Nelle mie scarpe

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Non è la prima volta che fotografo un paio di scarpe abbandonate. Continuano a sembrarmi una tipologia di scarto, di “rifiuto urbano”, del tutto atipica, simbolica e altamente narrativa. Il prima, il dopo e i perché di un paio di mocassini seminuovi abbandonati (come quelli che ho incontrato questo pomeriggio, nella foto qui sopra) intrecciano una storia,un giallo?, o forse la semplice tristezza di un barbone distratto, o la tristezza implicita data dall’allusione nascosta nell’immagine (un suicida nel fiume, lascia le scarpe, inutili), o la dimenticanza di un turista ubriaco, o il furto notturno tra abitanti di strada.

Le scarpe, ordinatamente allineate accanto al cestino dei rifiuti, sono un’incongruenza che attira l’attenzione (e la fantasia) in modo irresistibile. E ancor più come incongruente si afferma, catalizzando quindi lo sguardo, il buono stato di conservazione dei mocassini stessi rispetto alla sorte di dispersi, di “ri-gettati”, naufraghi di strada. Occorrerebbe forse pensare all’espressione “in someone’s shoes” (dentro le scarpe di qualcuno) che è un equivalente del nostro “mettersi nei panni di qualcun’un altro” per capire le radici di questa attrazione? E come si fa a mettersi “nelle scarpe” di qualcuno che quelle scarpe le ha perdute?

Rimane al fondo di ogni spiegazione
l’angoscia gialla d’una sparizione:
la traccia che ha lasciato l’assassino
sta forse nel perduto mocassino?

E’ Cinderella a darci cognizione:
per una scarpa avviene l’agnizione.

6 Responses

  • Strappate a una scarpiera o ad un solaio,
    derubricate a pacco per la Caritas,
    per poco un hobo fu il loro destino:

    già ripudiate, tra piscio e cestino,
    s’offrono al nostro sguardo come vanitas.
    Oggi piange in ognuno un calzolaio.

  • bellissima l’immagine dell’hobo (e la parola “hobo”!). Ottimo Caritas/Vanitas che fa rimare due concetti opposti (mi sbaglio, però, o quella sillaba in più sfora l’endecasillabo?) :-)

  • Mi perdoni, prode Pelliti, ma lo schema metrico-ritmico è impeccabile: non solo sono tutti endecasillabi (la tònica, la tònica! le ricordo il caso estremo dell’endecasillabo di Boito “Sotto la penna, ovvero stalagmitificanomisi”), a norma di sinalefe, ma il piede (non a caso, non a caso!) della prima terzina è studiatamente giambico, mentre quello della seconda vira decisamente verso il trocaico-dattilico a pro dello scioglimento solenne dell’ultimo a maiore. Le accludo per maggior completezza lo schema ritmico:

    2-6-(8)
    4-6-8
    2-4-6

    1-4-7
    1-4-6-(8)
    1-3-6

    ;-)

  • Mi arrendo oh colto tosco che mi scrivi:
    io batto con le dita il tavolino
    e computo le sillabe alla buona.

    Ma tu, che leggi e studi all’ora nona,
    insegnami dappresso, oh Dio bonino!,
    le Lettere nel modo dei convivi.

  • Chi è poeta deve professare la poesia, riconoscere il proprio lavoro, parlare di metrica – e non attribuirsi voci misteriose. Un’immagine, una rima che si rivelano… Ma se la poesia non si desse per una logomanzia potrebbero mai tollerarla gli uomini? (Valery)

  • Poiché lo sottoscrivo scrivo sotto
    al Paul che che tu mi evochi, opportuno,
    la voce di Edoardo appena andato:

    “poesia, arte di quel che è ricordato,
    spartito interpretabile da ognugno,
    pastiche, contrainte, insomma un gran casotto”*

    *(http://www.oplepo.it/Biblioteca%20Oplepiana.html)

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