
Non è la prima volta che fotografo un paio di scarpe abbandonate. Continuano a sembrarmi una tipologia di scarto, di “rifiuto urbano”, del tutto atipica, simbolica e altamente narrativa. Il prima, il dopo e i perché di un paio di mocassini seminuovi abbandonati (come quelli che ho incontrato questo pomeriggio, nella foto qui sopra) intrecciano una storia,un giallo?, o forse la semplice tristezza di un barbone distratto, o la tristezza implicita data dall’allusione nascosta nell’immagine (un suicida nel fiume, lascia le scarpe, inutili), o la dimenticanza di un turista ubriaco, o il furto notturno tra abitanti di strada.
Le scarpe, ordinatamente allineate accanto al cestino dei rifiuti, sono un’incongruenza che attira l’attenzione (e la fantasia) in modo irresistibile. E ancor più come incongruente si afferma, catalizzando quindi lo sguardo, il buono stato di conservazione dei mocassini stessi rispetto alla sorte di dispersi, di “ri-gettati”, naufraghi di strada. Occorrerebbe forse pensare all’espressione “in someone’s shoes” (dentro le scarpe di qualcuno) che è un equivalente del nostro “mettersi nei panni di qualcun’un altro” per capire le radici di questa attrazione? E come si fa a mettersi “nelle scarpe” di qualcuno che quelle scarpe le ha perdute?
Rimane al fondo di ogni spiegazione
l’angoscia gialla d’una sparizione:
la traccia che ha lasciato l’assassino
sta forse nel perduto mocassino?E’ Cinderella a darci cognizione:
per una scarpa avviene l’agnizione.

