Un grazie a Roberta Minghetti per aver ospitato su Sesta di copertina il videoclipoetico che Simone aveva dedicato ai Versi ciclabili.
Un grazie a Roberta Minghetti per aver ospitato su Sesta di copertina il videoclipoetico che Simone aveva dedicato ai Versi ciclabili.
Stamani, andando in ufficio in bicicletta e passando, come ogni mattina, davanti al muro delle locandine dei cinema e degli avvisi funebri, ho letto il nome di un mio ex professore dell’Università: il grande germanista Luciano Zagari. Mi è molto dispiaciuto leggere il suo nome. Avevo sostenuto con lui l’esame di Letteratura tedesca, concordando un programma su Kafka (tutto Kafka: racconti, romanzi, lettere, diari…) dopo aver frequentato parzialmente, tempo prima, un corso su Benn. Autori novecenteschi tra i preferiti da Zagari. Su Benn, in particolare, ricordo la riedizione a sua cura de “
La mia pupis (poupées), la mia simmy (la mia scimmietta), la mia kàkis (produttrice di kàkis, cioè cacca), la mia chiocciolina (colei che ama acchiocciolarsi in braccio a me), la mia sudaticcia, la mia dolcezzina, la mia bellezzina, la mia indianina della tribù delle manine sudaticce, la mia mumis (colei che mugugna e piagnucola: mhu…mhu…), la mia panciona, la mia bombolina di gas (vedi meteorismo del neonato), la mia stellina, la mia mini-missy (perché Missy viene chiamata da me la madre), la mia pupilla, la mia super-sarettina e molti altri ancora…
(so che tra qualche mese dovrò interrompere qualsiasi storpiatura linguistica nel rivolgermi a Sara per non inquinarne l’apprendimento. Per il momento mi abbandono ad ogni sorta di vocetta e storpiatura lessicale)

Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua
perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro (Genesi 11)
Destinati a vivere dentro nuove Babele orizzontali, oggi sappiamo che l’antica punizione fu invece premio, affinché fosse chiaro che al variare dei suoni le passioni umane restano le stesse, ovunque.
(foto di Giulia Berardi)

Perché siamo come nodi di rete:
non si è mai una cosa sola
e per questo non si è mai soli.
(foto di Giulia Berardi)
Quando, tra le 4 e le 6 del mattino, mentre massaggio la pancia della bestiolina, svegliata dall’evacuazione delle sue ariette intestinali, cercando di riaddormentarla vedo filtrare dalle righe della tapparella le “prime luci dell’alba” (espressione che fino a poco tempo fa non aveva alcun contenuto esperienziale per me, insieme ad altre espressione del tipo “cuore della notte“) mi vengono sempre in mente le parole di una canzone di Piovani-Cerami che spesso uso come ninna-nanna:
la luna lo sa la luna lo sa
ma non lo racconterà
e senza un perché e senza un perché
lei dorme vicino a te
i galli al mattino cantano
e il giorno è di nuovo qua
ma il compito della luna chi lo sa?
(tratto a Canti di scena)

Vado a prendere LR davanti alla stazione di P. Lui ha dormito poco per scrivere un soggetto cinematografico, io ho dormito poco per la piccolina. LR tiene il mio prezioso librettino nella tasca posteriore dei pantaloni. Indossa un’ampia Lacoste nera, a maniche lunghe. Il cielo è scuro. LR porta occhiali Fendi. Pioviggina. Prendiamo l’autostrada da P a S. Non c’è traffico. Arrivati a S LR necessita di un pacchetto di Diana azzurre. “Può darmi anche un accendino azzurro?” chiede al tabaccaio. “Così va bene, fa pan dan?” gli dice quello. “No, questo colore ce l’ho già. Magari un altro punto di azzurro…”. Quello lo accontenta, compassionevolmente. Usciamo. Prendiamo due cappuccini e due brioche vuote nell’attesa che inizi la presentazione. Piove. Piove sui cappuccini, e sui libri, sulle diana azzurre e sulle brioche vuote. Read the rest of this entry »
Il racconto è straordinario. La prima sensazione di lettura è che sarebbe piaciuto tanto anche a me stare accanto ai due dialoganti, per ascoltare quei racconti e quelle memorie. Forse perché ho un’analoga disposizione alla custodia delle memorie familiari, della storia che siamo e dell’intreccio di storie che abbiamo il compito di salvare, tramandandole.
Ho letto tutto d’un fiato questo racconto come fosse un piccolo atto unico, teatrale. Vedevo il salotto, tutte le figure evocate con al centro lei, Anna De Sio, tridimensionale, attori in controcampo, in scena, con gli abiti del tempo, dietro a un velo che è la distanza del tempo (davvero sarebbe necessaria una riduzione teatrale di questo racconto). Certe porzioni di racconto familiare, infatti, diventano storie nella storia, scene, frammenti di dialogo e di sguardo (la grande natura ipertestuale della memoria!). Ci sono tanti livelli di discorso e di racconto in questo testo, aneddotico, psicologico, sociale, storico: una bellissima densità teatrale, appunto.
C’è molto di più di un semplice puzzle di memorie familiari, private, raccolte e documentate in questo libro da Iaia de Marco. Vi è una modalità originalissima di raccontare l’incontro tra anime – Iaia che si mette in ascolto e Francesco che narra la storia della propria famiglia – sensibilità messe a nudo dal ricordo di una madre perduta che si fa mondo perduto, visione di un intero mondo scomparso.
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