Che poi agli amici sembra, ogni tanto, che io qui faccia solo necrologi. Ma è un difetto della memoria, qualcuno se ne va e a me non va di lasciarlo passare in silenzio. E il ricordarne la partenza, magari, è una forma d’affetto e di onore reso, restituito: un grazie per l’arte ricevuta. Così, vorrei ricordare la voce di Caterina Bueno, che ha smesso di cantare ieri.

C’è una dimensione davvero ancestrale, per me, del canto popolare toscano. Un accento toscano femminile che canta una qualsiasi canzone popolare, folk, tradizionale, ninnananna, stornello, canto di lavoro o del maggio ha per me la sembianza di una vera e propria dimensione neonatale, se non amniotica: è mia madre che mi ninna, che mi addormenta o calma con il canto. E’, quindi, un’esperienza lontanissima e indistinta, sfocata eppure interna e precisa, depositata in una parte remotissima della mia mente, preverbale direi.

Ascoltare a caso un brano tra quelli che ci ha lasciato l’attività di ricerca e di documentazione di Caterina Bueno (ascolta, ad esempio, i dischi ripubblicati di recente) non è solo interessante dal punto di vista musicale, ma rappresenta la più efficace macchina del tempo emotivo-sonora che io conosca. E penso che a mia madre farà piacere sapere, proprio ricordando la Bueno, quanto quel suo canto sia ancora tanto dentro di me.

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