Non sono capace di scrivere una recensione, un saggio, una lettura critica de “Il mio nome è legione” di Demetrio Paolin. Ne potete trovare di bellissime e ponderosissime nella rassegna stampa cartacea e on line del libro. Quindi posso solo provare a spiegare perché non ne sarò capace e, spiegandolo, dire qualcosa del libro. La prima cosa che mi viene in mente è che io non so niente di “Demetrio Paolin”, e non so niente del protagonista del libro, Demetrio; allo stesso tempo so molte cose, o alcune cose, di Demetrio Paolin, perché ci conosciamo e ci raccontiamo le rispettive visioni del mondo da anni. Ma il libro in questione non è autobiografico, non è nemmeno un “oggetto narrativo urgente”. Il tema del confine biografico è però presente e l’autore, in un’intervista, lo risolve così: “Ovviamente molte delle esperienze che Demetrio vive sono le mie, alcune vissute direttamente altre vissute indirettamente. Credo che il nodo stia e nella scelta di quale delle esperienze vissute raccontare e quale no e nel tipo di linguaggio che ho deciso di usare.” (intervista a cura di Barbara Gozzi tratta qui – intervista nella quale, ahimé, l’autore spiega davvero troppo del libro, e del suo processo compositivo, togliendomi tutto il gusto di esercitare, qui, le mie abilità esegetiche più proprie…).
Inoltre, io ho accesso mio malgrado ad una meta-biografia dell’opera, perché negli anni passati ho letto frammenti, materiali preparatori, idee che poi sono diventate “Il mio nome è legione”. Leggendo il libro, così, io non sono interessato a sapere cosa Demetrio Paolin ha vissuto di quello che “Demetrio Paolin” ha scelto di raccontare attraverso le prose in terza persona del protagonista “Demetrio P.”. La mia curiosità si concentra piuttosto sul meccanismo di collezione, conservazione e revisione che ha portato una certa massa di ritagli, abbozzi, prove a diventare un libro. Questo libro. Un libro è sempre una forma di “dispositivo”, di meccanismo (un po’ come un segreto). La seconda ragione della mia impossibilità è che le allegorie di Demetrio mi spingerebbero non tanto a commentare esteticamente i risultati della sua scrittura, quanto a confutare la personalissima teologia che scorre – SEMPRE – dentro le sue narrazioni. Se per il suo precedente racconto, “Il pasto grigio” (Untitled Editori, 2006), mi ero divertito ad accusarlo d’essere un eretico “origenista” (il corpo come castigo), qui si potrebbe azzardare un cripto-manicheismo (equipotenza del Male) nella struttura metafisica che il Demetrio narrato fa propria sostanza e sostanza della propria possibilità stessa di esistere e di essere “salvo”. Tanto che, mentre leggevo, ho iniziato a sostituire la parola “Bene” ogni volta che il protagonista evocava il concetto di “Male”, e il ragionamento “funzionava” perfettamente, in maniera equipotente. Poi, con mio grande stupore, scoprirò che sarà lo stesso protagonista a suggerire l’esperimento di questa sostituzione “ontologica”, (p. 127) quando spiega, in una lettera allo scrittore Dominici, perché il male sia “la sua grazia”.
Non posso scrivere una recensione di questo libro perché l’autore, dall’interno, mi dà già troppe spiegazioni. E il meccanismo-libro (questo, che io ho visto cambiare negli anni, come una pianta) ogni tanto s’inceppa. L’imperfezione salvifica che l’autore stesso introduce è, per me, il troppo che lui mi “spiega”. Ogni tanto, infatti, in mezzo alla pagina, compare un piccolo pulpito di marmo. Molto barocco. Un pulpito in scala, un origami di carta che apre la pagina-narrazione in due, come un fiore, come uno di quei libri tridimensionali dove si alzano castelli, casette, animali. Ecco, quando Demetrio ci/mi spiega lo statuto connaturale ed equipotente e salvifico del male di cui noi tutti siamo impastati, oppure quando (come a p. 103) mi rivela che “è solo morendo gli uni agli altri che si diventa padre e si diventa figlio“, io vengo distratto dal pulpito di carta, in scala, in mezzo alla pagina ed esco dal racconto. Mi fermo. Perché non è un pulpito vero, come quello del Duomo in cui finisce Joseph K.; e, d’istinto, da lettore, da lettore e da filosofo, vorrei tirargli un aeroplanino di carta e dirgli: rimettiti a raccontarmi la storia che vuoi raccontarmi, che SAI raccontarmi! Oppure mi viene in mente la voce di Fellini, che raccontava come i suoi primi produttori gli implorassero dei finali con almeno un “raggio di luce di speranza” (la traccia audio si trova nel disco del “Concerto fotogramma” di Piovani ed è tratta dal film “Intervista”).
Non posso scrivere una recensione che dica come il libro di Demetrio parli universalmente a tutti noi, del nostro male, semplicemente perché non lo credo. Ma la letteratura non è confutabile. E la filosofia e la poesia seguono, forse, altre traiettorie rispetto alla narrazione. Io posso solo dire che il libro di Demetrio è un libro che mi parla, mi interpella. Come mi parla la sua visione (implicita e testuale) dell’ecografia di un feto (p.135) e la dedica del libro (esplicita e para-testuale) a sua figlia, che ha pochi mesi meno della mia. Alla fine per me questo libro di Demetrio rimane una specie di diario, davvero un po’ come il film “Intervista” di Fellini (chi lo conosce sa quanti piani narrativi contenga e come siano intrecciati tra loro): è il diario di tanti temi che spingevano per diventare autonomi “libri”, autonome storie, e che hanno preso a spintoni Demetrio per anni: scrivi di me, scrivi di me, raccontami!! C’è il libro del rapporto tra due fratelli, c’è il libro su Erika, l’assassina di Novi Ligure (la ragazza) – Erika è Irak ha sintetizzato per anagramma in una poesia Valerio Magrelli, un Irak domestico e interno – c’è il libro su Tomacek, c’è il libro sulla morte del padre, c’è il libro del rapporto col femminile e con la madre, c’è il rapporto tra metropoli e periferia, tra urbanità e legge naturale della campagna…. e tutti questi libri diventano, in questo, come corde che ispessiscono il canapo. E questo canapo è il tipo di voce-corpo-scrittura sul quale ha scelto di camminare Demetrio Paolin facendo lo scrittore.
Per ultimo, non posso scrivere una recensione di questo libro (ma ne potrete comunque trovare per fortuna di bellissime e inarrivabili per me, davvero) perché io sarei tentato di riconnettere ogni “nevrosi” del racconto ad altre cose scritte da Demetrio, come se tutto quello che lui scrive (il suo blog che ho frequentato per alcuni anni, i suoi interventi critici, i romanzi, i racconti, le nostre lunghe mail di un tempo, la frammentarietà delle chat…) fossero un unico discorso continuo, ininterrotto, con stazioni di sosta riconoscibili e una vera e propria “metafisica” sottostante. Così rinuncio a scriverla questa recensione e aspetto Demetrio alla prossima fermata.

[...] Il male ontologico e manicheo di Demetrio Paolin Non sono capace di scrivere una recensione, un saggio, una lettura critica de “ Il mio nome è legione †di Demetrio Paolin. Ne potete trovare di bellissime e ponderosissime nella rassegna stampa cartacea e on line del libro. Quindi posso solo provare a spiegare perché non ne sarò capace e, spiegandolo, dire qualcosa del libro. blog: Colti sbagli | leggi l’articolo [...]