Scrivo di te che dormi sulle mie gambe
e scrivo su di te, che dormi
sulle mie gambe, tenendo
il quaderno poggiato sulla pancia.
La coscia destra, la mia, persa
ogni sensibilità dall’essere cosa viva,
ti regge la schiena stesa,
la testa affondata nel cuscino giallo
acciambellato a mezza luna
intorno a te.
I tuoi sonni, attesi più del pane
quotidiano del Padrenostro,
mi fanno statua di sale, di cera, treppiedi,
supporto inanimato della tua comodità,
del tuo riposo fragile.
Mi faccio equilibrista dell’immobile,
manichino vivente per te
e aspetto che tua madre passi
a lanciarmi un soldo in mezzo ai piedi,
come si fa per strada, con le statue umane.


