuno; e comuni siano poi i figli, e il genitore non conosca la propria prole, né il figlio il genitore. – Questa norma, disse, assai piú dell’altra susciterà diffidenza, per la sua possibilità come per la sua utilità. – Non credo, risposi, che, almeno per quanto concerne l’utile, si contesterà che non sia massimo bene avere comuni le donne e i figli, sempre che la cosa sia possibile; ma credo che ci sarà una grandissima contestazione se sia o no possibile. [e] – Ambedue i punti, fece, si potranno contestare molto. [...] (Repubblica, 457d-e)

Ciao Olivia, mi mancherai.

Ansia da richiesta di fermata


E’ la tua fermata. Allora ti alzi, ti avvicini alla porta di uscita. Ti aggrappi come puoi ai corrimano, a seconda della quantità di persone che affollano il bus. Lei si alza. E’ la signora che scende alla tua fermata. E’ la sua fermata. Allora lei vuole premere il pulsante, rosso o blu a seconda degli autobus, della “fermata prenotata”, perché è la sua fermata. Il campanellino che suona, il display che s’illumina, “fermata prenotata”. Una piccola soddisfazione, fermare l’autobus con un pulsante, un ideale freno di emergenza autorizzato, quindi gesto allegorico e contratto di un potere che mai si avrà (“Fermate il mondo, voglio scendere!”).

Tu sposti la mano lungo il corrimano, e l’avvicini al pulsante. Anche la signora si avvicina al pulsante, mentre ti guarda con aria di sfida. E’ il mezzogiornodifuoco della richiesta di fermata. Quei duelli nei quali, alla fine, non si saprà mai chi ha premuto per primo il pulsante. Quei duelli in cui gli sguardi s’incrociano, e le labbra sibilano sottovoce “ho già premuto io” ma senza dirlo davvero, come a mimare i suoni con le labbra senza che esca suono. Ci sono persone che entrano in uno stato d’ansia quando devono scendere dal bus e pigiare il pulsante della richiesta di fermata. E’ un fenomeno che ho studiato a lungo negli anni, si chiama Sindrome da Ansia da Richiesta di Fermata, (SARF), e non è ancora stato codificato nei prontuari psichiatrici. Di solito questa sindrome colpisce arcigne signore anziane: sono quelle che, quando tu sei in ritardo per entrare al lavoro, al mattino, richiedono la fermata del bus anche due o tre volte per sbaglio: “Mi scusi, pensavo fosse già la mia”, dicono con voce fintamente flautata al conducente mentre, a bus fermo, le porte si aprono e richiudono inutilmente, senza che salga o scenda nessuno. E tu sei in ritardo per entrare al lavoro. In realtà la SARF  fa premere loro il pulsante, una-due-tre fermate prima di quella in cui dovrebbero scendere. Sono le stesse, poi, che ti guardano con occhi di sfida quando cerchi di pigiare il pulsante della loro fermata che, essendo la “loro” fermata, il pulsante lo devono pigiare loro. E tu, mascalzone, avvicini cautamente la mano al pulsante, nel mezzogiornodifuoco della richiesta di fermata, per bruciarle sul tempo e poi sussurare, ma senza emettere suono e solo con un cenno del viso e movimento muto delle labbra: “Ho già premuto io”. E non si saprà mai chi ha premuto davvero per primo in quelle richieste di fermata.

Partiti, partecipazione e partecipate

La mia modesta proposta “rivoluzionaria”, appena  inviata qui:

La proposta è tanto semplice quanto rivoluzionaria, anche per il nostro partito, per la nostra tradizione culturale e politica: via i partiti dalle partecipate! E’ già scarsamente sopportabile che siano saltati tutti i meccanismi di selezione della classe politica, della classe dirigente, e che anche all’interno della semplice militanza non vi siano più percorsi che diversificano l’impegno politico come servizio, come servizio civile e che spesso siano semplici approdi di una nomenclatura che, anche a livello locale, fatica a rinnovarsi.

Abbiamo tanti buoni amministratori appartenenti al PD, ma abbiamo anche tanti amministratori che lo sono come componenti di complesse scacchiere di equilibri di potere più che di rappresentanza di idee e opzioni politiche. Amministratori che vivono, in virtù del loro posizionamento partitico, una seconda o terza stagione di “impegno” all’interno della galassia delle “partecipate”, società di servizi (rifiuti!, trasporto pubblico locale!, sanità!) che dovrebbero funzionare in un’ottica di efficienza di servizio, e non di gestione di potere, perché interagiscono fortemente con la vita dei cittadini.

Per quale motivo un ex sindaco, un ex assessore (comunale o provinciale) un presidente di Provincia  deve essere “riciclato” come amministratore, presidente, consigliere di una partecipata locale, in maniera – spesso – totalmente indipendente dalle sue competenze e conoscenze? Usciamo dalle partecipate!! Non partecipiamo più  a uno scacchiere spartitorio che non tenga conto delle conoscenze, dell’esperienze, del merito.

Facciamo nei nostri territori, nei Comuni, nelle Province, questa rivoluzione interna. Rivoluzione copernicana nella visione del ruolo del partito nei territori!! Il PD può assumere questo impegno.

Viva il Re!


Un tempo si diceva “stendere tappeti rossi”, mentre per l’arrivo del Presidente della Repubblica, qui, li stendiamo verdi. Il fatto che i lavori in corso di “arredo urbano” abbiano subíto un’accelerazione per la visita di giovedì di Napolitano è un fatto tanto ovvio quanto, a pensarci bene, drammaticamente ridicolo. O ridicolmente drammatico. Direi pre-repubblicano. In fondo, noi italiani siamo fatti così. Una Repubblica che ha meno di 70 anni è una bambina, e i suoi abitanti – bambini – sono ancora affezionati, in fondo, all’idea di un monarca. L’astrazione dei concetti di  “Stato” e  “cittadinanza” da noi hanno avuto poca presa, certo per mille ragioni storiche e culturali (non voglio dire antropologiche, ma…quasi).

Così, io vedo in filigrana nel piccolo grande affaccendarsi di lavori – certo già in corso e in via di conclusione – di questi giorni un riflesso che va al di là del necessario e opportuno rispetto e dell’omaggio di una città alla prima carica istituzionale dello Stato. Perché nella mia idea ingenua di Stato e di Repubblica, quella cura e quella celerità che ogni “taglio di nastro” porta con sé (qui si riapre la Domus Mazziniana, e si inaugura il rifacimento della pavimentazione del corso principale) andrebbero riservate all’ultimo, per così dire, dei cittadini e non soltanto al Capo dello Stato. Punti di vista.

Sul sipario


E così ho debuttato. Come “attore”, e come co-autore. Allora trascrivo alcune impressioni, in breve. Perché il momento più emozionante non è stato tanto il fatto performativo in sé, forse perché non credo di aver recitato davvero. Non ne ho la tecnica, o l’attitudine.  Sì, c’erano le luci, il buio davanti e il non vedere le facce di chi ti guarda ma avvertire la presenza forte di un’attenzione, di un ascolto, il vuoto senza rete sotto al trapezio appeso. C’era l’essere “in scena”, quindi in un altrove. C’era l’interazione bella con gli altri compagni di viaggio, ascoltarli, osservarne le azioni. C’era da ricordare – per me – le poche parole da dire, ripetute tante volte, cercando un’intonazione credibile col senso drammatico che contenevano. Dicevo, appunto, che non ho sentito tanto l’emozione “nel” recitare, quanto nel “prima”, dietro al sipario chiuso. Avvertivo tutto il potere magico – e per me inedito – del sipario chiuso, sul palco.

Vero confine, diaframma, intercapedine tra il mondo così come è, fattuale, e i miliardi di mondi possibili che il Teatro consente, genera, fa vivere. Per questo ho scattato un po’ di foto alla nostra attesa, dietro il sipario, perché mi sembrava un momento di grande intensità e densità anche quell’attesa.  L’azione, il recitare, il play, non è più propriamente in sé uno spazio di immaginazione perché è uno svolgersi, uno scorrere nel quale l’immaginazione si fa, appunto, azione: gesti, parole, espressioni. L’attesa, invece, è lo spazio dell’immaginario possibile, è il “prima che tutto si svolga”, è la rincorsa prima del salto, lo spazio che rende possibile l’attuarsi dell’immaginato. Il potere del sipario è questo nascondere, proteggere, rimandare l’attuarsi dell’immaginato. Questa è l’emozione che ho percepito nel mio debutto da non-attore, e da co-autore: il sipario chiuso che attende il dischiudersi dell’immaginato, della parola, del gesto.

Di un necrologio globale

Ecco una di quelle cose che poi solitamente vengono studiate, i sentimenti collettivi e i necrologi globali (scorrendo ieri le bacheche e le immagini profilo di Facebook come nuovi termometri “emotivi” di un ipotetico “Zeitgeist”); no, i prodotti Apple nel mondo oggi non si spengeranno di colpo, come ho scherzato per anni con humour nero, e riconosco tutto il valore storico e l’eccezionalità dell’uomo d’ingegno - Steve Jobs - e della sua visione; mi spiace per la sua dipartita prematura: ma rimango diffidente verso ogni forma di “culto della persona” e, sarò cinico, ma non posso dire, in piena onestà, di essere stato ieri – nella giornata del necrologio globale – intimamente triste per questa perdita. No, non sempre riesco a partecipare ai sentimenti collettivi. Non sempre voglio. Read the rest of this entry »

Futurum esse

…mi ricordo un testo bellissimo: era un racconto, era un saggio, era una poesia, era una lettera di scuse, era una lettera d’addio, era un monologo teatrale, era un concertato per voci sole, era uno scherzo o una fantasia, era un musical, era un libretto d’operetta, era una fiaba, era una filastrocca, era una lista dei desideri; sì, mi ricordo un testo bellissimo che parlava a tutti e a pochi, che commuoveva e faceva ridere e pensare, ricordo che era un testo fantastico. Ma devo ancora scriverlo.

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