Metaletture quotidiane

Riprendo qui alcune riflessioni condotte nei giorni scorsi via mail con un’amica, Tiziana, con la quale si cercava di mettere a tema la questione se sia possibile o meno leggere un prodotto narrativo di largo consumo (i famosi “fenomeni letterari” o best seller) senza attuare involontariamente un sistema di analisi del testo di tipo pregiudicante, o comunque un tipo di lettura analitica che prende distanza dal testo per scoprirne, continuamente, meccanismi, astuzie, debolezze. E’ possibile essere semplicemente “lettori” di quesi testi e non i loro anatomopatologi? La domanda dimostra delle analogie con un altro tema ricorrente nella mia riflessione (“C’è un modo di “vivere” e basta, senza voler capire?”) La mia risposta è: sì, c’è un modo, ma non è detto che sia concesso a tutti lo sperimentarlo, e sempre. Il rapporto coi testi “fenomeno” (i libri in classifica, i best seller della narrativa) può richiamare in alcuni di noi l’atteggiamento del vivisezionista: vuoi capire come e perché funzionano, e stabilirlo passa necessariamente attraverso una quantità di variabili che in gran parte esulano da una valutazione del “valore artistico” dell’opera (l’attenzione sui titoli, sulle copertina, cioè su strategie, messaggi, richiami a tradizioni inconsapevoli che poi fanno reagire il pubblico, il mercato, in una certa direzione a volte in maniera totalmente indipendente dal valore artistico/letterario del libro….e qui si aprirebbe un capitolo a parte su quali siano i criteri storico/critici per stabilire il valore artistico/letterario di un libro, quindi sul rapporto tra ruolo della critica e pubblico, e tra pubblico e mercato…). Questo atteggiamento, di fatto, impedisce di “fruire” di quell’opera, di “usare” quell’opera per le sue finalità perché la stai “studiando” nel suo funzionamento. Un po’ come se il piacere di guidare un’auto ti fosse impedito dall’analizzare, ad ogni chilometro, le risposte del motore, i consumi, il sottosterzo, il sovrasterzo etc. etc. E magari è proprio quello che capita a un collaudatore di auto, che si chiede, scrivendo mail ai suoi amici: “C’è un modo per guidare e basta, senza voler capire?”. Read the rest of this entry »

Il registro delle misure

In questa tempesta di passato remoto in corso, la cena di classe, i ricordi, i flashback, coltivo un rammarico profondo: non riesco a ricordare, tra altre mille cose nebulosissime di allora, i miei risultati in atletica leggera. Non so cosa darei per avere il registro del professore Mereu, con segnati i nostri risultati, le nostre misure anno per anno. La corsa, il salto in lungo, il salto in alto, il lancio del peso: misure. Quelle misure, quei numeri, tempi, distanze, mi sono cari più di qualunque altro voto abbia preso a scuola nell’intero corso della mia vita, e purtroppo non li ricordo. Ma ricordo esattamente la soddisfazione nel migliorare, da un anno a un altro, anche di un decimo di secondo, o di qualche centimetro, quelle prestazioni olimpiche in miniatura.

C’era chi correva più velocemente, chi saltava più in alto, chi più in lungo, chi gettava il peso più lontano. Ricordo vagamente delle soglie, gli 8 secondi nei sessanta metri, i 4 metri nel salto in lungo. Punti di riferimento medi, ma non saprei dire quanto mi discostassi, in meglio o in peggio, da quei valori. Correvo mediamente veloce, non velocissimo. Ero leggero e correvo. 8,2 sec.? 8,3? Boh. E chi correva i 7,9, i 7,8? Piccoli Powell, Bolt ante litteram, ante anabolizzanti (ricordo nell’88, ma ero già al liceo, la finale del dopatissimo Ben Johnson videoregistrata di notte e rivista al mattino). Le Olimpiadi di Los Angeles del 1984 sono le prime che ricordo di aver vissuto con partecipazione ed entusiasmo. Mi feci comprare pure una specie di costume rosso d’atletica, che era quello usato da Carl Lewis. Per noi dodicenni Lewis fu un’epifania assoluta. Ricordo che Cristiano Bertolucci, mio vicino di casa e compagno di giochi in cortile, alunno della classe C, correva molto veloce. Un piccolo Lewis. E poi c’era un bambino esangue, quasi gobbetto, tale Brizzi, con una peluria di baffetti su un volto tristissimo, anemico, che correva più veloce di tutti, e andò ai giochi della gioventù regionali, o nazionali, forse. Un personaggio sul quale avrei sempre voluto scrivere un racconto. L’altra sera ho pure chiesto a Fabrizio Pennucci se ricordasse questo bambino, e lui non lo ricorda. Una velocità eccezionale in un fisico fragilissimo, un Mennea anemico in miniatura. Chissà se l’ho solo immaginato o se è esistito davvero.

Ricordo di non essere quasi mai riuscito a fare un salto in stile Fosbury degno di questo nome, per mancanza di coordinamento psicomotorio evidente. Mi arrangiavo con semi-ventrali d’epoca, sfruttando il fatto d’essere abbastanza alto e leggero, ma i risultati erano scadenti. Ricordo che il salto in lungo, invece, mi piaceva moltissimo, e una volta sola andai ai giochi della gioventù al campo scuola di Marina di Carrara, ma non ricordo più se per correre gli 80 metri o per il lungo. Nicola Landucci era bravo nel salto in lungo. Marco Garfagnini (futuro chef di fama internazionale) nel lancio del peso. Magari loro ricordano le loro misure. 4 e 40 nel lungo? Di più, di meno? Chissà. In quel campo scuola avrei poi passato molte ore delle estati tra i 14 e i 16 anni, rovinandomi la schiena in estenuanti partite a basket tutti contro tutti, senza limiti di età e rudezza. Meravigliose partite.

Il registro di ginnastica delle medie, con le nostre misure raggiunte anno per anno, ha nel mio ricordo un alone quasi magico: in quei numeri stanno i corpi dei bimbi che crescono, sta la bellezza dello sport allo stato puro e dell’atletica, dell’agonismo con se stessi. Non a caso il motto olimpico, in latino, incita semplicemente ad andare più veloce, più in alto, più forti. Ecco, il registro di quelle misure sarebbe per me un cimelio e un monumento, un po’ come quei segni sul muro che i genitori fanno per ricordare la crescita dei figli. Chissà se esiste ancora in qualche cassetto della Scuola Leopardi, o se è stato distrutto dal tempo.

E in quanti minuti farei adesso gli 80 metri piani?

Lo spartito delle ragioni altrui

Ascolto musica ormai prevalentemente in macchina, con gli svantaggi e i vantaggi che comporta. Un tipo di ascolto al quale mi sono sempre allenato è quello selettivo. Nel brano che sto ascoltando, sia jazz, o musica pop, o classica o qualsiasi altro genere, cerco di “dividere l’orecchio” in modo da seguire una sola linea dell’arrangiamento, o della partitura. Allora, che so, ad esempio e per citare un brano dalla costruzione molto semplice e circolare, ascoltando in auto la bellissima “Little Brown Bear” cantata da Malika Ayane e Paolo Conte (scritta dal Maestro) prima mi concentro sul basso e per tutto il pezzo faccio sì che l’orecchio presti più attenzione solo a quello, alla linea di basso, piuttosto che all’insieme. In un altro ascolto successivo (in auto ascolto sempre 3-4 volte di seguito lo stesso brano), invece, seguo i tromboni che si armonizzano tra loro; poi passo a cercare le tastiere, quindi ritrovo la batteria e la ritmica; e così, da capo, ad libitum. Dopo un po’ di esercizio si riesce ad ascoltare la musica a pezzi, in una specie di “lettura della partitura sonora”, se lo si vuole; non sempre certo, perché c’è un ascolto “sintetico”, d’insieme, che è l’ascolto naturale e proprio del godimento musicale, della Musica e non della sua analisi. Perché dico questo? Perché ho pensato che capire le ragioni dell’Altro richieda un tipo di ascolto di questo tipo qui. I motivi che stanno dentro/dietro alle vite che ci circondano sono partiture complesse, e capire i motivi degli altri (non i motivi musicali, ma i moventi che determinano comportamenti, stati d’animo, scelte e idee degli altri, o dell’Altro) richiede di ascoltare in sequenza tutte le parti che quei motivi compongono. La metafora dello spartito, e della lettura della partitura sonora, rende bene, per me, la complessità che ci si presenta ogni volta in cui tentiamo di capire qualcuno.

Constatazione amichevole d’incidente comunicativo

L’idea è che, sempre più spesso, al proliferare degli scambi di comunicazione sintetica e breve (sms, mail, twitter, status di Fb, commenti etc.) si vada incontro ad un aumento di “incidenti” comunicativi: ci parliamo di più, è vero, ma ci fraintendiamo con più frequenza e probabilità. Ecco allora l’idea di un modulo di constatazione amichevole: ci si ferma, un momento, sul bordo della strada conversazionale (immersi come siamo permanentemente in autostrade conversazionali, digitali e non) e ci si spiega nelle rispettive ragioni: io venivo da destra, tu forse avevi la visuale semicoperta, e non potevi vedere e così via. Fermiamoci un attimo e spieghiamoci. Non sempre accadono incidenti, per fortuna, e il senso viaggia spedito tra un emittente e l’altro nei multicanali che il presente ci offre. Ma cosa genera questi incidenti, scarti di comprensione, misunderstanding, fraintendimenti inattesi, equivoci (aequi-vocus, le voci uguali nei bit)? In genere, io credo, siano dovuti a una mancata conoscenza/comunicazione degli elementi di contesto. Concentrati – o spinti – nella produzione/ricezione di significati, ci dimentichiamo a volte di specificare il contesto nel quale quel significato è collocato. Con contesto intendo sia un “ambiente semantico”, o un codice (sto facendo una parodia, sto usando un linguaggio tecnico, sto giocando, sto scherzando, sto citando qualcuno…) sia un “ambiente fisico” (sono al cesso, sono in autostrada e scrivo sms mentre vado a 150 orari, sono in coda alle poste e controllo fb sul palmare, rispondo al telefono facendo acrobazie…).

Se ci pensate, la forte spinta all’uso dei social network “in mobilità” (spinta di mercato, di media, strumenti/stili di vita, bisogno indotto ma anche gadget sottocutaneo) è esattamente una totale rimozione del contesto: tu puoi (devi) comunicare ovunque ti trovi e qualunque cosa tu stia facendo. Il contesto non conta, non conta comunicarlo né allegarlo ai significati in alcun modo. Facebook segnala quali messaggi, elementi, provengano da un “caricamento” tramite “Facebook mobile” (o facebook per Iphone) ma anche quella specifica, alla fine, funziona da spot permanente, allusivo, suadente, verso un preciso utilizzo del mezzo, estensivo. La mia tesi, detto in breve, è questa: possiamo dirci tutto, sempre, in ogni istante e da qualsiasi contesto. Ma le possibilità di “capirci”, di “com-prenderci”, mi pare, diminuiscono drammaticamente, col passare del tempo. Da qui l’idea del modulo per gli incidenti comunicativi. Ci fermiamo un momento a parlare e ci spieghiamo: dunque, io venivo da destra, avevo la precedenza, ma forse tu in quel momento avevi la visuale coperta, o forse eri tu che avevi la precedenza e io non me ne sono accorto…

Smaltimento ingombranti emotivi

La raccolta differenziata sta facendo passi da gigante, e in alcune realtà urbane non ci si accontenta più di separare organico, carta e plastica. Al servizio di recupero a domicilio degli ingombranti, divani consunti, lavatrici scassate, monitor monocromatici, reti senza doghe, materassi bucati, poltrone gialle damascate, cucinotti e tavoli in fòrmica (la fòrmica, come avrete notato, è la regina dei rifiuti ingombranti lasciati per strada a impreziosire sotto l’acqua…), si è aggiunto, in certe città, un innovativo sistema di smaltimento rifiuti: gli ingombranti emotivi.

La sera, così, chi vuole può uscire dal portone di casa e depositarvi lì accanto, sul marciapiede: i sensi di colpa, le remore, le timidezze paralizzanti, le compulsioni, le paure irrazionali, i complessi, le rimozioni consapevoli e quelle inconsapevoli, le rabbie represse, gli egocentrismi, le dipendenze, le immolazioni, le rinunce, i meccanismi di copertura, i falsi ricordi, gli incubi, i Sé divisi e indivisi, i pezzi dei puzzle identitari di cui si è perso il disegno, o di cui non si è mai avuto un disegno di riferimento, le auto-aspettative deluse, le etero-aspettative castranti, i rimorsi, i ricatti morali, quelli affettivi, i postumi da genitori anaffettivi, le manie, le frenesie, le ansie e le angoscie di varie taglie e colori, i “calcoli renali” dell’inconscio, le reti arrugginite del subconscio, i cardini cigolanti del Super-Io…

Sarà poi sua cura, sempre per chi vuole e, soprattutto, riconosca di avere “in casa” degli ingombranti emotivi, appoggiare un cartello, o un pezzo di carta, sopra la massa di cui si è deciso di disfarsi, cartello indirizzato alla Federazione Rifiuti Emotivi Urbani Domiciliari (F.R.E.U.D.) che l’indomani, o nei giorni a seguire, passerà a ritirarli con un apposito camioncino, guidato da abili psiconetturbini, in guanti gialli disneyani, per “conferirli in discarica”. Nessuno, di norma e a ragione, per la famosa regola NIMBY, vuole avere nelle sue vicinanze una discarica di ingombranti emotivi. Non perché siano maleodoranti, no. Gli ingombranti emotivi non emettono odori, se ne possono stare dove stanno, in casa, quieti e silenziosi, mimetici e inerti, per una vita intera, per molte vite intere, traversando alberi genealogici completi, come arazzi appesi al muro che osservino il susseguirsi delle generazioni. Ma sono tossici, altamente tossici. Appartengono, per intenderci, alla categoria dei “rifiuti speciali pericolosi“, come i solventi, gli oli esauriti, gli scarti dei processi chimici o di raffinazione del petrolio. Perché prima di portare fuori dal portone di casa un ingombrante emotivo c’è sempre una qualche forma di “raffinazione chimica”, rinnovamento, di se stessi. E certi ingombranti oppongono pure resistenza, si attaccano agli stipiti delle porte mentre tu cerchi di farli uscire fuori. Poi dalla finestra, una mattina qualsiasi, vedi il camioncino che se li porta via. E inizi a stare meglio.

Aggiornamento:
Brunella/Flounder mi ricorda che anni fa, durante Scritture di Strada, venne realizzato proprio uno “smaltimento rifiuti” simile a quello descritto qui. Doveva essere stato un ricordo inconscio, quindi, quello che mi ha fatto scrivere. Ecco una foto del riciclo di materiali rischiosi, ed un’altra, analoga, realizzata a Torino

La cena delle medie

Tramite Facebook, che in questo caso funziona secondo il suo specifico originario, si sta organizzando una prossima cena con la classe delle scuole medie. Inaspettatamente, un intreccio fitto di messaggi e ricordi ha preso a circolare tra un piccolo nucleo di componenti della classe, contagiando via via un certo entusiasmo nella riscoperta di persone dimenticate, conosciute e riposte nell’archivio del vissuto, del passato. Ma vi è sempre, nelle nostre vite, una quantita di passato “che non passa”, che poi è il motivo del fascino esercitato dalle narrazioni che propongono mondi possibili e salti temporali (“Ritorno al futuro”, “Sliding doors” etc.) così come da quelle che si chiamano “ucronie“, invenzioni che, detto sommariamente, ipotizzano svolgimenti alternativi dei fatti storici. Incontrarsi dopo 25 anni espone certo al rischio di non riconoscersi, non riconoscere gli altri ma anche se stessi nel ricordo degli altri. Un po’ come accade al protagonista di quel film che cito sempre, soprattutto in questi giorni, dove Bruce Willis non riconosce il sé bambino che lo viene a trovare dal passato (film che già citavo parlando un giorno del matteo del liceo). Read the rest of this entry »

L’orchestra è andata avanti, nessuno ha visto…

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Un mio amico fine letterato, che mi ha chiesto di mantenere l’anonimato avendogli preannunciato questa mia riflessione scritta e che, per comodità, chiamerò “il Sebastiano Timpanaro di San Vincenzo” (per le comuni iniziali S.T.), qualche anno fa mi raccontò di una sua passione insana, da me subitamente condivisa e apprezzata: i manifesti delle orchestrine di provincia, da dancing e balere, affissi lungo le strade della campagna toscana, nei nostri piccoli borghi, lungo le comunali e le provinciali dimenticate. I nomi improbabili, le foto ridicole, una patina di passato, di fame, di ridicola melanconia ammantano quelle locandine che, agli occhi di S.T e miei, comunicano l’esatto contrario di quanto vorrebbero comunicare, collocandosi ipso facto nella grande, e un po’ indistinta, categoria del “trash“. Read the rest of this entry »

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