E tu che hai studiato…

La poetica matrimoniale di Paolo Conte ha un contraltare simmetrico non tanto in quella degli “amanti“, quanto in quella del “celibato”. La dialettica amorosa del personaggio principale di molta della produzione contiana (nelle sue stesse parole: l’uomo del dopoguerra italiano che deve ricostruirsi un’identità un linguaggio, una faccia, un mondo…) è uno scapolo. Lo scapolo (vedi la canzone omonima del 1974) è la base del prototipo maschile contiano simboleggiato poi da una figura mitizzata (e autobiograficamente identificabile) nello zio (vedi la canzone Lo zio). Personaggio-simbolo protagonista di buona parte delle prime canzoni di Conte, lo zio è un punto di riferimento emotivo a metà strada tra il genitore e il fratello maggiore depositario dell’esperienza e della messa in contatto – pre-coniugale – del maschile col mondo femminile (vedi La topolino amaranto, Avanti Bionda, Wanda, Macaco, L’Avance, Sparring Partner..tra le altre)

Da questo punto di partenza l’approdo coniugale del maschile è sempre, o quasi, una specie di naufragio. La famosa incomunicabilità uomo/donna (costata spesso a Conte l’etichetta di seduttore-misogino) tradizionalmente simboleggiata dalla moglie austriaca de “La ricostruzione del Mocambo” (…ora convivo con un’austriaca/ ci siamo comprati un tinello marron/ ma la sera tra noi non c’è quasi dialogo/ io non parlo il tedesco/scusa perdon...) si presenta come un dato ineliminabile del tentativo – generazionale o universale che sia – di ri-comprensione reciproca tra due mondi distanti. In questo senso tutta la pluriennale quadrilogia del Mocambo (La ricostruzione del Mocambo, Sono qui con te sempre più solo, Gli Impermeabili, La Nostalgia del Mocambo) è anche una sorta di “saga coniugale”, fatta di sconfitte ma anche di fedeltà reciproche, di incomprensioni e sopportazioni e distanze insanabili (Quando parli tu è per giudicarmi/e la mia disgrazia per rinfacciarmi/e siccome so già le banalità che ami tu/mi chiudo in me sempre di più”, Sono qui con te sempre più solo).

Se, come abbiamo visto, gli amanti vivono più facilmente scenari cinematografici perché l’essere amanti è già “film”, cinema proiettato in un “altrove” sognato o desiderato, la condizione matrimoniale si affaccia da subito nella poetica contiana in ambientazioni più terrenamente “piccolo-borghesi”, o di colore dimesso (penso soprattutto alla produzione dei primi anni Settanta: Sindacato miliardari, Tua cugina prima, La ragazza fisarmonica, Pittori della domenica, Tango... tra le altre). Qui l’ex scapolo, non più libero della sua libertà vitalistica e piena di esperienza (“Ah, zio, zio, com’è, com’è/spiega la vita, spiega com’è/ah, zio, zio, com´è, com´è/spiegami biene, spiega perché…!”, Lo zio) si ritrova “giudicato”, perchè ha commesso l’errore imperdonabile di aver sposato “una donna che ha studiato”: “sempre stato ignorante ma sono un bell’uomo e poi/so anche trattare sono sempre elegante e tu che hai studiato/disprezzi il mio mondo e anche me” (Sono qui con te sempre più solo).

Il matrimonio, nelle canzoni di Paolo Conte, appare quindi come un teatro di linguaggi destinati a non incontrarsi o, nel migliore dei casi, a fraintendersi. Ricordando sempre, però, quei versi di una sua canzone del 1975, “Per ogni cinquantennio”, ideale sintesi tra coniugalità e infedeltà:

Ci sono certi nodi di cravatta
che dietro c’è la mano di una moglie
ma dietro ad ogni moglie c’è una amante senza mutande.

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