Dialoghi incivili

copertina Dialoghi incivili, Bocchia-CristicchiLe conversazioni con Simone Cristicchi, raccolte da Massimo Bocchia in un lungo itinerario estivo assemblato pedinando le date del tour del cantautore, somigliano a un puzzle concettuale dalle molteplici possibilità di lettura. “Dialoghi incivili”, infatti, è un testo-mappa che non si propone di esaurire il “Cristicchi pensiero”, o tratteggiare un profilo biografico del più originale cantautore italiano della sua generazione. Bocchia ha piena consapevolezza dello scarto tra testo-parlato e testo-scritto, e gioca con ingegno, con approccio quasi dadaista e metalinguistico, a inseguire il suo amico Simone sia letteralmente, nei trasferimenti come negli appuntamenti dei suoi pre e post concerti; sia lateralmente, con un “pensiero laterale” che non suggerisca mai risposte preconfezionate, ma inviti all’apertura, all’imprevisto, al cambio di prospettiva. (dalla postfazione “La cattiveria della creatività. Percorsi d’arte e d’amicizia“)

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Snowdomes Doomsday

La sfera che racchiude il mondo circostante
attrae da sempre perché duplica
l’idea di noi caviette inscritte nel Creato,
trastullo per la noia d’Architetto.

La miniatura vitrea, diorama, snowdomes,
mima il confine dello scibile, noi tarme cieche,
dell’essere dentro un tempo fermo, ciclico,
in mano a un destino capovolto, capovolgibile:
l’ipnosi dolce della neve lieve
che tutto ammanta e abbraccia,
monumentini immobili, figure sorridenti…

Che l’Universo o il Còsmos
sian solo souvenir:
questo è il grande dubbio e dramma atroce
che ogni palla trasparente, apocalisse tascabile,
per trasparente segreto,
crudamente c’instilla.

Il condominio multiculturale

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Dato che “etnia”, “razza”, sono concetti spuri, artificiali, scatole vuote senza fondamento, equivoci concettuali depositati nel linguaggio comune, pericolose trappole verbali capaci di far inciampare, facendolo sentire a proprio agio, il piccolo razzista spontaneo che è in tutti noi, ebbene come è possibile educare alla “diversità”, alla “alterità” di colore, religione, cultura, tradizioni? Me lo chiedevo stamani giocando con Sara, mentre componevamo una specie di condominio di cartone, a metà strada tra i moduli abitativi di Le Corbusier e le…istruzioni per l’uso di Perec.

Mentre disponevamo i vari personaggi, in buona parte provenienti dai miei un-happy meal estivi, riflettevo su come Sara interagisce con le figure di questi pupazzetti, cioè su come i bambini piccoli hanno in sé soluzioni spontanee di multiculturalismo realizzato. Se è vero che Sara riconosce parentele concettuali, “somiglianze di famiglia” (di forma, genere, dimensione, cartone animato di appartenenza, gemellarità, duplicazione) tra pupazzi, quando non parentele propriamente dette tra personaggi narrativi (Fiona e Shrek, ad esempio) o replica modelli, ruoli di genere (cavalla-mamma/cavallo-papà/cavallino-figlio/a, Barbapapà papà, Barbamamma e figliolanza barba-qualcosa) anche su base di scala (uno stesso personaggio identico in due dimensioni diverse rappresenterà sempre una coppia madre&figliolino/a, padre&figliolino/a) o applica meccanismi presenti nello “schema di Propp” (che tutti i bambini conoscono senza bisogno di avere letto) Sara fa interagire tutte queste specie diverse anche all’interno di un unico contesto. Tradizioni diverse (storie di appartenenza, da Snoopy ai pinguini di Madagascar, da animaletti gommosi che caricaturano insetti a cavalli plastici e realistici…) e aspetti esteriori alternativi (scala, materiali, colori) convivono in un unico flusso narrativo (una società?). Qui vorrei scrivere, con un buonismo quasi più che ultra-veltroniano, che questa capacità fantastica dei bambini è l’unica nostra salvezza per la costruzione di una società capace di andare addirittura oltre il multiculturalismo (termine che uso senza connotazioni negative), oltre l’inclusione, oltre l’integrazione.

Non lo scriverò, perché il condominio che assemblo per Sara solitamente non regge più di venti minuti alle tensioni interne (decreto flussi, truffa delle regolarizzazioni, sanatorie fittizie) ed esterne, rappresentate da un catartico terremoto che Sara stessa produce gettando in aria tutti i moduli abitativi e i suoi abitanti, per rimettere sempre in discussione questo modello di società così complesso e anche così fragile. Continuo a sperare che la società nella quale vivrà da grande e che contribuirà a costruire Sara stessa, sia comunque migliore di quella che leggo sui quotidiani ogni giorno. 

Slittamenti etico-estetici nell’uso di un’espressione corrente

Siamo infetti. La lingua è malata, e il vincolo etico/estetico si fa cogente nella pubblicistica che si è esercitata negli scorsi giorni su quella specie di onomatopea reiterativa, che inizia per “B”, e che il nostro Primo Ministro avrebbe utilizzato, mutuandola da barzellette o compagni di merende di Stato, per indicare i suoi svaghi serali di gruppo di natura sessuale. No, io non lo scrivo. Io sono indifeso, come tutti, nei confronti dell’indecenza. Ma voglio salvare almeno la mia lingua (è il modo che mi sono scelto di essere Patriota, Democratico e Repubblicano), e non voglio scherzarci sopra, né sorridere, né ammiccare rispetto alla buffa espressione duplicata che inizia per “B”. Resisto. Nel frattempo, l’Italia sorride. In questo riso generale, tragico, sfumeranno i titoli di coda del ventennio berlusconiano senza che questo sia stato sconfitto politicamente. Quindi culturalmente. Quindi esteticamente. Quindi eticamente.

Mi concentro, allora, su alcuni usi significativi del termine duplicativo (e che mi ricorda, foneticamente, la gloriosa genia degli Oompa-Loompa i quali, a loro volta, mi suggeriscono che vi è stata una “pigmeizzazione morale” del Paese, noi simili-complici del Oompa-Silvio-Loompa prototipico e noi cloni, e “altanianamente” proni…). Vincenzo Cerami, Massimo Gramellini e Silvia Ballestra hanno scritto, a caldo, sulla nota vicenda. Vorrei sottolineare gli approcci e gli usi del termine. Cerami (su L’Unità) ha giocato prevalentemente sull’iterazione (Tuca Tuca, Bora Bora…) per descrivere questa  nuova “liturgia amorosa”, ha cercato, cioè, di salvarsi immergendosi totalmente nell’onomatopea. Silvia Ballestra (sempre su L’Unità) compie, invece, l’interessante passaggio da sostantivo ad aggettivo: l’espressione viene utilizzata per ironizzare sulla concezione della carità espressa dal Premier:  – quando c’è da far bene non mi tiro indietro”, che ha evidentemente una concezione del bene un po’, come dire, B***B*** – dice la scrittrice nel suo efficace articolo. Il passaggio di stato grammaticale più interessante e fecondo, però, è per me quello che per primo ha fatto Massimo Gramellini (su La Stampa e nel corso della trasmissione “Che tempo che fa“): da sostantivo a interiezione esclamativa (con un calco implicito su “urca”, penso io, per analogia vocalica “U-A”) parlando delle sregolatezze esistenziali del genio calcistico di Maradona come fenomeno irripetibile: “Quando infine si ritirò, tutti fummo concordi nel dire che un fenomeno mediatico come lui non ci sarebbe più stato. E invece ci sbagliavamo. B**** b**** se ci sbagliavamo.” Quest’ultimo uso ottiene la sua massima consacrazione nelle parole di Gerry Scotti, sulla stessa televisione di proprietà del Premier. Nella trasmissione Chi vuol essere milionario? (Canale 5), alla frase detta da un concorrente, “Queste cene nel Peloponneso poi finivano con atteggiamenti collettivi promiscui”, Gerry Scotti risponde: “B*** B****!!” (citato da Antonio Dipollina nella sua rubrica Dekoder). Il cerchio linguistico, dal dopocena speziato di Arcore al pre-cena del quiz televisivo, si chiude definitavamente. E la Nazione è in pace con se stessa.

Perché, in fondo, Silvio è una sineddoche, così come il termine esotico che ha portato in auge – per alcune settimane – nel degradato nostro lessico quotidiano. Quell’espressione diventa la parte (un fine serata “alternativo”) per il tutto (un fine “impero” grottesco). Che la parola passe-partout, quella in particolare, che è entrata in circolo  nel linguaggio comune e nel meta-circolo dei media (quella che sostituisce molti usi differenti, quella che allude, ammicca, che ingloba escludendo ed esclude inglobando, che si fa largo, sgomitando, nelle conversazioni, negli usi comuni, nelle battute…) sia un’infezione del linguaggio è un sintomo chiaro del disagio più generale che viviamo. I dizionari, in questo senso, possono essere anche grandi cimiteri e non solo corpi vivi: registrano ferite mortali, vittime del senso perso, usi passeggeri che testimoniano, a volte, lo “spirito del tempo”.

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