Unhappy meal

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Ormai so tutto dell’happy meal. Anni fa ci avevo scritto sopra una poesia*, una poesia anti-mcdonald che parlava proprio del cestino per bimbi, col giochino incorporato. E’ sempre stato troppo facile parlare male dei mcdonald. Esiste una letteratura sociologica, semiologica e antropologica cospicua intorno all’emmona gialla bovinocentrica. Senza citare quel film-documentario, “Supersize me“. Se cerchi mcdonald su wikipedia ci trovi pure citate le polemiche per l’apertura recente di una filiale a pochi passi dalla torre di Pisa. Ecco, io vado lì, da solo. Una volta a settimana. A volte due. E’ uno dei luoghi più tristi che abbia mai frequentato. Anche se so che è tutta una tristezza proiettiva, simbolica: sovrappongo al luogo la tristezza del motivo per il quale frequento quel luogo. Ormai so tutto dell’happy meal. E so molte cose anche sui frequentatori dei mcdonald. Almeno di quelli che incontro io lì la sera. Una sera c’era una ragazza obesa, in coda davanti a me. Ha preso un cheesburger, 1 euro. Poi l’ho osservata stazionare nella piazza fuori dal locale, inquieta, imbarazzata. E rientrare, per rimettersi in coda, dopo circa un quarto d’ora. Mi ha dato una forte sensazione di tristezza, e solitudine. Una volta avrei scritto la categorizzazione di tutti i tipi di clienti che ho studiato nel corso del tempo, ma ora sono molto stanco, mentalmente, e anche la scrittura ne risente. La tipizzazione mi rimane in testa e non finisce nella tastiera. Un domani, forse. Read the rest of this entry »

Moderno Hotel

Il diplomatico svizzero scende da una berlina nera di lusso, nel sedile del passeggero una donna, di lusso, che ripartirà poco dopo al volante lasciandolo a prenotarsi una camera, che lui sperava per due fino a qualche istante prima. Ha un volo il mattino presto, forse dall’aeroporto militare. Vuol pagare con una banconota da duecento euro. E’ notte piena. Non c’è il resto.

La ragazza portoricana ha troppa cipria, fianchi molto ampi e un bel sorriso a denti bianchi. Un gruppo di famiglia, vacanze in europa. Chiede la connessione wi-fi, un’ora 3 euro. E’ notte sempre più piena, fa molto caldo. Sale le scale, le ridiscende. Forse inciampa. Il suo sovrappeso è suadente, comunque. Come i fianchi e pure la troppa cipria sull’incarnato ambra. Ma i denti le fanno un bellissimo sorriso bianco.

Un gruppo, forse sudamericano e dotato di un esotismo già troppo sudato e geograficamente non identificabile, entra caracollando, con bottiglie di liquori a forme strane. Chiedono ghiaccio. Non ce n’è. Sorry.

Il tipo pelato e atletico, allampanato (slavo? inglese?) scende da un SUV giapponese. Chiede una stanza. La vuole vedere. “Many train?” “Cosa?” Forse vuol sapere se di notte passano molti train. No, non molti. Torna al SUV. La camera non deve averlo convinto. Parte a razzo, quasi sgommando.

Un’esile tardo-adolescente bruttina, naso semitico?, sgattaiola in minigonna e maglia corta turchese su per le scale senza passare dalla portineria, alla quale dedica solo un’occhiata traversa e colpevole. Non si saprà mai la sua destinazione né la sua determinazione a delinquere.

Nel mentre, tre amici occasionali osservavano tale viavai con compiaciuto disincanto.

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