Esco a cena, in pizzeria, con una coppia di cari amici, Tiziana e Simone. Parcheggiamo a qualche passo dal locale, camminiamo conversando lungo il marciapiede, in via Cattaneo, a Pisa. E’ una sera di agosto, non troppo calda, non troppo umida. Una sera dove si cammina bene per strada, e si conversa bene camminando per strada, che la strada non ti sembra mai troppo lunga per quanto si sta bene a conversare camminando per strada. Di fronte a noi, in lontananza lungo il marciapiede, si avvicina a grandi passi un folle: un giovane folle, alterato. Alterato di sé, da sé, monologante ad alta voce. Giovane, pelato, vestito con una maglia chiara, sportiva, scarpe da ginnastica, jeans corti al ginocchio. Arrossato dal sole e ancor di più dall’essere folle, auto-alterato dal monologare concitato ad alta voce, quasi rabbioso nel suo itinerario, spedito lungo il marciapiede come un proiettile, folle, contro noi tre che procediamo lentamente, conversando, verso la pizzeria. Simone lo nota prima di me e Tiziana, si allerta. Il folle ci fa sempre allertare, per strada. Sono riflessi condizionati che abbiamo tutti quanti, meccanismi difensivi che si attivano spontaneamente; da un lato per istinto di sopravvivenza (valutare il più rapidamente possibile se una persona, un folle che ci si fa incontro, è potenzialmente portatore di pericolo per la nostra incolumità); dall’altro per esorcizzare il folle che sta dentro ognuno di noi, e rispetto al quale non sapremo mai sondare completamente lo spessore dell’intercapedine interna che ce ne separa, che separa noi stessi dal noi stessi-folle. Proseguiamo a conversare mentre il meteorite rosso e monologante si avvicina alzando la voce. In questi casi ognuno di noi aggiunge sempre un surplus di indifferenza a quella che abitualmente impieghiamo nello sfiorare gli estranei sui marciapiedi, ignorare un folle implica sempre quella specie di atteggiamento che si riserva ai randagi feroci: li si ignora con massimo impegno nella speranza di essere, a nostra volta, ignorati.
Ma è nel momento in cui il folle ci attraversa, ci sfiora, ci passa accanto, rosso, alterato, scavalcando in una frazione di secondo Simone, Tiziana e me, che la sua figura di folle si rivela nella sua vera natura di “profeta”. Nell’esatto istante, decimo di secondo, in cui lui si trova in mezzo a noi, affianco a noi, prorompe in una sonora dichiarazione: “Perché a noi delle poesie non ce ne frega un cazzo!!“. E poi prosegue spedito, come un proiettile, alle nostre spalle. Noi tre ci guardiamo, ammutoliti. Poi scoppiamo a ridere, perché riconosciamo immediatamente la natura profetica, allucinatoria, filmica, tragica e comica insieme del fotogramma nel quale abbiamo, inconsapevolmente, appena recitato. Io scrivo poesie (ci provo), Simone è un italianista e la poesia è per lui materiale inesauribile di studio inesausto e anche esercizio personale, Tiziana scrive e ha scritto libri di arte e teatro, quindi di mondi poetici. Il profeta paonazzo aspetta di incrociare tre quiete persone che affidano al concetto di poesia una qualche rilevanza nel mondo e nella vita per rivelare loro un’orrenda verità: “A noi delle poesie non ce ne frega un cazzo!!”. Ma a noi chi? A noi folli paonazzi, proiettili di monologhi sparati a voce alta sui marciapiedi estivi? A noi Dei Ulteriori di un Olimpo pagano dove i folli sono gli unici veri profeti? E se quella frase fosse stata, invece, rivolta unicamente a me? Se quel folle fosse venuto al mondo unicamente per incrociarmi in quel marciapiede, in quella sera di agosto, in quella frazione di secondo, e comunicarmi – mica tanto obliquamente – che è meglio che la smetta di provare a scrivere poesie? Sì, penso che sia così, esattamente così. Ma penso anche di essere lo stesso – a torto o ragione - un “poeta”, proprio perché riconosco la natura profetica di quel folle sconosciuto che, proprio nel suo essere un po’ folle e profeta è, egli stesso, poeta. Del resto l’etimologia è sempre un serbatoio di verità. Un profeta è proprio colui che parla davanti, davanti alle persone e anticipando il tempo. La natura profetica del dire poetico è oggi forse meno percepita, ma è uno dei tratti che accompagnano, a mio modo di vedere, il fare poesia in ogni tempo (e, in omaggio al Ticciati Simone, citerò qui, doverosamente, Patmos). C’è nella poesia un farsi indovini del tempo, un anticipare le sensibilità, i cataclismi dell’etica, del gusto, dei linguaggi in evoluzione, c’è un gridare, un alzare la voce, un sovvertire gli ordini, uno scardinare il possibile reinventandolo, un usare le parole come materiale da costruzione e non da costrizione. Per questo il poeta, a volte, è proprio come un folle che parla da solo lungo un marciapiede. Ogni tanto incontra qualcuno, e gli urla sul viso la sua profezia, quella che gli appartiene singolarmente, gli anticipa le parole che la vita poi gli renderà un giorno, per altra voce, per altra mano, per altra occasione: “Perché a noi delle poesie non ce ne frega un cazzo!!”. E proprio per questo, io, devo continuare a scriverne.

A me è sembrata una situazione a metà tra il teatro dell’assurdo (e magari, magari!, era un attore del “Canovaccio”, prezzolato all’uopo) e Kafka.
Anzi, ora che ci ripenso, l’ho vissuta – e la vivo tuttora – meno come una profezia che come una condanna.
Ecco, siamo condannati (noi sì) alla poesia e, per ciò stesso, al vaniloquio.
Quel p(aon)azzo ci era destinato da millenni.
Sì, è così: una profezia che ci condanna. Perché il pazzo che ci era destinato, che era lì solo per noi in quell’istante (come appunto il guardiano della porta nel racconto “Davanti alla legge” di Kafka, che evochi) siamo noi stessi. Non siamo meno pazzi di lui, a ben guardarci
[...] mese di agosto avevo scritto un piccolo pezzo, Perché a noi delle poesie…, nel quale raccontavo un aneddoto buffo capitato una sera per strada, insieme a dei cari amici. Il [...]