Da ieri ho la fissa dei TTS, cioè di quei sistemi automatici che traducono un testo in una sua versione audio (Text-to-Speech). In rete se ne trovano molti, alcuni gratuiti, generalmente per la lingua inglese. Ora il mio interesse per un TTS è legato ad alcune considerazioni che proponevo tempo fa sul rapporto tra poesia e lettura

Qui propongo una variante del quesito: ammesso che sia possibile immaginare una scrittura poetica orientata prioritariamente alla lettura a voce alta (Vs una orientata al tacite legere), si potrebbe, allora, anche ipotizzare una scrittura poetica destinata alla lettura da parte di sistemi automatici.

L’utilizzo di voci di sintesi spesso è stata utilizzata con finalità comiche rispetto al testo pronunciato (penso a certi dischi degli EELST) o, più in generale, come allusione ad una dis-umanizzazione del lettore (robot, automi, software che leggono senza comprendere). Ecco, la voce di sintesi evoca questo “riprodurre senza comprendere” che ha per me, invece, una buona dose di fascino. Quindi credo di aver capito che le mie poesie andrebbero lette a voce alta, in movimento e da pure voci di sintesi. Oppure che dovrei iniziare a scrivere appositamente “poesie per voci di sintesi”, tenendo conto proprio del limite espressivo.

Io immagino tutta una letteratura per queste signorine inesistenti che recitano i ritardi dei treni, le fermate del bus, i piani negli ascensori, le risposte automatiche dei servizi telefonici. Chi scriverà per loro? Chi produrrà una poesia adatta per essere letta appropriatamente senza essere compresa?

Un’aspirazione analoga è stata già espressa da Dario Voltolini a proposito del suo progetto “Le scimmie” sul quale aveva appunto detto:

questo sproloquio che ho scritto, più simile a un diario che a un racconto e sicuramente diverso da quello che penso possa essere la poesia, io lo considero uno “spartito” da fare interpretare a un certo numero di voci sintetiche.

Ad esempio, a me piace molto la voce latina di Rosa del sistema della AT&T mentre legge la mia “Parole ossee“, piccola poesia dedicata alle “sdrucciole”

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