Che più che gente sembrano foulards

Anni fa volevo scrivere, senza che la bibliografia già sterminata in proposito lo richiedesse, dei brevi capitoletti sintetici sulle varie parti della poetica (musicale e letteraria) di Paolo Conte. Ne abbozzai uno sul tema del “pomeriggio” e un altro, possibile, sul tema “amanti” che viene fuori quasi da sé mettendo in fila alcune sue canzoni. Il fatto, poi, che i due temi siano intrecciati e sovrapposti (l’essere amanti come status intrinsecamente pomeridiano) nelle canzoni di Conte risulta essere movente ancora più interessante per fare una ricognizione della sua poetica sul tema.

L’atteggiamento contiano nei confronti del concetto di “amante” è chiaramente definito: le sue canzoni sono spesso abitate da amanti che lui tratta sempre con molta condiscendenza, con tenerezza direi. Non c’è mai un giudizio morale, ma piuttosto una certa comprensione complice e, semmai, un velo di tristezza e malinconia. Conte disegna l’essere amanti come una specie di condanna amorosa autoinflitta dalle esistenze stesse, molteplici e vaganti, delle persone: uno status proprio del maschile e del femminile destinati a incrociarsi per mille vie traverse, a rincorrersi e riconoscersi. Così, nelle sceneggiature cinematografiche che lui da sempre condensa nei tre minuti della forma-canzone, noi vediamo queste figure dell’amore clandestino vivere alberghi come surrogati di vita domestica (Luna di marmellata), usare città intere come alcove naturali (Parigi), perdersi nelle distanze del sogno, del viaggio o del ricordo (Diavolo Rosso, Come-di, Dal loggione, Gioco d’azzardo).

La “porta del pomeriggio” in Hesitation, è appunto una porta d’albergo, tra due camere comunicanti, dietro alla quale si consuma “una scena d’amore/e di esitazione stupenda“. Tutto il testo di Hesitation è il punto di equilibrio e di sintesi dell’intera poetica contiana dell’osservare/raccontare storie di amanti pomeridiani. Mentre in Ratafià troviamo l’unica immagine di pesantezza fisico-estetica della clandestinità (“Gli amanti stanchi lascian gli appartamenti, de amor…/dal sesto piano discendon piano piano, pudor…/sui marciapiedi, trascinan stanchi piedi, sudor… “), la descrizione più efficace della fragilità e leggerezza degli amanti è contenuta nella canzone Madeleine:

…ma poi la strada inghiotte subito gli amanti,
per piazze e ponti ciascuno se ne va,
e se vuoi, li puoi vedere laggiù danzanti
che più che gente sembrano foulards…

In questa ripresa in campo lungo, da vero cinema, io trovo una delle inquadrature più commoventi delle canzoni di Conte: nel movimento leggero di queste persone-foulards si può vedere tutto lo struggimento e la fragilità degli amanti come attori di un amore impossibile. E la visione contiana dell’amore coniugale, matrimoniale? Ad una prossima puntata.

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