Il “monologo corale” de “Li Romani in Russia”

Sopra il “Palco della Memoria“, al Palazzo Mediceo di Seravezza, Simone Cristicchi ha dato una grande prova d’attore portando in scena il poema di Elia Marcelli Li Romani in Russia, un progetto lungamente coltivato, e ancora in fase di evoluzione e aggiornamento, che debutterà nel prossimo autunno sotto la regia di Alessandro Benvenuti. Simone ha ammutolito, commosso, divertito, entusiasmato un pubblico molto attento e per niente sorpreso nel ritrovare uno tra i più orginali cantautori italiani nelle vesti di un fante alle prese con la campagna di Russia e con la tragedia della ritirata tra le nevi del 1943. Simone, ormai, sorprende senza sorprendere. E’ il tema della credibilità. Non dell’impegno. La grande forza del testo di Elia Marcelli viene, infatti, amplificata dall’incontro con la voce (intesa sia in senso letterale sia in senso di “voce poetica”) di Simone, con la credibilità della sua voce.

Attore naturale, nutrito dalla musicalità del romanesco e a suo agio all’interno delle ottave in rima (grande prova di memoria e lucidità interpretativa), Simone dà vita a un “monologo corale“. I vari personaggi del testo non sono mai raggiunti attraverso tipizzazioni caricaturali, mai macchiettistiche, ma per sfumature di tono, di timbro (Simone è un musicista vero), di “colore”: tu vedi in tre dimensioni questi derelitti, vedi l’autorità cieca che li manda a morte certa, o quasi, vedi le madri e le fidanzate che li salutano straziate dal cimitero del Verano, davanti alla stazione ( i “partiti” e “i partenti”, passato e destino futuro che si saldano macabramente in un cerchio, crudelmente ironico), vedi Juliana uccisa dal cecchino, vedi gli asini sventrati per riscaldarsi dentro le loro viscere, vedi i prigionieri, senti la neve e il ghiaccio staccarti la pelle dalla faccia e mangiarti i piedi, e tutto ciò accade solo per la magia dei versi, delle rime, dell’evocazione che la luce dentro una voce – quella di Simone – riesce a sprigionare, calamitando la tua attenzione per un’ora e mezza di monologo fitto, dove si ride e si piange. Lo spettatore non si perde mai nel corso della narrazione, aiutato anche dagli stacchi preregistrati, tra un quadro narrativo e l’atro, tra gruppi di ottave, di una voce stentorea e fiera, tipica dei bolletini della radio del regime (l’ottimo Gabriele Ortenzi, autore tra l’altro delle musiche originali dello spettacolo, in un mix di temi ora più descrittivi – soprattutto all’inizio, vicini alla tavolozza di un Nicola Piovani – ora più rarefatti e drammatici, ed “elettrificati” – per rendere la morte che aleggia ovunque tra la neve). Il romanesco, poi, consente un’autenticità di approccio che lega insieme solennità e popolaresco: la lingua ufficiale (l’italiano) la lingua dei comandi militari, dei bollettini tronfi del regime, dei proclami assurdamente trionfalistici, è la lingua che maschera ogni verità, è il fiato di morte che appanna il vetro delle verità. Il dialetto è il disvelamento, è la vera lingua-madre, nutrice, è lingua viva e vitale, onesta. Il romanesco, in quanto radice-nostalgia di questi romani in russia, è il metro col quale misurare davvero la realtà e riportarla a vera possibilità di comprensione.

E’ quindi una scelta espressiva non accidentale rispetto all’opera di Marcelli, e la credibilità di tono, di luce della voce (di per sé già molto duttile) di Simone (romano, romanesco) viene esaltata da questa lingua viva, capace di smascherare l’essenza delle cose (l’atrocità della guerra, l’assurdità della morte, la retorica religiosa della guerra giusta, la cialtronaggine di un regime, quello fascista, contraddittorio e carnefice di più d’una generazione di giovani…). Il pubblico di Seravezza, ma anche di altre felici messe in scena recenti del monologo (vedi ad esempio Viterbo) ha capito, ha apprezzato con intensità l’intensità che riceveva, è entrato nella voce, nel monologo corale, tributando, in piedi, a Simone, un lungo applauso finale. La necessità della memoria, come elemento fondante per ogni ricerca di senso nel presente, rimane uno dei temi guida del percorso artistico di Simone Cristicchi. E sono davvero felice di poter condividere con lui, insieme a molti, questo percorso, da spettatore e da amico.

Approfondimento: Simone Cristicchi parla de Li romani in russia (video)

3 Responses

  • Hai ragione, Matteo.
    Anche a Brugherio fu così, come scrissi sul Blog senza lacci.
    E pur avendo assistito ad una sorta di “data zero” già di per sé ammaliante, devo dire che con le musiche di Ortenzi è davvero qualcosa di ancor più trascinante…

  • Ciao Matteo,
    semplicemente stupenda recensione … mi hai fatto tornare le lacrime!!!
    un bacio alla piccola … a presto!
    Simone

  • Ho letto iltuo bellissimo resoconto Loh, e ho visto che ci sono molti punti di contatto col mio. Lo spettacolo, vuol dire, ha una reazione univoca e molto immediata. Un saluto

    Ciao Simone P.:-) un saluto a te

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