Inizio a stendere alcune note provvisorie, che rimarranno provvisorie come tutte le cose che scrivo, sulle interessanti riflessioni condotte da Franco Arminio intorno alla poesia e, in particolare, al rapporto tra poesia e rete, L’epoca che ha detto addio alla poesia. In effetti sorprende la facilità e la proliferazione di pubblicazione di poesie on line (pratica alla quale non mi sono - quasi- mai sottratto) perché il rapporto che lega poesia e forma scritta è esattamente antitetico a quello che informa le parole della rete. Queste, infatti, sono una specie di cardio-aspirina dello scrivere: sul web tutto si fluidifica in un flusso che è testo, pre-testo e con-testo insieme.

Scrivere sul web (nei blog, nelle chat, nei forum, nei social net-work, nelle piattaforme colllaborative di tipo “wikipedico”, nei microcontenuti del micro-blogging etc. etc.) è, dal mio punto di vista, una meravigliosa palestra per la lingua e la scrittura che si usa. E non se ne usa una sola. Codici. Codici e sottocodici. E voci. Ognuno, in fondo, almeno chi scrive, va in cerca della propria “voce scritta”. Vi è qui uno scrivere come movimento continuo, fluido, come il gesto del barbiere che taglia l’aria per liberare le forbici dai capelli e solo ogni tanto taglia davvero i capelli (avrebbe detto Wittgenstein).

La poesia va nella direzione opposta. La poesia, dal mio punto di vista, è un gioco (ludus regolato o iper-regolato) e una mnemotecnica che addensa senso. Quindi è un prodotto addensante, fortemente addensante: cantiamo chi, o cosa, non vogliamo venga dimenticato dandoci regole per esporlo. Tutta la poesia è poesia civile, in questo senso, ed ha una funzione civile. Chi la avverte come ultima difesa contro l’inciviltà del mondo e dell’uomo vede giusto. Quindi Arminio ha ragione nel denunciare la pericolosità, l’incongruenza della poesia in rete (”Magari ci capita di mandare in giro una radiografia che attesta un tumore e la cosa viene scambiata per un semplice biglietto da visita a cui si risponde con un altro biglietto da visita” dice molto opportunamente Arminio) perché è un tipo di scrittura per sua natura più densa rispetto al fiume nel quale la rete la trasporta.

L’effetto che la poesia dovrebbe fare, poiché agglomera senso, sarebbe proprio quello di rallentare il flusso della scrittura fluidificata del web riuscendo a non farsi fluidificare dal fiume che la trasporta. Olio nell’acqua. Allora meglio più poesia, poesia che addensa e che si fa largo, occupa la rete (è vero, spesso con l’esibizionismo sordo di un “tuttipoeti”) e che dalla rete sa spingermi fuori (io sono tra quelli che considerano ancora praticabili le metafore spaziali tra un dentro/fuori web). Perché se funziona, una poesia, mi farà reagire. In qualche modo. E un modo potrebbe essere anche il semplice leggerla a voce alta. La lettura a voce alta rimane, per me, la prova di carico di un verso, come il tir che passa sul ponte per collaudarlo.

Arminio ha perfettamente ragione nel denunciare l’effetto illusorio della pubblicazione poetica in rete: ““I blog letterari sono una sorta di lager involontario in cui il poeta è il deportato che mostra la sua ciotola vuota e il lettore di passaggio è l’aguzzino che dovrebbe riempirla con il cibo di un commento.” Ma, e qui dissento da lui, la forma del commento, la moltiplicazione dei commenti, e la loro stessa possibilità, sono una specie di concretizzazione del Lettore Modello, perché la somma dei commenti, potenzialmente infinita, mi restituisce l’infinita interpretabilità dello scritto. Certi commenti possono colmare la distanza tra “atto poetico” e reazione che genera. Io non sono in grado di prevedere tutte le reazioni possibili che una mia poesia può suscitare nei lettori, e la somma di tutte le reazioni possibili farà parte, alla fine, della poesia stessa. (una volta ho sentito dire a Valentino Zeichen una frase che trovavo convincente a riguardo: il poeta scrive un non-saputo a lui stesso, eppure questo stesso non-saputo deve risultare chiarissimo al lettore.)

Infine, due elementi dello scritto di Arminio mi spiazzano non poco: il richiamo ad una definizione “autentica” di cosa sia poesia (”la poesia vera ha un batticuore e una fosforescenza…”) e la contestuale evocazione del dolore del poeta (”Il vero poeta soffre“). Che il poeta debba soffrire mi sembra abbia la stessa forma logica di “l’automobile serve per andare a Orvieto”. E se io ad Orvieto non ci voglio o non ci devo andare? Rinunciando all’elemento salvifico, poietico/poetico, maieutico della sofferenza non si può fare poesia, non si può “essere poeti”!? Non lo credo affatto. La poesia può nascere dalla sofferenza e può generare sofferenza, ma quello a cui mira è, dal mio punto di vista, la reazione di chi la incontra. Che è il tratto comune a tutto ciò che chiamiamo “Arte”. Io condenso un senso in un forma scritta che, storicamente e culturalmente, viene riconosciuta come Poesia e lo condenso per salvarlo dall’oblio. Consegno questo “addensato” a chi lo vorrà o saprà fare proprio, a chi reagirà ad esso. Ben vengano le poesie in rete, con tutti i limiti, gli inganni, gli specchi deformanti, gli esibizionismi e le elemosine di sé che si portano dietro. Perché qualcosa passa, qualche granulo si addensa, perché le reazioni sono infinite e infinitamenete imprevedibili.
(Io non vedo grande differenza tra le poesie che ho dedicato a mia figlia e la polverina addensante che le versavamo, e ancora versiamo, nel biberon per rendere il suo latte meno rigurgitabile. Ecco, credo che la Poesia “serva” e renderci meno rigurgitabile il Mondo, e lo starci sopra.)

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