Anime urbanizzate

La metafora della “città come corpo umano”, o organismo vivente, è da tempo familiare e si è ormai quasi affermata nel senso comune dei parlanti. Interessanti declinazioni sono presenti in architettura, urbanistica ed anche l’arte contemporanea, con la pratica delle “installazioni”, ha recepito spesso questa stessa immagine. L’espressione “la città come corpo”, ad esempio, è stata utilizzata in un progetto di taglio fantascientifico, della facoltà di Architettura di Ferrara (“La città come corpo“). Interessante anche l’idea delle interazioni biologiche tra città e corpi, nella serie di progetti “My City= My Body.

Questa premessa per dire che mi ritrovo, sempre più frequentemente, ad utilizzare una metafora inversa e cioè a descrivere assetti fisici ed emotivi come parti urbanistiche. Siamo delle città, città abitate da quartieri, attraversati da arterie (qui c’era già l’uso doppio bello e pronto) e questi attraversamenti, questi quartieri, questi parchi pubblici, queste piazze, questi porti e stazioni, queste mappe che siamo sono immagini metaforiche delle relazioni, più o meno affettive, più o meno significative, che intratteniamo con gli altri. Quindi, nella metafora del corpo/anima come città l’altro diventa immagine topografica, attribuzione di spazio all’interno di una mappa privata. La metafora del corpo-anima/città, inoltre, consente sia uno sviluppo orizzontale (la mappa di “noi” vista dall’alto), sia uno verticale (l’archeologia degli strati della città come archeologia dell’IO)

((ad uno scrittore che volesse scrivere un volume letterario/urbanistico sul modello di “Torino è casa mia” di Giuseppe Culicchia, che pure lì conduceva molto efficacemente una metafora abitativa, consiglierei di usare l’immagine della città/corpo, perché molto più ricca di possibilità espressive))

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