Trascrivo qui alcune note che vado scrivendo per me, come autochiarificazione tramite scrittura di alcune riflessioni, condotte prima di prendere sonno, sull’idea di “poesia portatile”.
A me interessa sempre, in fondo, una poesia “portatile”. Che poi è una piccola costruzione, un fuochettino d’artificio, un modellino tascabile da portare con sé. Coi miei mezzi so che di più non saprei fare. C’è un mondo semantico intorno ai termini “portatile” e “tascabile” che sto cercando di mettere a fuoco per un prossimo lavoro. Per ora allineo solo alcuni titoli: la Metafisica tascabile di Valentino Zeichen (un approccio nel quale mi ritrovo a mio agio), la Piccola cosmogonia portatile di Queneau, e la Teologia portatile di d’Holbach.
Mi interessa indagare un po’ questo concetto di “portabilità poetica” (teologica e metafisica) che poi è legato al tema della portabilità della scrittura in sé. In tempi di esasperata e spinta ultraportabilità dei media (siamo appena un gradino prima dell’inserzione sottocute del medium…) la poesia mi appare ancora il più “tascabile” tra i mezzi espressivi tradizionali.

Ma la portabilità della poesia, nei casi luminosi, cozza inevitabilmente con la sua massa – diciamo così – che la rende assai poco “tascabile”.
E’ vero. Anche se ci sono due ordini di “tascabilità ”: fisica e stilistica. Il rapporto tra i due è tutto da esplorare.
Beh, io mi son stampata da Internet la seconda delle ‘Elegie duinesi’ di Rilke (in originale, altrimenti che gusto c’è?) e me la porto dietro in borsa, e ogni tanto la rileggo [a lungo - ma per un viziato sentimentalismo - ho fatto lo stesso con "An die Nachgeborenen" di Brecht, poi ho deciso che avevo bisogno di più ottimismo, nella mia vita ...]. Rientra nel concetto di ‘poesia portatile’?
Un sorriso
Esattamente così!