Rubo il titolo del post a quello di un racconto di Woody Allen incluso nella recente raccolta “Pura anarchia“. Leggendo quel racconto ripensavo al tema della letteratura immaginaria, a quella sterminata bibliografia potenziale contenuta negli scritti di moltissimi autori, materia affascinante e mirabilmente compendiata dal volume “Mirabiblia” di Paolo Albani e Paolo Della Bella. Dunque, nel racconto del titolo Allen si esercita in un procedimento inventivo simile.
La storia, in due parole: uno psicoanalista, il dr. Skizeex Feebleman, immagina di avere in cura un cantautore “geniale”, tale Murray Pepkin, e spera di ricavare onore e ricchezze curando le ansie dell’assistito facendone, così, una star mondiale riconosciuta. Da qui inizia un divertentissimo diario immaginario che segue la vita fallimentare di Pepkin raccontata dal suo psicoanalista. Invenzione nell’invenzione, Feebleman racconta, descrive, analizza le composizione musicali, per nulla geniali, del cantautore Pepkin. L’abilità umoristica di Allen diventa particolarmente sottile proprio nella duplicazione/creazione dell’opera immaginaria, in un confronto tra tradizione musicale americana e sua imitazione (Feebleman mi ha ricordato da vicino uno dei personaggi più riusciti scritti e interpretati da Woody Allen su grande schermo, l’impresario perdente del bellissimo “Broadway Danny Rose“)
A ben vedere il meccanismo di evocazione, enunciazione di un’opera dell’ingegno immaginaria e potenziale (un libro, un film, una canzone…) è un tratto che caratterizza molte opere di Allen. Così come abbiamo libri immaginari evocati in libri fattuali (e rimando appunto al citato Mirabiblia per non citarvi i soliti Borges, Calvino e compagnia…), ugualmente Allen spesso costruisce mondi letterari doppi (film nei film, finti documentari, biografie fittizie, successi radiofonici inesistenti, star immaginarie…) abitati da personaggi al quadrato. La duplicazione dell’artificio a me è sempre sembrata – e continua a sembrarmi – non un’opzione creativa, ma un derivato naturale dello scrivere. E mi sembra che questa frase di Giorgio Manganelli esprima la cosa meglio di quanto io possa provare a fare:
«L’opera letteraria è un artificio, un artefatto di incerta e ironicamente fatale destinazione. L’artificio racchiude, ad infinitum, altri artifici».

mica sempre, però, è artificio.
spesse volte anche la cronaca è opera letteraria (i.e. paolini)