25 Novembre 2008
Era da tempo che pensavo di provare i sistemi di self publishing presenti in rete. Avevo nel cassetto la raccolta di poesie scritte dialogando con Sara prima della sua nascita, “Prima che tu sia nata“, alcune delle quali giù pubblicate nel corso del tempo su OXP, altre selezionate per un’antologia del premio Miosotìs che uscirà alla fine dell’anno prossimo per le Edizioni D’If. Così ho pensato di raccoglierle tutte in un volumetto stampabile e acquistabile su Lulu.com. e aspetto di vedere se la qualità di stampa vale la pena di lasciarle in vendita via print on demand, o piuttosto debba cercare un editore disposto a pubblicare il dialogo privato tra me e Sara.
(e se fosse un modo di estorcere qualche soldo ai parenti che vorranno avere, per le prossime feste natalizie, il prezioso volumetto da sfogliare sotto l’albero?)
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21 Novembre 2008
Se l’autore è autore non può mai essere presente. Leggo sempre sorridendo la frase di rito in fondo agli annunci delle presentazioni librarie: “Sarà presente l’autore”. L’autore sarà un tempo verbale? E’ un futuro anteriore? L’autore sarà un regalo per il pubblico? L’autore sarà nelle sue piene facoltà mentali? Sempre la duplicazione del “vedere come”, lievemente crittografica. Leggi una frase, e senti un’altra cosa. L’autore, se è autore, non potrà mai essere pienamente presente: semmai passato, perché quel che ha scritto ha scritto. E non potrà nemmeno essere “dono” per il pubblico o il lettore, ché non servirà a spiegare loro il testo ormai consegnato. La formula, in verità, vorrebbe segnalare l’esatto contrario: partecipate alla presentazione perché, essendo che “sarà presente l’autore”, potrete sentire dalla sua viva voce l’interpretazione autentica di quanto ha consegnato alle stampe, e magari ricevere dedica autografa su copia di un volume. Trattasi di pubblicità ingannevole, quindi. “Sarà presente l’autore” dovrebbe essere messa in forma dubitativa ed interrogativa: “Sarà presente l’autore?”. Oppure, “L’autore sarà presente, in forma anonima, tra il pubblico”.
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17 Novembre 2008
Ho assistito, qualche sera fa, allo spettacolo/lettura “Nessuna enfasi” di Luca Ricci: quattro racconti illuminati (+ un bis) scritti e letti (o recitati) dall’autore. Ora, l’autore è un mio amico. Meglio, quello che c’è tra noi è un tentativo di amicizia che, tra letteratura, teatro e sincerità proviamo a portare avanti da qualche anno, facendo incontrare periodicamente i nostri rispettivi personaggi, per i quali scriviamo i copioni all’impronta, davanti ad un caffè e scambiandoci regalini librari. In teoria dovrei scrivere una recensione “seria” allo spettacolo di Luca, e per più di un motivo: 1) difficilmente altri sul web ne scriveranno, e questo post rischia, così, di restare a lungo - per i perversi meccanismi d’indicizzazione di google - l’unico riferimento critico sulla sua pregevolissima performance teatrale a portata di link; 2) ho sempre preso seriamente le recensioni ai suoi libri, senza esercizi parodistici; 3) la partecipazione allo spettacolo è stata enormemente arricchita dalla possibilità di conoscere una persona cara a Luca presente in sala (tanto che non so se ero più curioso di ascoltare la letture dei 5 racconti inediti o di scambiare due parole con la persona citata).
Quindi, ecco la recensione, in poche parole. Vale, per i racconti di “Nessuna enfasi”, quello che scrissi a suo tempo nella recensione di “L’amore e altre forme d’odio“, alla cui poetica generale si ricollegano direttamente:
“Ognuno può, deve, affrontare il rischio di specchiarsi in queste figure della comunicazione affettiva malata: rischiare di scoprire se stessi in queste figure di mariti, di mogli, di amanti. Il lettore è chiamato a questo confronto, a questa scommessa: sentirsi migliori di e temere di somigliare a queste figure. Ma proprio nella fuga da questo processo identificativo sta la forza del meccanismo narrativo, o meglio del dispositivo, che questi racconti costituiscono”
In più, stavolta, vi è una maggiore dose di ironia, accresciuta dalla prova d’attore, dalle sottolineature mimiche, di tono, di gesto, di ammiccamento che accompagnano la lettura dei racconti da parte di Luca. Lettura che riesce sempre a rispettare il titolo programmatico? Sì e no. La bellezza delle letture di Luca sta proprio in quegli elementi sarcastici di tono, quindi in un’enfasi che non è assente ma semmai viene controllata, gestita, canalizzata, elementi che danno vita agli snodi narrativi e alle voci/personaggio dei racconti. Io vi ho ritrovato, ad esempio, certe inflessioni, posture, tic, che Luca utilizza quando mette in scena il “suo stesso” personaggio, quello che ogni tanto prende il caffè col mio personaggio (e non ho mai chiesto a Luca se a lui piace Pirandello quanto piace a me). Cosa è, in fondo, “Nessuna enfasi” se non il personaggio di “Luca Ricci” che legge alcuni racconti scritti da Luca Ricci? In questo senso potrebbe dirsi pirandelliano l’impianto e la cifra di questa sua lettura, che non è semplice reading d’autore.
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10 Novembre 2008
La metafora della “città come corpo umano”, o organismo vivente, è da tempo familiare e si è ormai quasi affermata nel senso comune dei parlanti. Interessanti declinazioni sono presenti in architettura, urbanistica ed anche l’arte contemporanea, con la pratica delle “installazioni”, ha recepito spesso questa stessa immagine. L’espressione “la città come corpo”, ad esempio, è stata utilizzata in un progetto di taglio fantascientifico, della facoltà di Architettura di Ferrara (”La città come corpo“). Interessante anche l’idea delle interazioni biologiche tra città e corpi, nella serie di progetti “My City= My Body.
Questa premessa per dire che mi ritrovo, sempre più frequentemente, ad utilizzare una metafora inversa e cioè a descrivere assetti fisici ed emotivi come parti urbanistiche. Siamo delle città, città abitate da quartieri, attraversati da arterie (qui c’era già l’uso doppio bello e pronto) e questi attraversamenti, questi quartieri, questi parchi pubblici, queste piazze, questi porti e stazioni, queste mappe che siamo sono immagini metaforiche delle relazioni, più o meno affettive, più o meno significative, che intratteniamo con gli altri. Quindi, nella metafora del corpo/anima come città l’altro diventa immagine topografica, attribuzione di spazio all’interno di una mappa privata. La metafora del corpo-anima/città, inoltre, consente sia uno sviluppo orizzontale (la mappa di “noi” vista dall’alto), sia uno verticale (l’archeologia degli strati della città come archeologia dell’IO)
((ad uno scrittore che volesse scrivere un volume letterario/urbanistico sul modello di “Torino è casa mia” di Giuseppe Culicchia, che pure lì conduceva molto efficacemente una metafora abitativa, consiglierei di usare l’immagine della città/corpo, perché molto più ricca di possibilità espressive))
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